Dalle radici alle foglie: ecco come le piante assorbono le microplastiche
Dove non ci aspettavamo di trovare le microplastiche? Sicuramente nella placenta, nel sangue e nel cervello. Ora bisogna fare un’aggiunta alla lista: le piante.
Cervello, sangue, placenta. Sono tanti i posti in cui non ci aspettavamo di trovare la plastica, tantomeno nel nostro corpo. Ma la lista continua ad aumentare e questa volta riguarda il mondo vegetale: una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature ci parla di come le piante possano assorbire le microplastiche attraverso le radici ma anche dall’atmosfera.
Non mancano riflessioni sull’assunzione di tali particelle attraverso la catena alimentare e, quindi, riguardo alle possibili conseguenze sulla salute umana. Vediamo cosa dice lo studio.
Le microplastiche vengono assorbite dalle piante: cosa dice lo studio
Le microplastiche - lo sappiamo fin troppo bene - sono ampiamente diffuse nell’ambiente, senza risparmiare alcun ecosistema. Le troviamo, quindi, anche nel suolo, nell’acqua e nell’atmosfera. Questo ha portato alcuni ricercatori a chiedersi quali effetti avesse ciò sulle piante e a scoprire che particelle nanometriche venivano assorbite dalle radici di alcune specie vegetali per poi essere trasportate verso l’alto. Questo è quanto viene affermato nello studio pubblicato su Nature.
Le piante in questione sarebbero il grano tenero (Triticum aestivum), la lattuga (Lactuca sativa) e l’arabetta comune (Arabidopsis thaliana). Tali particelle - secondo i ricercatori - potrebbero venire internalizzate nella stele e accumularsi nello xilema, il tessuto vegetale presente nelle piante vascolari che serve a trasportare la linfa.
Non solo dal terreno: le piante potrebbero assorbire la plastica anche dall’atmosfera
Ma la scoperta non finisce qui: nello studio viene infatti riportato che l’assorbimento delle microplastiche non avverrebbe solo tramite le radici, ma anche tramite le foglie stesse. Infatti, viene riportato che le nanoparticelle si depositano sulle foglie e che è molto probabile che penetrino all’interno di esse. Su questo, però, non si ha ancora certezza.
Inoltre, nell’articolo leggiamo che nelle aree fortemente inquinate le concentrazioni di microplastiche - PET e polistilene nello specifico - all’interno delle foglie possono raggiungere i 10⁴ ng per grammo di acqua secca.
Il rischio del bioaccumulo
Attraverso l’analisi della superficie fogliare del mais - infine - sono stati osservati sia la migrazione che l’accumulo delle nanoparticelle. Queste verrebbero trasportate attraverso la via apoplastica - la via di trasporto per l’acqua e i nutrienti - fino al tricoma fogliare - che per semplificare di molto, possiamo dire che si tratta di una specie di peluria delle foglie - e qui accumularsi.
Andremmo quindi incontro al rischio di bioaccumulo, processo per il quale le sostanze tossiche e inquinanti vengono accumulate all’interno di un organismo, raggiungendo una concentrazione superiore rispetto a quella dell’ambiente esterno. E questo potrebbe essere un problema per la nostra salute.
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L’assorbimento delle microplastiche da parte delle piante potrebbe essere un problema per la nostra salute
In un articolo pubblicato sempre sulla rivista Nature, Willie Peijnenburg - professore e ricercatore della Leiden University - riflette sulle conseguenze dell’esposizione alle mricroplastiche sulla salute umana. In questo modo, infatti, queste avrebbero trovato un ulteriore modo per entrare a far parte della catena alimentare, non solo degli altri animali ma anche della nostra.
Tuttavia - ci riporta - si tratta di un percorso di esposizione alla plastica ancora poco studiato, a cui andrebbe aggiunta l’analisi di altri fattori, quali: dieta media, efficienza di accumulo delle plastiche nell’intestino, accumulo ed effetti biologici sugli esseri umani.
Viviamo nel Plasticene?
L’inquinamento da plastica è una delle maggiori sfide della nostra epoca e proprio per questo motivo - insieme ai vari Antropocene, Capitalocene e simili - si è teorizzato, tra gli altri, il Plasticene: l’era della plastica.
Pervasiva e persistente, continuiamo a produrla e a trasformarla in rifiuti che vanno a costruire le isole di plastica, tra cui ricordiamo la Great Pacific Garbage Patch. E come se non bastasse, in alcune di queste si sono creati dei veri e propri ecosistemi.
La Plastifera - così è stato chiamato il nuovo ecosistema - ospita comunità microbiche, funghi, microrganismi e microalghe, andando a comporre la comunità epiplastica. Tra le conseguenze troviamo l’alterazione dei livelli di ossigeno nell’acqua, i nutrienti verrebbero trattenuti sulla plastica, potenziale diffusione di patogeni.
Queste informazioni ci arrivano da un ulteriore studio, pubblicato su Science. Qui viene anche sottolineato che si tratta di una questione piuttosto complessa, che necessita di ulteriori approfondimenti sui fattori che entrano in gioco - per esempio, composizione polimerica e condizioni ambientali.
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Possiamo fare qualcosa per evitare che la situazione peggiori?
La risposta, in questo caso, è sì.
Possiamo provare a evitare di usare prodotti usa e getta, per esempio. Oppure cercare di ordinare meno cibo da asporto - ogni volta che ci è possibile - e dotarci di un bel porta pranzo che accompagni i nostri pasti in università, a scuola o in ufficio. E di una borraccia, soprattutto.
In fondo - nonostante siano in molti a ancora a non fidarsi - l’acqua del rubinetto è perfettamente potabile e sicura in quasi il 100% dei casi, come leggiamo nel comunicato stampa dell'Istituto Superiore di Sanità.
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