Finiremo a bere l’acqua del mare? Alcuni Paesi lo fanno già!

La scarsità di acqua dolce e la siccità cominciano ad essere problemi insistenti per il nostro Paese e le piogge – sempre più rare e intense – non bastano per far fronte al problema: abbiamo bisogno della dissalazione.

In tempo di crisi climatica le piogge tendono ad essere meno frequenti ma più estreme, non permettendo al terreno – che già si trova a combattere con la cementificazione e la desertificazione – di assorbire l’acqua come dovrebbe. E cosa comporta ciò? Danni. Tra i quali troviamo la siccità. Infatti, la stagione dei temporali potrebbe non bastare per compensare la scarsità di acqua dolce che ha colpito il nostro Paese. Nel Sud Italia, le piogge che si stanno verificando questi giorni potrebbero non essere sufficienti per riempire gli invasi, che nell’ultimo anno – come riporta l’Ansa – hanno subito una riduzione della capacità idrica compresa tra il 17% e il 45%.

Fonte immagine: livesicilia.it


Gli eventi naturali – in questo caso – da soli non ce la fanno a dare sollievo alle regioni che, ormai da anni, combattono contro la siccità. Quindi cosa si può fare? Si chiede aiuto alla tecnologia, quella della dissalazione.

Dissalazione: cos’è e come funziona

La dissalazione (o desalinizzazione) è quel processo che permette di rimuovere il sale – così come altre impurità – dall’acqua di mare o da quella salmastra, rendendola adatta al consumo umano – quindi potabile, per intenderci – e all’irrigazione. Il suo scarto – ciò che rimane alla fine del processo – è chiamato salamoia: una soluzione salina concentrata in cui sono presenti anche delle sostanze chimiche, motivo per cui può danneggiare la biodiversità acquatica, quando scaricata in mare.

Le tecnologie che possono guidare il processo sono due: distillazione e osmosi inversa. Per quanto riguarda la dissalazione tramite distillazione – nota anche come dissalazione termica – funziona in questo modo: l’acqua viene scaldata fino al punto di farla evaporare, poi viene condensata e raccolta. Si tratta di un processo che richiede una quantità di energia non indifferente ma che è efficacie anche con acqua di scarsa qualità. Il secondo metodo, la dissalazione per osmosi inversa, invece, prevede l’utilizzo di membrane semipermeabili: l’acqua marina viene spinta attraverso queste grazie a delle pompe ad alta pressione che permettono di lasciarsi il sale e le impurità dietro.

Insomma, la desalinizzazione non è priva di conseguenze ambientali, come tutto del resto: l’impatto (totalmente) zero è un mito della sostenibilità. Nonostante ciò, la desalinizzazione è un tipo di tecnologia di estrema importanza nel contesto odierno. Infatti, viene utilizzata da diverso tempo dai Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, dove la siccità e la scarsità di acqua dolce sono dei problemi ben più antichi di quanto non lo siano in Italia. In questo caso, fare ricorso agli impianti di desalinizzazione è una scelta obbligata, in qualche modo.

Quello della dissalazione è un mercato in crescita in Italia e in Europa

Tra il 16 e il 18 ottobre si è tenuto – alla Nuova Fiera di Roma – il Blue Planet Economy Expoforum e, tra le conferenze proposte, si sono tenuti ben due panel sul tema della dissalazione. Tra gli ospiti abbiamo trovato Silvio Oliva (direttore dell’International Desalination Association), Roberto Mangano (ILF Consulting Engeneer), Alessandro Tamburini (dell’Università di Palermo) e Jihane Elwardi (responsabile dell’Unconventional Water Development Service del Marocco), la cui presenza ha permesso un confronto internazionale.


In Italia sono presenti circa un centinaio di impianti, i quali producono intorno ai 150.000 m3 di acqua al giorno. Un mercato appena nato se si considerano i numeri a livello globale: il numero dei dissalatori esistenti si avvicina ai 20.000, con una produzione giornaliera di 100 milioni di metri cubi di acqua. Ma, come vedremo, questa non è l’unica risorsa che è possibile ricavare.

