Gig economy: luci e ombre sul cibo che ordiniamo
Il ruolo dei rider è diventato sempre più cruciale nella quotidianità occidentale. Eppure, è una posizione “grigia”, sia dal punto di vista giuridico che etico.
Già in diversi articoli passati vi avevamo parlato del districato rapporto tra la nostra generazione, quella Z, e il mondo lavorativo. Le nuove generazioni sembrano infatti rifiutare il modello lavorativo 9 to 5, complici anche le sfavorevoli dinamiche socio-economiche attuali. Inflazione, tassi d’interesse alti e crescita sempre maggiore del costo della vita sono i principali deterrenti per un giovane che ha appena mosso i primi passi lavorativi.
E non stupisce che la Gen Z sia alla costante ricerca di lavori secondari, spesso condotti in parallelo (o in simultanea, nei casi più estremi) a lavori più tradizionali.
Gig economy: sempre più Z
Bisogna tornare indietro di quindici anni per risalire al battesimo della pratica dei lavori a chiamata. Fu infatti la giornalista Tina Brown a parlare per la prima volta di gig economy in merito ad un fenomeno che nel 2009 era ancora misconosciuto[1].
Che cos’è la gig economy?
La pratica sempre più diffusa di assumere ruoli freelance, e lavorare dunque a chiamata, ha costituito un vero e proprio ecosistema economico indipendente, in cui sono racchiusi gli ingranaggi fondamentali di tutti quei servizi che siamo abituati ad usare quotidianamente. Uber, JustEat, Glovo o Deliveroo sono solo alcune tra le aziende più conosciute che offrono la possibilità di collaborazioni remunerative e facilmente accessibili a tutti.
Chi ne fa parte?
Giovane, non laureato e possibilmente straniero. È questo il profilo tipo del rider medio, almeno secondo un report della Banca d’Italia. I dati ci mostrano infatti un’età media ad inizio contratto di soli 25,4 anni, mentre sono quasi un quarto del totale gli stranieri che lavorano come rider. Dato interessante è invece quello relativo ai laureati: il 18,4%, un numero pur sempre maggiore della percentuale di donne che ricoprono questi ruoli, ferme al 15,2%.
Flessibilità e semplicità
In realtà, questi dati non dovrebbero stupirci. Dal punto di vista competitivo, la domanda offerta dalle grandi compagnie di delivery e trasporti è infatti allettante, soprattutto per chi ha necessità di lavorare. Flessibilità e veloci guadagni ragionevoli sono i punti cardine dei contratti offerti, e che attirano sempre più lavoratori. O almeno, questo è ciò che appare.
Il lato oscuro della gig economy
«Non è oro tutto ciò che luccica», scriveva alla fine del ‘500 William Shakespeare nel suo Il mercante di Venezia. Una metafora che, parlando di gig economy, calza a pennello.
Nel paragrafo precedente si è parlato degli enormi vantaggi offerti da questo sotto-sistema economico, che tuttavia ha in sé diversi aspetti alquanto controversi. Ma partiamo con ordine.
Rider: tutelati dalla legge?
Dal punto di vista giuridico, quello dei rider è un ruolo da sempre ricaduto in una zona “grigia” delle legislazioni mondiali. In particolare, ad essere stata contestata negli anni è la classificazione di questi lavori dal punto di vista legale. La questione è naturalmente cruciale se messa in relazione alle differenti tutele legali e sindacali che differenziano un lavoratore autonomo da un lavoratore dipendente.
I gig workers sono sì lavoratori che scelgono come e quando svolgere le proprie mansioni, ma la scelta è limitata sempre dai diktat della compagnia a cui si legano, ricevendo penalizzazioni di varia natura in caso di mancato raggiungimento di determinati obiettivi. Nella pratica, dunque, i rider sono considerabili veri e propri dipendenti e a dircelo è stata la Corte Suprema di Cassazione quattro anni fa con la sentenza n.1663/2020 .
Il caso Foodora
A seguito di un contenzioso nato tra i rider e la piattaforma Foodora, il Tribunale di Torino aveva escluso un rapporto lavorativo sia subordinato che etero-organizzato. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha ribaltato la sentenza, soffermandosi sui punti esposti precedentemente. La presenza di schemi lavorativi prestabiliti unilateralmente dalle aziende, con relative penalità per inadempienza, ha determinato per la Corte un rapporto chiaramente etero-organizzato. Nessun lavoro autonomo dunque per i rider, le cui tutele legali sono solo materia recente.

