Il lavoro 9 to 5 non fa per la Gen Z, e non è per pigrizia

La ricerca del “posto fisso” ci attira di meno: preferiamo vivere oltre il lavoro e sentirci realizzati.

Immaginiamoci questa situazione. Siamo in videochiamata con il nostro team e ad un certo punto il nostro capo nota qualcosa. Dietro una collega non c’è la classica stanzetta – spesso nascosta da qualche filtro per non mostrare il disordine – ma un salone di bellezza.

-     Alyssa dove sei in questo momento?

-     Sono all’Honest Hour Nail Salon.

-     Ok, ma durante l’orario di lavoro?

-     Beh, sto lavorando e sto facendo questo allo stesso momento, sono multitasking.

Nella risposta di Alyssa è possibile scorgere il nuovo approccio al lavoro della Gen Z (il video della conversazione è disponibile qui).

Esiste un mondo oltre il lavoro, da vivere anche a scapito del “posto fisso”, il grande mito dei nostri nonni e dei nostri genitori.

Ciò si traduce in una serie di scelte lavorative che segnano una grande cesura rispetto al passato. Dalla ricerca di un futuro da freelance, dove essere capi di sé stessi, alla ricerca di lavori meno retribuiti ma con più flessibilità.

Un modo di evadere dalla routine – per dirlo all’americana – del 9 to 5.  

Fatti e miti del lavoro in chiave Gen Z

Ben inteso, la critica agli eccessivi ritmi di lavoro non nasce con i nati a partire dalla fine degli anni ‘90. Nella cultura pop le testimonianze sono innumerevoli, ne è un esempio il brano 9 to 5 di Dolly Parton del 1980, tratto dall’omonima pellicola.

Tuttavia, ci sarebbe un elemento che distingue la Gen Z dalle passate generazioni. Si tratta della capacità di esprimere le proprie opinioni sul luogo di lavoro, e di essere disposti ad abbandonarlo se questo non rispecchia i nostri valori.

«Non siamo tutti uguali, ma penso che in generale ci sia questa consapevolezza che la vita riguarda più la vita che il lavoro», afferma su un articolo di Forbes Danielle Farage, attivista attenta alle dinamiche lavorative dei giovani.

Il tema è stato oggetto di diversi studi focalizzati sui comportamenti e sui trend della Gen Z. Tra questi c’è quello realizzato da Deloitte – tra le prime società di consulenza e revisione contabile al mondo – dal titolo Welcome to Gen Z. Condotto su circa 1,5 mila “Gen Zer” – come vengono definiti gli appartenenti alla nostra generazione – lo studio ha indagato le priorità dei giovani e il loro impatto sul mondo del lavoro.

Tra i dati emersi, uno riguarda la work-life balance. Per i nati negli ultimi 30 anni, il denaro è importante, e rimane il più importante fattore nelle scelte lavorative. Tuttavia, ad esso si associano altri elementi come la flessibilità sul lavoro, i valori dell’azienda e i benefit da questa offerti.

«Se viene data la possibilità di accettare un lavoro meglio retribuito ma noioso, rispetto a un lavoro più interessante, ma non altrettanto bene retribuito, la Gen Z è divisa abbastanza equamente sulla scelta», si legge nello studio.

Le cause del cambiamento

Le motivazioni dietro il mutamento valoriale della Gen Z sono molteplici e sono state indagate in più ricerche. Tra queste, quella realizzata dal centro di studi PRRI – organizzazione no-profit che si occupa del rapporto tra religione, cultura e politica – mette in luce l’eterogeneità di questa generazione.

In particolare, il sondaggio si concentra sul panorama americano, dove 1 Gen Zer su 2 si identifica come non bianco. Si tratta del numero più alto di sempre della storia del Paese e ciò ha ripercussioni sui valori ricercati nelle aziende. Lo stesso discorso vale per il numero di appartenenti alla Gen Z che si identifica come appartenente alla comunità LGBT+.

Secondo il sondaggio realizzato da Deloitte, questa generazione non si limita a formarsi un’opinione sull’azienda basandosi sulla qualità dei prodotti da essa offerti. Al contrario, ricerca in questa un’adesione ai propri valori, con il 77% degli intervistati che dichiara di considerare importante questo aspetto.

Inoltre, secondo uno studio realizzato dalla Stanford University, un altro elemento da considerare è il clima di incertezza in cui è cresciuta questa generazione. Si tratta di condizioni molto diverse rispetto a quelle in cui sono cresciuti i loro genitori e i Millennial, a partire dalla globalizzazione e dalla rivoluzione digitale.

Quest’ultima ha permesso di sperimentare nuove pratiche di lavoro - tra cui lo smart-working - che prima erano marginali. E, dopo averne apprezzato i benefici in termini di flessibilità, la Gen Z è meno incline a rinunciarvi rispetto alle precedenti generazioni.

La Gen Z sta iniziando a lavorare, e ci sono conseguenze

Come sottolineato da uno studio della John Hopkins University, ogni generazione porta nel mondo del lavoro i propri bisogni e valori. Per i Baby Boomer la necessità principale era garantirsi un posto di lavoro stabile, il contratto “indeterminato”. La Generazione X guardava invece all’equilibrio tra lavoro e vita privata.

Millennials e Gen Z sono invece le generazioni meno disposte a fare compromessi, e allo stesso tempo quelle più stressate sul lavoro. Secondo i dati pubblicati dalla compagnia di consulenza Gallup – relativi al 2022 – il 68% dei lavoratori giovani dichiara di «sentirsi stressato spesso».

Per contro, nella Generazione X la percentuale di chi sperimenta spesso lo stress a lavoro cala al 56%. Tra i Baby boomer è ancora più bassa, attestandosi al 40%.

Questi dati assumono maggiore peso se si considera che – secondo il già citato studio della Hopkins University - nel 2030 la Gen Z costituirà circa il 30% della forza lavoro mondiale.

Ciò comporta un adeguamento al cambiamento da parte delle aziende. Queste dovranno essere abili ad attrarre i propri futuri dipendenti focalizzando la propria offerta su diverse direttrici. Tra quelle citate nello studio troviamo la promozione della diversità e dell’inclusione, della consapevolezza sulla salute mentale, l’attenzione alle prospettive di crescita e la responsabilità ambientale.

Tuttavia, una cospicua fetta dei lavoratori della Gen Z preferisce optare per un’altra via, quella del freelance.

Secondo uno studio realizzato dall’Upwork Research Institute, il 53% del lavoratori Gen Z sceglie il lavoro freelance rispetto al tradizionale 9 to 5 per soddisfare le proprie esigenze di flessibilità, etica e crescita personale.

Nel dettaglio, il 70% dei freelancer della nostra generazione sceglie questa carriera per la flessibilità; il 64% per vivere un ambiente di lavoro privo di discriminazioni e vincoli basati su età, etnia o genere; il 62% per svolgere un lavoro di cui sono appassionati.


di Mirko Aufiero

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