Intervista a Dino Zoff: cosa manca al calcio italiano?

Il campione d'Europa e del Mondo Dino Zoff, capitano e CT della Nazionale Italiana, ha risposto alle domande di Nxwss sulle problematiche che affliggono il calcio italiano, fuori da 12 anni dalla Coppa del Mondo


Con due trionfi tra Mondiali ed Europei e altrettante medaglie d’argento (il secondo posto ad Euro 2000 è stato conseguito nel ruolo di CT), Dino Zoff non è stato soltanto un simbolo della Nazionale di calcio italiana, ma uno dei portieri più grandi della storia. 


Per questo motivo, abbiamo deciso di intrattenere con lui una breve chiacchierata sullo stato di salute del movimento calcistico italiano. E sulla cocente delusione del terzo Mondiale mancato.

“Dino, quali sono i principali problemi che stanno danneggiando la Nazionale e che costringono l’Italia a perdere la qualificazione al terzo mondiale consecutivo? Di chi è la responsabilità di questa sconfitta?”


“Nulla ci costringe a perdere, semplicemente non siamo riusciti a vincere (ride, ndr). Abbiamo trovato delle difficoltà nel formare una squadra che riuscisse a portare a casa dei risultati, e quindi non possiamo prendercela con nessuno. 


Il calcio è fatto di periodi, per questo non credo che ci siano delle responsabilità imputabili a qualcuno: semplicemente non sono ancora nati giocatori della giusta levatura”.


“L’ormai ex CT Gennaro Gattuso ha difeso la scelta di favorire, tra i titolari, il gruppo più consolidato. Si è trattato di una decisione molto discussa, che ha portato fuori dal giro di convocazioni nomi in forma come quello di Zaniolo o Kayode: lei cosa ne pensa?”


“Consolidato non poteva essere, perché non vinceva. Ma io non credo nell'idea di favorire i giovani o i vecchi: ritengo che in nazionale debbano andare i migliori in assoluto, giovani o vecchi che siano. 


In situazioni particolari, in cui bisogna riformare, si può certamente partire dai giovani, però per il resto non ci sono età. Ora si avrà più tempo a disposizione per preparare un nuovo quadriennio, e si può vedere cosa salta fuori da giovani che si pensa possano migliorare”.


“Tra le possibili cause dietro il declino del movimento calcistico nazionale si è fatta largo quella dei troppi stranieri schierati in campionato. Quanto c’è di vero?”


“Io credo che lo sia solo in parte: la gente pensa che le società odino i giocatori italiani, ma in realtà un giovane italiano, che non costa niente, se si rivela un talento può salvare il bilancio di una società, quindi è interesse prima di tutto delle squadre far giocare i giovani. Probabilmente, invece, ci manca qualcosa nel salto di qualità dalle categorie minori, dall’under 21 all’under 23”.


“Il coach della nazionale femminile di pallavolo e campione del mondo in carica, Julio Velasco, ha detto che in Italia non avremmo fatto esordire neanche un fenomeno generazionale come Lamine Yamal. 


L’esempio potrà sembrare azzardato, ma che il nostro Paese abbia un problema con i giovani è un fatto noto. Ed è rafforzato dai tanti talenti nostrani che si vedono costretti a sbocciare all’estero: è il caso dei vari Inacio e Reggiani ma anche di ragazzi già sbocciato come Donnarumma o Calafiori”

“Non esageriamo, Yamal giocherebbe anche a San Marino! Io non sono d’accordo con chi fa queste affermazioni: è vero che magari non aspettiamo più di tanto, ma ragazzi come Lamine giocherebbero in ogni parte del mondo, Italia inclusa. 


E in merito ai giovani che crescono e/o si trasferiscono all’estero, nessuno li ha costretti: tutti loro hanno avuto richieste importanti e in grado di stravolgerne la carriera, dunque perché rifiutare?”.


“A proposito dei giovani, si è parlato tanto anche dell’aumento dei costi delle scuole calcio in Italia: quanto ciò si ripercuote sulla qualità dei giovani talenti nazionali? Cosa può imparare il calcio dagli sport che ora stanno vivendo un momento di crescita?”


“Credo che negli sport individuali stiamo andando meglio perché lì non ci sono scuse, sei da solo contro il tuo avversario; nelle squadre le difficoltà vengono divise e si possono creare degli alibi. Poi le regole e i valori dello sport sono universali: non c’è qualcosa in particolare che si può trasmettere. E non credo nemmeno che l’aumento dei costi possa influire sulla crescita innata dei talenti: chi è bravo, viene notato”.


“Spesso, dopo un fallimento saltano le teste: in FIGC è successo, seppur forzatamente, con Gabriele Gravina. Pensa che sia giusto ricominciare da zero? Se sì, quello di Giovanni Malagò sarebbe il nome più giusto?”


“Quando le cose vanno male per abbastanza tempo è normale cercare di cambiare, è successo anche a me ed è un fatto insito nella natura delle cose. Ma preferirei non esprimermi nel fare nomi precisi: la Federazione prenderà la sua decisione”.

“Voltandosi un attimo indietro verso quelli che sono stati i suoi anni d’oro: quanto è cambiato il calcio da allora? E cos’è diventato oggi?”


“Il calcio cambia ed è sotto gli occhi di tutti, ma a cambiare sono le generazioni e i fenomeni che calcano il campo. Ma le regole rimangono le stesse e, nonostante c’è chi lo neghi, tecniche e fondamentali pure. Possono variare le tattiche, ma vanno comunque adattate alla squadra: non è dunque una questione esclusivamente temporale, ma di come si organizzano i singoli club”.


Intervista a cura di Fabio Virzì e Giulio Martorano

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