L’intervento dell’Unione Europea
Risale all’aprile di quest’anno la direttiva del Parlamento Europeo per provare a mettere ordine (finalmente) alla questione. L’UE si è innanzitutto scagliata sui casi di «falso autonomo» sempre più frequenti, ribadendo che, fino a prova contraria da parte delle singole piattaforme, quella dei rider è da considerarsi una posizione di lavoro subordinato, con tutte le relative tutele legali. Inoltre, è stata dichiarata l'illiceità decisionale degli algoritmi in merito a licenziamenti o allontanamenti dei dipendenti.
E proprio quest’ultimo punto ci apre le porte ad una profonda questione etica sull’argomento.
Gig economy: è davvero sostenibile?
Come affermano anche recenti studi scientifici[2], ciò che molti ignorano riguardo le piattaforme di delivery è che dietro quel comodo click da casa tanto sponsorizzato, che ci permette di avere in poco tempo il nostro cibo preferito sulle proprie tavole, vi è una schiera di persone munite di una bicicletta o di uno scooter pronti a sfrecciare freneticamente per le strade delle città pur di non perdere una posizione sempre più estraniante.
Un lavoro alienante
Ciò che di davvero insostenibile c’è in questo sistema è innanzitutto il grande comparto di algoritmi che gestisce i lavoratori. Coloro che ricoprono mansioni di rider sono infatti chiamati ad interfacciarsi con una piattaforma completamente automatizzata, la quale impone scadenze, compensi e arbitrari licenziamenti o sospensioni in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi imposti, con nessuna possibilità di contatto umano. E se uniamo tutto ciò al fatto che, come abbiamo visto, il profilo medio del rider è un lavoratore spesso disperato che per pochi euro è disposto ad attraversare in bici un’intera città, l’equazione è fatta.
Quella che la cultura propagandistica della tecnica farebbe passare come una grande pietra miliare dell’innovazione (con un largo e accecato consenso), è invece soltanto la nuova maschera dello sfruttamento, e a dircelo è la cronaca attuale.
I fatti di Bologna
Non bisogna fare alcuno sforzo di memoria o di ricerca per ritrovare il caso più eclatante in merito. Era lo scorso 22 ottobre quando in una Bologna sommersa dall’alluvione un rider pedalava per portare a termine l’ennesima consegna, rischiando la vita pur di non affrontare il cinico algoritmo che lo avrebbe penalizzato o licenziato per l’assenza di lavoro svolto.
Il tutto nonostante una chiara ordinanza emessa in merito alla situazione dal Comune di Bologna, a cui sembrerebbe aver dato ascolto solo la piattaforma Just Eat che non a caso resta l’unica attualmente a considerare i propri rider dei veri e propri dipendenti[3].

Photo by Peter Burka
La necessità di un cambiamento
Mentre si aspettano risposte dalla Procura della Repubblica riguardo l’esposto presentato da Filt-Cgil e NIdil-Cgil in merito alla questione di Bologna, risulta fondamentale arrivare ad una riflessione.
C’è indubbiamente ancora tantissima strada da fare affinché si possa arrivare ad uno stato quantomeno sufficiente in merito di diritti dei lavoratori. Ciò che preme maggiormente sono però le estreme condizioni che i gig workers, e non solo, sono costretti a fronteggiare.
Le culture di tantissimi Paesi nel mondo hanno in un certo senso normalizzato il morire sul e di lavoro, il vivere di lavoro, il sopravvivere per il lavoro, l'alienazione per il lavoro, lo sfruttare per il guadagno. Tutto ciò sembra infatti non smuovere più alcuna reazione in un’opinione pubblica sempre più anestetizzata. E al di là delle scelte di vita individuali, la vera tragedia si manifesta quando a rimetterci sono coloro che sono costretti a ciò dalle drammatiche dinamiche sociali, infangati peraltro dai propri pari secondo le assurde logiche della propaganda del merito, che già Rousseau nel 1762 definiva un «pensiero da schiavi» e che rappresenta ad oggi la grande menzogna dell’egemonia culturale occidentale.
Sitografia
[1] Gig economy - Significato ed etimologia - Vocabolario Treccani
[2] Zhi Ming Tan, Nikita Aggarwal, Josh Cowls, Jessica Morley, Mariarosaria Taddeo, Luciano Floridi, The ethical debate about the gig economy: A review and critical analysis,Technology in Society, Volume 65, 2021, 101594, ISSN 0160-791X,
https://doi.org/10.1016/j.techsoc.2021.101594
[3] Rai News, Bologna è allagata ma i rider sono costretti a consegnare il cibo sotto la pioggia
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