Cinque posti impensabili in cui è stata trovata la plastica

Dall’ambiente ai nostri corpi: la plastica è riuscita ad infiltrarsi in luoghi che mai avremmo immaginato. E questo è un bel problema.

Plastica, microplastica e nanoplastica: in ogni sua forma è un problema per l'ambiente - pensiamo alle isole di plastica, diventate ormai dei veri e propri ecosistemi ospitanti microbi, microalghe, microrganismi e funghi - e per la salute umana - non è, infatti, entrata solo nella catena alimentare ma ha invaso tutto il nostro corpo, raggiungendo organi a cui non avremmo mai pensato.

È indubbiamente uno degli inquinanti più diffusi verso cui dirigere la nostra attenzione, dal momento che impatta a partire dalla sua produzione e continua fino a dopo il suo smaltimento. E se è vero che la ricerca scientifica si sta impegnando per trovare delle alternative, come la bioplastica, è anche vero che in molti casi la soluzione migliore sarebbe quella di bloccarne produzione e diffusione nell’ambiente.

E rispetto a questo possiamo fare qualcosa anche noi.

La plastica è uno degli inquinanti più invasivi del nostro secolo

La plastica rappresenta uno dei problemi ambientali più gravi che abbiamo causato al nostro Pianeta e la sua disgregazione in microplastiche la rende pervasiva e dannosa, per gli ecosistemi, per gli altri animali e per noi esseri umani. E se ripercorriamo la sua storia, la cosa dovrebbe farci riflettere.

Siamo nella seconda metà del 1800 quando John Wesley Hyatt crea la celluloide: un mix di nitrocellulosa, azoto e canfora che sarebbe diventato il nuovo materiale plastico per produrre palle da biliardo. Queste, infatti, venivano realizzate in avorio - che veniva ricavato dalle zanne di animali come elefanti e ippopotami - che cominciava a scarseggiare a causa della caccia eccessiva.

L’invenzione del nuovo materiale avrebbe, potenzialmente, potuto risolvere un problema ambientale. Ad oggi, invece, è diventato uno degli inquinanti più pervasivi che abbiamo immesso sul Pianeta, soprattutto a causa della sua disgregazione, nel tempo, in microplastiche.

Un danno ambientale che ci si ritorce contro

Intanto chiariamo cosa sono le microplastiche: tutte quelle particelle o frammenti plastici che non superano i cinque millimetri di grandezza. Possono essere divise in primarie - quindi che sono nate già così piccole per uso, ad esempio, cosmetico - e secondarie - derivanti dalla frammentazione e dalla degradazione di rifiuti più grandi (che prendono il nome di macroplastiche).

E quando anche queste si degradano? Si ha il passaggio da micro a nanoplastiche: frammenti di dimensioni che girano intorno al milionesimo di millimetro. Praticamente impercettibili a occhio nudo.

Che sia macro, micro o nano, la plastica costituisce un grosso problema per gli habitat e per la fauna, che ci può rimanere incastrata, ci si può ferire e che la può ingerire scambiandola per cibo. E più le dimensioni si riducono, più è facile che ciò accada, entrando nella catena alimentare, venendo assorbita dalle piante ed entrando nei nostri corpi.

La plastica dove non te l’aspetti: cinque posti impensabili in cui è stata trovata

Nel momento in cui viene ingerita, è facile intuire che la plastica sia stata trovata all’interno dello stomaco di alcuni animali. Ricordiamo qui un caso in particolare: lo scorso anno una femmina di capodoglio incinta è stata ritrovata senza vita su una spiaggia in Sardegna. Nel suo suo stomaco erano presenti ben 23 chili di rifiuti plastici che lo andavano a riempire per due terzi e che avevano creato un blocco nel suo intestino.

Molti pesci e animali marini che la mangiano finiscono, poi, nei nostri piatti, andando a inquinare anche i nostri corpi, raggiungendo organi a cui non avremmo mai pensato.

