Stretto di Hormuz e squali balena: la geopolitica che si intreccia con l’ecologia

Non solo geopolitica, ma anche conservazione: perché è importante preservare lo Stretto di Hormuz a livello ambientale.

Mentre l'attenzione globale si concentra sulle conseguenze politiche ed economiche delle guerre, c'è un costo che continua a passare quasi inosservato, ad essere messo in secondo piano: quello ambientale. E oggi uno dei simboli più evidenti di questa crisi si trova nello Stretto di Hormuz, il tratto di mare tra Iran, Oman ed Emirati Arabi Uniti attraverso cui passa circa un terzo del petrolio mondiale. 

A percorrere le stesse acque delle petroliere, però, troviamo anche uno degli animali più straordinari e vulnerabili del pianeta, lo squalo balena, rendendo lo Stretto un luogo di importanza fondamentale non solo per la geopolitica, ma anche per la biodiversità.

Lo Stretto di Hormuz è cruciale per la biodiversità

Fonte immagine: newsmondo.it

Le acque dello Stretto di Hormuz sono tra le più calde e salate del mondo, rendendolo un corridoio migratorio ideale per lo squalo balena. Ogni estate, gli individui di questa specie si radunano nel Golfo Persico per alimentarsi, mentre durante l'inverno si spostano nelle acque più profonde del Golfo di Oman. Un canale di appena 50 chilometri, ma che è fondamentale per la loro sopravvivenza.

L'importanza ecologica dell'area non si ferma alla specie in questione: infatti, lo Stretto si sovrappone a diverse zone di importante valore ambientale, tra cui Aree Chiave per la Biodiversità (KBA), Ecosystem-Based Significant Areas (EBSA) e una Important Shark and Ray Area (ISRA). Eppure, la pressione umana su questi habitat è ai massimi livelli.

Gli squali balena dello Stretto

Negli ultimi 75 anni la popolazione globale di squali balena è diminuita di circa il 50% e continua a declinare, portando la IUCN - International Union for the Conservation of Nature - a classificare la specie come "in pericolo". Attualmente, il numero di esemplari adulti dovrebbe aggirarsi tra i 120.000 e i 140.000 individui in tutto il mondo, numeri che dobbiamo attribuire a problematiche come sovrapesca, catture accidentali e collisioni con le navi.

Negli ultimi anni, diversi studi hanno mostrato come gli squali balena presenti tra Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti siano costretti a convivere con un mix di minacce quasi unico al mondo: piattaforme petrolifere offshore, traffico marittimo, inquinamento acustico e rischio costante di sversamenti di petrolio.

Le recenti tensioni militari nella regione stanno peggiorando ulteriormente la situazione. L'aumento delle operazioni navali significa più navi, più rumore e un rischio maggiore di incidenti. Tra le fonti di disturbo più invasive c'è il sonar attivo, una tecnologia che emette onde sonore potentissime capaci di propagarsi per centinaia di chilometri sott'acqua. 

  • Per approfondire la questione dello Stretto di Hormuz clicca qui.

Lo Stretto di Hormuz tra inquinamento acustico e ambientale

Se gli effetti del sonar sono stati studiati soprattutto su balene e delfini, sempre più ricerche suggeriscono che anche gli squali ne risentano. Gli animali tendono ad allontanarsi dalle fonti di rumore artificiale, modificando rotte migratorie e comportamenti alimentari. Così, gli squali balena, evitano quelle zone che prima rappresentavano per loro una fonte di sussistenza.

Aggiungiamoci poi il rischio di sversamenti di petrolio. Gli attacchi con droni alle petroliere registrati negli ultimi anni hanno già provocato fuoriuscite di idrocarburi con impatti ambientali documentati. E gli squali balena sono tra i più esposti: nuotano lentamente in superficie e filtrano enormi quantità d'acqua per alimentarsi. Quando il petrolio raggiunge questi ecosistemi, contamina il plancton e può danneggiare branchie e apparato digerente degli animali.

Gli effetti delle guerre sulla biodiversità

In una delle rotte geopolitiche più importanti del pianeta, la vita dello squalo balena racconta una storia spesso dimenticata: quella degli effetti invisibili dei conflitti sulla biodiversità. Una guerra non colpisce soltanto le persone e le economie, ma anche l’ambiente in cui si svolgono e gli altri animali che li vivono.

Già nel 2024 - sulla rivista Current Biology - veniva pubblicato uno studio che mostrava l’impatto del conflitto russo-ucraino sulle rotte migratorie degli uccelli. In particolare, la ricerca ha coinvolto 19 individui di Aquila Anatraia Maggiore dotati di GPS: è stato così possibile constatare come dall’inizio del conflitto nel 2022, questi avessero cambiato il loro comportamento migratorio, effettuando meno soste di riposo, compiendo deviazioni più lunghe e raggiungendo i siti di nidificazione con maggiore ritardo.

I ricercatori sottolineavano - già in questo caso - che le attività militari potrebbero agire come barriera ecologica, aumentando il costo energetico della migrazione e probabilmente influenzando il successo riproduttivo della specie.

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