Veniamo al dunque. Cosa è stato detto? Tante cose, naturalmente: si è parlato del funzionamento ingegneristico degli impianti, di circolarità, dei progetti europei di dissalazione, del posizionamento sul mercato, di emergenza idrica, dell’applicazione pratica della desalinizzazione e di rendere i processi più sostenibili. Vediamo le questioni più interessanti affrontate durante l’evento.

Non solo acqua potabile: la dissalazione può fornire anche materie prime critiche

In un’ottica di circolarità – spiega Alessandro Tamburini – il progetto SEArcularMINE – finanziato dall’Unione Europea e portato avanti dall’Università di Palermo – si è posto l’obiettivo di recuperare la salamoia di scarto al fine di ottenere da essa magnesio, litio e altri minerali (come rubidio, stronzio, cesio, gallio, germanio e cobalto).


Fonte immagine: searcuralmine.eu


Centrali, in questo caso, sono le saline, dove l'acqua di mare subisce un'evaporazione naturale e una cristallizzazione in bacini poco profondi. La salamoia che si crea è ricca di elementi concentrati, la cui estrazione potrebbe portare l’Europa ad avere accesso a minerali che attualmente importa. Si tratta di una ricerca importante, dal momento che stiamo parlando di risorse facenti parte delle materie prime critiche, necessarie per la produzione industriale, e che potrebbero essere prodotte da un elemento di scarto.

Altri progetti europei sulla dissalazione sono Water Mining e ReWais.

Alimentare le tecnologie di dissalazione tramite le rinnovabili (di cui una che non conoscete)

Altra questione affrontata durante i panel, è quella dell’uso dell’energia da parte degli impianti di dissalazione. Se è vero che il passaggio al processo di osmosi inversa permette un risparmio energetico, viene riconosciuta una certa importanza all’introduzione di fonti di energia rinnovabili, meno impattanti.

Il tema è stato affrontato sia da Roberto Mangano che da Jihane Elwardi, che – nonostante sottolineano come la priorità sia far fronte alla scarsità di acqua potabile – concordano sulla necessità di rendere il processo di desalinizzazione più sostenibile, fronte su cui anche lo stesso Marocco si sta impegnando. Inoltre, produrre energia in loco – tramite fotovoltaico o eolico – permetterebbe di abbassare i costi di produzione dell’acqua.

Altra fonte di energia possibile – citata durante la conferenza – è la Salinity Gradient Energy (o Blue Energy). Questa viene creata dalla differenza di concentrazione di sale tra due fluidi – acqua dolce e acqua salata – la quale funziona da forza motrice per gli ioni e si traduce in un potenziale elettrico, che viene poi convertito in elettricità.

La dissalazione è il futuro della potabilità?

L’emergenza idrica è una realtà con cui ormai stiamo convivendo ed è causata in gran parte dalla crisi climatica. Ma non solo: uso inefficiente delle risorse idriche, perdita nelle reti di distribuzione e nelle infrastrutture e scarso riutilizzo delle acque reflue sono altri fattori incisivi. E la pioggia, da sola, non riesce a colmare il fabbisogno di acqua dolce necessaria alle persone, all’agricoltura e all’industria.

Implementare le tecnologie di dissalazione, quindi, si rende un’azione necessaria. Inoltre, potrebbe portare ulteriori benefici se si adotta un approccio di circolarità: una volta terminato il processo di desalinizzazione, infatti, rimane la salamoia di scarto, dalla quale è possibile ricavare minerali importanti e di cui l’Europa ha bisogno. In questo modo, si evita anche di gettarla in mare, dove crea problemi a pesci e coralli. Questo – insieme all’uso delle rinnovabili per alimentare gli impianti – contribuisce a rendere il processo più sostenibile.

È vero, quando si parla di sostenibilità e di beni naturali, ricorrere alla tecnologia può sembrare controintuitivo, dato che essa stessa fa un uso ingente di risorse. Ma è anche vero che viviamo in un periodo storico e geologico particolare e il progresso tecnologico, se usato come si deve, può portare contributi importanti. In questo caso, la rilevanza della dissalazione sta anche nella sua importanza nel coprire il fabbisogno di acqua potabile di diversi paesi che, altrimenti, non saprebbero da dove prenderla. Inoltre, data l’emergenza idrica che anche noi stiamo affrontando, prendere esempio da queste realtà e implementare tale tecnologia anche in Italia non può che essere una buona idea.

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