Sangue

Qui era proprio difficile da immaginare, ma uno studio condotto nel 2022 all’Università di Amsterdam lo ha confermato: le particelle di plastica sono state trovate anche nel sangue umano

La ricerca è stata condotta su un piccolo gruppo composto da 22 donatori e, tra questi, ben 17 presentavano una massa quantificabile di particelle di plastica nel sangue. Si tratta una scoperta preoccupante, dal momento che rappresenta la via di trasporto verso tutti gli organi del nostro corpo.

E infatti ha raggiunto anche la nostra materia grigia.

Cervello

Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature ci fa sapere che frammenti di microplastiche e nanoplastiche - costituite principalmente da polietilene - sono state trovate nel nostro cervello in percentuale maggiore rispetto a fegato e reni, evidenziando un accumulo ancora maggiore in quei cervelli - analizzati post-mortem - che erano appartenuti a persone cui era stata diagnosticata la demenza.

Tra i suoi segni distintivi - riportano i ricercatori - troviamo l’atrofia del tessuto cerebrale, che potrebbe - in via ipotetica - aumentare le concentrazioni di micro e nanoplastiche. Tuttavia, è una questione ancora da approfondire e al momento non è ancora stato stabilito un collegamento tra le due cose.

Placenta

Avete letto bene, accumuli di micro e nanoplastiche sono stati trovati anche nella placenta umana, in quantità variabili tra le 0,28 alle 9,55 particelle per grammo di tessuto e tra i polimeri più comuni osservati abbiamo: polietilene, polivinilcloruro, polistirene, poliammide e poliuretano.

Da alcune osservazioni sui ratti sono poi emerse delle conseguenze strutturali e funzionali, come: placente più piccole, vascolarizzazione feto-placentare meno sviluppata, squilibri nelle cellule immunitarie uterine e placentari. Ma la presenza delle particelle plastiche è stata rinvenuta, in questo caso, anche in fegato, cuore, cervello, polmoni e reni fetali.

Piante

Dal corpo umano passiamo a quello vegetale: le piante, infatti, possono assorbire la plastica dalle radici e dalle foglie. A riportarlo è uno studio pubblicato su Nature (e che abbiamo approfondito in questo articolo).

La ricerca ha riguardato il grano tenero, la lattuga e l’arabetta comune: è emerso che le particelle potrebbero venire prima internalizzate nella stele per poi accumularsi nello xilema, il tessuto vegetale che serve a trasportare la linfa. I ricercatori hanno anche ipotizzato - ma per ora non si ha la conferma - che l’assorbimento delle microplastiche potrebbe avvenire anche tramite la loro deposizione sulle foglie.

Qui il rischio a cui si potrebbe andare incontro è quello del bioaccumulo, vale a dire il raggiungimento di concentrazione superiore rispetto all’ambiente esterno delle sostanze tossiche.

Licheni

Concludiamo con uno studio italiano condotto da alcuni ricercatori dell’Università Roma Tre: 253 particelle di plastica sono state trovate in tutti i 90 campioni di licheni analizzati, sia in ambiente urbano - in cui ne sono state rinvenute 116, la maggior parte - che naturale - dove sono state rilevate le restanti 58 particelle di microplastiche. 

Il loro trasporto in aree naturali più remote e lontane dai centri urbani, è probabile sia avvenuto per vie aeree - come il vento e la pioggia. Per questo motivo, i licheni potrebbero rappresentare degli importanti bioindicatori delle microplastiche sospese nell’aria.

Niente panico: c’è qualcosa che possiamo fare

Venire a conoscenza di quanto sia invasivo e pervasivo l’inquinamento da plastica, ammettiamolo, un po’ di ansia ce la mette. Ma qualcosa per migliorare la situazione possiamo farla: smettere di immetterla nell’ambiente. Gran parte della plastica dispersa, infatti, proviene da prodotti usa e getta.

Quindi, una cosa che possiamo iniziare a fare è munirci di una borraccia: in questo modo non solo produciamo rifiuti in meno, ma evitiamo anche l’ingestione diretta delle particelle plastiche. Per lo stesso motivo, sarebbe meglio evitare di scaldare il cibo in contenitori di plastica e fare attenzione anche alla composizione delle bustine del tè.

Con qualche accorgimento, è possibile iniziare a costruire un mondo in cui la plastica non è più un problema per la nostra salute.

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