Acquistare a Km 0 non basta: il sistema alimentare va cambiato

L’attuale sistema alimentare è uno dei settori che più incidono sulla crisi climatica e l’alimento più impattante – anche sulla nostra salute – è proprio la carne. No, acquistarla localmente non serve a ridurre le emissioni: il problema non è il trasporto ma la sua produzione. L’unica soluzione possibile è diminuirne il consumo e mangiare più vegetale possibile.

Il sistema alimentare, insieme a quello energetico, rappresenta l’industria più impattante e più incisiva quando si parla di crisi climatica: infatti, produce il 27% delle emissioni di gas serra, consuma il 70% delle risorse idriche ed è una minaccia per molte specie che sono già a rischio estinzione. Per questo motivo è importante essere consapevoli di ciò che mettiamo nel carrello quando facciamo la spesa. Un’attenzione ai prodotti che, però, non deve riguardare solo l’etichetta. La provenienza del nostro cibo non è l’unico fattore che dobbiamo considerare, anzi, in realtà non è nemmeno quello principale quando si parla di sostenibilità: quello che realmente conta è cosa decidiamo di acquistare. Infatti, se è vero che l’agricoltura porta con sé il 90% della deforestazione tropicale, è anche vero che più delll’80% dei terreni agricoli è destinato all’allevamento e alla produzione di mangime per gli animali da reddito.

Fonte: orto da coltivare

L’impatto del sistema alimentare sull’ecosistema: l’allarme del Living Planet Index

Di recente, il WWF ha rilasciato il Living Planet Index, un report che mostra lo stato e l’andamento degli animali selvatici, le cui popolazioni risultano in grave declino. Queste, in media, sono calate del 73%. Ma se andiamo più nello specifico vediamo come a subire il destino peggiore siano le popolazioni di acqua dolce, con un declino pari all’85%. Al secondo e terzo posto troviamo quelle terrestri – diminuite del 69% – e quelle marine – scese del 56%.

Fonte: Pexels

Cosa comporta tutto ciò? Il mantenimento delle popolazioni minime vitali permette alle specie di sopravvivere a lungo termine. Ma non solo. Infatti, più queste diminuiscono più è probabile che ci siano ripercussioni su tutto l’ecosistema. In che modo? Ogni specie ha un proprio ruolo ma se non viene mantenuto un certo numero di individui, questi, non riusciranno a svolgere la propria parte in natura, minando il funzionamento e la resilienza della Terra stessa, servizi ecosistemici compresi. E – spoiler – noi dipendiamo proprio da questi.

Ma non è tutto perduto. 

La soluzione c’è ed è cambiare il modo in cui ci nutriamo

Nello stesso Living Planet Index viene sottolineato come cambiare il sistema alimentare costituisca una delle soluzioni principali al problema. In particolare, parla di diminuire lo spreco di cibo, di ottimizzare la resa delle colture e di mangiare più vegetale. La chiave, infatti, è proprio questa: diminuire il più possibile il consumo di carne. E no, nemmeno acquistarla locale basta per diminuire le emissioni. Questo perché il trasporto degli alimenti incide solo in piccola parte sulle emissioni di gas serra – a meno che non avvenga tramite aereo che, però, è utilizzato di rado e solo per i prodotti ad alta deperibilità. E ora abbiamo un articolo che lo mostra chiaramente.

Hannah Ritchie – data scientist e ricercatrice all’Università di Oxford – ha mostrato nero su bianco come acquistare a km 0 sia, in realtà, uno dei tanti miti della sostenibilità. Nel suo articolo riporta le emissioni di 29 prodotti alimentari diversi, sia animali che vegetali, facendo vedere da quale fase della filiera provengono le emissioni.

Cosa emerge da questo confronto? Che produrre un chilo di manzo emette 60 chilogrammi di CO2, mentre i piselli hanno un rapporto di uno a uno: per produrne un chilo si emette solo un chilo di CO2. E questo vale, in generale, per tutti i prodotti di origine animale: hanno un’impronta ambientale più alta rispetto agli alimenti di origine vegetale. E possiamo vederlo chiaro e tondo nell’immagine sottostante.

Fonte: Our World In Data

Vediamo anche come – per molti alimenti – la maggior parte delle emissioni deriva dal cambiamento dell'uso del suolo e dai processi nella fase agricola. Questa, in particolare, prevede l'applicazione di fertilizzanti, sia organici (come, ad esempio, il letame) che sintetici, e la produzione di metano (derivante dal sistema digestivo dei bovini). Presi insieme, l'uso del suolo e le emissioni costituiscono oltre l'80% dell'impronta ambientale. Il contribuito dei trasporti alle emissioni, come vediamo, è minimo, quasi impercettibile: in generale è meno del 10% e per la carne bovina non supera lo 0,5%. 

