Non ne possiamo più di questa narrazione catastrofista
Sì, di crisi climatica bisogna parlare il più possibile ma bisogna farlo nel modo giusto: finché continueremo a servirci di uno storytelling catastrofista e apocalittico l’unico risultato che otterremo sarà quello di inibire le azioni.
Di crisi climatica si parla poco e male. Il focus sull’argomento lo ritroviamo solamente quando si verificano eventi meteorologici estremi - dalle alluvioni alle ondate di calore - che vengono trattati come semplice cronaca, raramente contestualizzati nell’emergenza ecologica e ancora più raramente accompagnati dalle possibili soluzioni.
Questo tipo di narrazione, però, non funziona, è controproducente e non fa altro che allontanare l’opinione pubblica dalla problematica. Quello che serve quando si parla di riscaldamento globale e delle sue conseguenze è uno storytelling efficace, che porti all’azione, che non ci faccia pensare che tutto è perduto. Quello che serve è, come prima cosa, abbandonare il linguaggio apocalittico.
Linguaggio apocalittico: di crisi climatica se ne parla poco e male
L’attenzione che i media italiani danno alla crisi climatica è sempre minore, focalizzandosi più sui costi economici legati alla transizione ecologica che sul superamento dell’emergenza in sé e trascurando le cause e le responsabilità. Questo è il quadro che emerge dal “Rapporto sull’informazione climatica in Italia nel 2024”, realizzato per Greenpeace dall’Osservatorio di Pavia.
Durante lo studio sono stati analizzati i cinque principali quotidiani e sette telegiornali: rispetto al 2023, troviamo un calo di attenzione del 25% per i primi e del 28% per i secondi. Ma non solo se ne parla sempre meno, la si tratterebbe anche in maniera incompleta: come mostra il report, quando si parla di transizione energetica, mitigazione e altre conseguenze, si tende spesso a non mostrare il collegamento tra di essi. In questo modo - continua - si perde di vista lo scopo principale: affrontare la crisi climatica.
Quelli che vengono citati più di frequente sono gli eventi estremi, soprattutto nei TG, dove le alluvioni sono citate per il 20% nelle notizie relative alla crisi climatica, la siccità per il 15% e le ondate di calore per il 14%. E sono proprio queste ultime di cui si parla ultimamente e non solo sui media tradizionali.
Con le estati sempre più calde, il focus è tutto sull’aumento delle temperature
Sui social abbiamo visto condividere e ricondividere - anche da alcune testate giornalistiche - il video pubblicato da un turista in visita a Roma: la temperatura nella capitale è talmente alta da far sciogliere l’asfalto sotto i piedi. Non solo. A girare sulle piattaforme vediamo anche immagini che mostrano le temperature odierne a confronto con quelle pre-2000, quando erano significativamente più basse. E va benissimo, bisogna mostrare queste immagini, bisogna parlarne il più possibile, ma va fatto contestualizzandole.
Mostrare tali immagini senza analizzarle nel contesto climatico e senza citare buone pratiche e soluzioni - che sì, esistono - non fa altro che alimentare un tipo di narrazione ansiolitica e catastrofista. E questo non è per nulla funzionale all’agire collettivo.
Il linguaggio apocalittico inibisce le nostre azioni
Non c’è nulla da fare: questo è il messaggio che ci arriva. La narrazione apocalittica può essere piuttosto controproducente, portandoci sulla difensiva e, di conseguenza, allontanandoci dal problema.
Il sociologo tedesco Ulrich Beck ci parla di catastrofismo emancipativo: i rischi globali permettono di orientarci verso un mondo diverso, mettendo al centro della nostra attenzione quei pericoli che per molto tempo non abbiamo voluto vedere o riconoscere. Così la crisi climatica si presenta come un problema che non riguarda solo l’ambiente ma anche i nostri stili di vita, la politica, il consumo e i diritti, ponendosi come un evento capace di portare alla rinascita della nostra società. Ma afferma anche che i rischi globali hanno un potenziale di cambiamento solo per mezzo della comunicazione pubblica.
Non asettica, semplice ed emotiva, ma senza che il sentimento su cui faccia leva sia esclusivamente la paura.
Focalizziamoci sulle soluzioni, non sulla paura
La paura, infatti, potrebbe risultare inefficace nell’indirizzare le scelte personali e collettive per limitare il riscaldamento globale: se il messaggio che passa è che non c’è soluzione, perché dovremmo sforzarci di modificare le nostre abitudini? Per lo stesso motivo, anche incitare al cambiamento per le generazioni future potrebbe non risultare del tutto efficace: perché dovremmo sforzarci se non ne vedremo i benefici?
Torniamo all’esempio del caldo torrido. Invece di mostrare solo immagini riguardanti l’aumento delle temperature, perché non utilizzarle per sottolineare l’importanza degli spazi verdi in città?
Le aree urbane, infatti, sono caratterizzate da temperature più alte proprio a causa del cemento e dell’asfalto che trattengono il calore - un fenomeno che conosciamo come isole di calore. Una problematica che può essere contrastata tramite la piantumazione di alberi e l'incremento del verde urbano. E di questo ne beneficeremmo nell’immediato.
I servizi ecosistemici svolti dalla vegetazione
Non solo regolazione del clima, i servizi ecosistemici che ne deriverebbero - vale a dire quei benefici che gli ecosistemi apportano al benessere umano - sono molteplici. Per esempio, un aumento della presenza di alberi porterebbe a una diminuzione dell’inquinamento atmosferico: possono, infatti, abbattere il particolato sospeso in atmosfera modificando i flussi d’aria e abbattendolo direttamente sulle foglie.
Un aumento della vegetazione in ambienti urbanizzati permetterebbe anche di contrastare l’inquinamento acustico, creando una barriera naturale capace di attenuare il rumore del traffico e di altre attività antropiche. Inoltre, il verde urbano svolge una funzione di protezione idrogeologica: l’impermeabilizzazione dei terreni fa sì che le piogge non vengano assorbite dal terreno, causando allagamenti e inondazioni - di cui ormai conosciamo bene i rischi e le conseguenze. Ma le piante rendono i suoli in grado di assorbire una parte delle acque, evitando che rimangano sospese in superficie e rilasciandole nelle falde idriche in maniera graduale.
Se vogliamo che le persone agiscano dobbiamo informarle in maniera corretta
Altri servizi ecosistemici svolti dal verde urbano riguardano il miglioramento del paesaggio, la tutela della biodiversità, la nostra salute fisica e psicologica, la creazione di spazi pubblici, l’aumento del valore immobiliare e via dicendo.
Insomma, alcune problematiche hanno soluzioni applicabili e teoricamente accessibili in tempi brevi. Quello che serve è una maggiore valorizzazione da parte delle città della vegetazione: solo questo - come abbiamo appena visto - ci permetterebbe di avere dei benefici su più fronti, quindi perché non parlare anche di questo?
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