La terra è una discarica: rivedere Wall-E nel 2025

Rivedere Wall-E nel 2025, da adulti, ci fa capire perché la nostra generazione è più attenta all’ambiente: siamo cresciuti guardando i film giusti.

Rivedere i film della nostra infanzia, a volte, può aiutarci a capire la strada che la nostra generazione ha intrapreso. In questo caso, parliamo della dedizione da parte della Gen Z alla causa ambientalista.

Stiamo parlando di Wall-E e ci permette di riflettere su una questione che dalla sua uscita nelle sale non è ancora stata risolta: l'inquinamento. È questo, infatti, il tema intorno a cui ruota il film di animazione e che ci permette di riflettere sulle nostre modalità di consumo.

La soluzione ai rifiuti, infatti, potrebbe trovarsi nelle nostre tasche.

Wall-E: il mondo è una discarica

«La spazzatura è uno strazio? C’è tanto spazio nello spazio» Queste sono le prime parole che vengono pronunciate in uno dei film di animazione che ha accompagnato la nostra infanzia: Wall-E. Uscito nelle sale nel 2008, non rappresenta un semplice cartone animato, ma è una vera e propria critica ecologista a una delle problematiche che maggiormente caratterizzano l’Antropocene: l’inquinamento.

A precedere la frase sopra riportata, infatti, ci sono i primi fotogrammi del film: una panoramica su un Pianeta che si è trasformato in tutto e per tutto in un deserto di rifiuti, in una discarica. Ma in questa devastazione ci mostrano subito anche un simbolo di speranza: una piantina nata in mezzo alla montagna di spazzatura, un simbolo di resilienza e rinascita di un mondo distrutto.

Dalla Terra allo spazio

Il nostro protagonista Wall-E - un robot compattatore dall’aria mezza sgangherata - la prende e la conserva, finché non entra in scena Eve, una sonda più pulita e moderna, proveniente da una colonia spaziale umana. Una volta scannerizzata la piantina e appurata la presenza di vita sulla Terra, la conserverà dentro di sé, sigillandosi e attendendo l’arrivo della nave, dove Wall-E la seguirà.

Subito notiamo il contrasto con le immagini iniziali: ora non ci troviamo più sulle rovine di un pianeta-discarica ma in un luogo perfettamente pulito, controllato, quasi asettico, in cui Wall-E viene identificato come agente contaminante. Sporcizia, appunto.

Nello spazio gli umani hanno costruito una colonia lontani anni luce dal Pianeta che hanno reso inagibile, in attesa che possa tornare abitabile: suona familiare?

In Wall-E andare nello spazio significa scappare dalla spazzatura, ma è davvero così?

Se dovessimo andare nello spazio ci lasceremmo realmente indietro le discariche? La risposta, ahimè, è no. Infatti - anche se si tratta di una tematica abbastanza trascurata - anche lo spazio è piuttosto inquinato e i detriti in orbita sono più di quelli che possiamo immaginare.

Secondo l’European Space Agency (ESA) - con dati aggiornati al 31 marzo 2025 - la massa degli oggetti in orbita ammonta a più di 13900 tonnellate. E in queste sono compresi:

  • 14050 satelliti di missili, di cui 11200 ancora funzionanti;
  • 40230 oggetti che sono tracciati e catalogati dalla Space Surveillance Networks, affinchè si possano evitare avvicinamenti pericolosi;
  • 40500 hanno una grandezza maggiore di 10 cm.

Se vi state chiedendo da cosa sono composti i rifiuti nello spazio, troviamo qualche risposta in satelliti non più funzionanti, attrezzi persi dagli astronauti, pezzi di satelliti esplosi, detriti derivanti dallo scontro di satelliti o da test.

Insomma, se anche riuscissimo a colonizzare lo spazio poco cambierebbe: i rifiuti ci seguirebbero anche a gravità zero, semplicemente perché siamo noi a produrli.

Intanto sul Pianeta Terra i rifiuti si trasformano in nuovi ecosistemi

Sì. Avete capito bene. E le imputate sono le isole di plastica. Qui - secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science - si sarebbero creati dei nuovi ecosistemi abitati da comunità microbiche, funghi, microrganismi e microalghe: tutti insieme vanno a comporre quella che viene definita come comunità epiplastica.

Le conseguenze? Ci riguardano eccome. Infatti, verrebbe alterata la qualità dell’acqua - che presenterebbe un calo di livelli di ossigeno - i nutrienti verrebbero trattenuti sulla plastica e, infine, incorreremmo anche nel rischio di diffusione dei patogeni.

Le variabili in gioco, leggiamo nell’articolo, sarebbero diverse - come condizioni ambientali e composizione polimerica - e rendono la questione complessa e da continuare a studiare.

Non solo Plastica! Anche i vestiti che compriamo (e gettiamo) sono un problema

Ricorderete che, non molto tempo fa, girava sui social la foto di una mucca in cima a una discarica di vestiti usati, frutto del consumismo e del modello fast-fashion

Secondo quanto afferma la Commissione Europea, il settore tessile, infatti, sarebbe responsabile del 20% dell’inquinamento di acqua potabile, tanto che nel 2020 sarebbe stato la terza fonte di degrado delle risorse idriche: pensiamo che per produrre una singola maglietta di cotone servono 2700 litri di acqua, l’equivalente di quella che una persona dovrebbe bere nell’arco di due anni e mezzo.

Per tutto c’è una soluzione e questa parte da noi

Quello della plastica e dei tessuti sono solo due esempi dell’impatto che abbiamo sul nostro Pianeta in fatto di inquinamento. Ma sono anche due esempi che ci mostrano quanto possiamo fare: la soluzione è nelle nostre mani. O meglio, nei nostri portafogli: teniamoli chiusi finché possiamo, non faremo che beneficiarne anche noi stessi! 

Risparmiando facciamo del bene all’ambiente, soprattutto non acquistando prodotti usa e getta e vestiti che non ci servono realmente. Ma a volte è inevitabile, quindi che potremmo fare? Vintage e second-hand sono le soluzioni migliori e anche le più accessibili, altrimenti esistono brand ecofriendly e sostenibili su cui possiamo fare affidamento.

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