In sintesi, poco importa la provenienza della carne a livello di emissioni totali: rimane l’alimento più impattante. Non importa quanto impopolare sia ammetterlo.

Il sistema alimentare e la nostra salute: il cibo che dovrebbe nutrirci ci sta facendo ammalare

Ma non finisce qui. Gli impatti del sistema alimentare attuale non sono solamente ambientali, non riguardano solo le emissioni, questa è solo la prima fase. In un secondo momento tornano a noi – che consumiamo grandi quantità di carne di scarsa qualità – incidendo anche sulla nostra salute, sia pubblica che personale.

A livello di salute pubblica, parliamo di malattie zoonotiche: quelle che passano da una specie all’altra tramite il salto di specie e che sono state riportate in auge dalla pandemia di coronavirus – ma anche dall’influenza aviaria (di cui si è tornato a parlare recentemente) e suina, dal morbillo, dall’ebola, dalla rabbia e da molte altre. Ma qual è il collegamento con la carne? Il modo in cui questa viene prodotta: infatti, gli animali all’interno degli allevamenti intensivi sono il risultato di una selezione utile alla produzione. Questo significa che non hanno quel grado di diversità genetica necessaria per combattere le infezioni. Di conseguenza, è più facile che si formino focolai e che avvenga il salto di specie – anche per il numero elevato di individui tenuti insieme –, come abbiamo constatato tramite il recente caso della peste suina africana, che ha creato un danno economico non indifferente.

Per quanto riguarda la salute personale, l’enorme consumo di carne – oltre il limite del necessario – è collegato a un aumento di patologie come malattie cardiovascolari, obesità, diabete (il quale rappresenta la seconda causa di morte secondo la WHO) e antibioticoresistenza. Quest’ultima, in particolare, non va sottovalutata dal momento che a causa sua le persone muoiono perché non ci sono medicinali in grado di curarle.

Questo sistema alimentare è necessario per combattere la fame nel mondo? 

In realtà no. Partiamo col dire che il problema non è che siamo troppi su questo pianeta. Lo si sente dire spesso, è vero, ma la scarsità delle risorse è solamente una vecchia credenza nata verso la fine dell’800 dalla figura di Thomas Robert Malthus. Preoccupato per un eventuale tracollo economico a causa della crescita demografica, propone una legge sulla crescita della popolazione, la quale prevedeva il controllo demografico. Il presupposto su cui Malthus si fondava era questo: la disponibilità delle risorse non cresce tanto rapidamente quanto la popolazione. Da qui la convinzione, che ancora perdura, che non bastano per tutti.

Ma, ad oggi, tale credenza è stata superata e si è riconosciuto – come si intuisce già dalla prima metà di questo articolo – che il problema non è tanto la disponibilità ma la gestione delle risorse naturali. A questo si aggiungono le tonnellate di cibo che ogni anno vengono sprecate e gettate via.

A questo proposito, il Food Waste Index Report parla chiaro: solo nel 2022 sono state sprecate più di un miliardo di tonnellate di cibo, equivalenti al 19% di quello disponibile per i consumatori e a cui si aggiunge un 13% perso nella catena di approvvigionamento. Ma se state pensando che noi, in quanto consumatori, non possiamo farci nulla… beh, vi sbagliate! Infatti, il 60% dello spreco di cibo proviene dalle nostre case! Quindi possiamo evitarlo: acquistiamo solo il necessario e armiamoci di contenitori per conservare gli avanzi.

Cambiare la nostra dieta è necessario su tutti i fronti

L’attuale modello di produzione di cibo è altamente impattante a livello ambientale, incide in maniera significativa sulla crisi climatica – essendo un’industria che emette quantità di emissioni non indifferenti –, contribuisce alla scomparsa della fauna selvatica e dei suoi habitat e ci fa ammalare.

Molte persone sono convinte che il modo in cui l’industria alimentare è strutturata sia l’unica via possibile per garantire a tutti un pasto quotidiano. Ma se guardiamo da una prospettiva globale e più ampia, vediamo come in realtà non sia affatto così: questo sistema garantisce solamente sprechi. Le risorse naturali sono mal impiegate e gli alimenti veri e propri vengono gettati via anche se ancora buoni.

Fonte: IStock

La soluzione, però, ce l’abbiamo e la troviamo nel nostro piatto: che si decida o meno di diventare vegetariani o vegani, bisogna mangiare il più vegetale possibile! In questo modo, facciamo del bene all’ambiente, agli animali e anche a noi stessi. 


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