Tutti hanno bisogno dello psicologo?
Negli ultimi anni i social si sono fatti portavoce di una nuova luce su quello che per anni era stato un argomento sconosciuto e “misterioso”: la seduta psicologica. Il risultato ha però provocato una tendenza opposta.
“Inversione di tendenza” è l’espressione adatta per parlare della percezione riguardo il percorso psicologico. Per anni esso è stato infatti travolto da indifferenza, pregiudizi, scetticismo ma anche fascino e addirittura mistero. Tuttavia, oggi questo stesso argomento è al centro delle discussioni - interiori e sociali - degli individui. Si sta assistendo ad una maggiore prioritizzazione della salute mentale: in ogni ambito gli individui tendono sempre più a chiedersi se siano realmente felici e a non sottovalutare le proprie sofferenze.
La salute mentale e i social
Nonostante questo rappresenti un fenomeno di grande importanza, risulta necessario evidenziare profonde criticità, legate soprattutto alla diffusione di false credenze, oltre che alla banalizzazione della salute mentale.
Punto di forza o di debolezza?
L’inversione di tendenza di cui si parlava in apertura è stata certamente favorita dalla diffusione dei social media, su cui grava però un problema di fondo: l’algoritmo.
Al fine di raggiungere una grande mole di utenti, sempre più content creator seguono tendenze, precisi schemi comunicativi in linea su ciò che più possa piacere agli stessi utenti, almeno secondo le proiezioni dell’algoritmo.
Dai trend sospesi tra ironia e realtà al marketing dei professionisti del settore - non curanti della banalizzazione che stanno proponendo - ecco che si è andata a creare una immagine distorta della salute mentale stessa.
In tale contesto, il rischio più evidente riguarda un ritorno alle criticità del passato: pregiudizi, scarsa consapevolezza e disinformazione.
Sfatiamo alcuni miti
Per analizzare più da vicino la questione, ci siamo messi in contatto con la Dottoressa Alessia Scognamiglio, psicologa e psicoterapeuta. Con la Dr.ssa siamo partiti da una constatazione fondamentale: al contrario di quanto si dica, non tutti hanno bisogno dello psicologo.
L’importanza delle risorse interne
È importante innanzitutto considerare le azioni preliminari che ogni individuo mette in atto dinanzi una problematica sopraggiunta.
Per quella che è la mia esperienza, le persone non arrivano in terapia appena un problema si presenta. Di solito, fanno prima dei tentativi di risolvere da soli.
A tal proposito, la Dr.ssa chiarisce che potrebbe essere arrivato il momento di rivolgersi ad un professionista - naturalmente abilitato e iscritto all’albo di riferimento - soltanto «se quelle soluzioni non funzionano o se hanno smesso di funzionare, e se quel problema sta invalidando la nostra vita e le nostre relazioni».
Chi non va dallo psicologo è quindi più “forte” degli altri?
Arriviamo ora ad un altro dei miti più diffusi. Per quanto detto finora sull’utilizzo delle risorse interne, si può forse pensare che - come conseguenza - risolvere in autonomia una problematica (o convincersi di averlo fatto) significhi maggior resistenza e forza. La realtà è quanto più lontana da tutto ciò.
Come ci ha spiegato la Dr.ssa Scognamiglio,
le evidenze degli studi più recenti hanno dimostrato che la resilienza ha una componente genetica, e quindi dire che chi risolve i propri problemi da solo sia più forte di chi si rivolge ad un professionista è più o meno come dire che chi ha gli occhi marroni è più forte di chi ce li ha azzurri! Assurdo, vero? Ecco, più o meno diciamo la stessa assurdità.
Come sciogliere quindi tale pregiudizio? In questo caso bisogna fare affidamento innanzitutto alla propria umanità.
Credo che per superare lo stigma servano varie cose. Ad esempio, recuperare un po' di rispetto per l'individualità di ogni storia, ricordandoci che siamo tutti diversi, degni di cura e liberi di fare ciò che vogliamo. Poi forse dovremmo iniziare ad interrogarci sul perché mettiamo ancora tutta questa enfasi sul concetto di "forza" e sulla presunzione che abbiamo nel darne una definizione che poi imponiamo agli altri. Nella mia esperienza, i miei pazienti sono persone molto forti e coraggiose. E non lo dico per retorica. Chi si è rivolto ad un professionista sa quanta consapevolezza, forza d'animo e fatica servano per mettersi di fronte ad uno sconosciuto, chiedere aiuto e affidarsi.
Attenzione agli allarmismi
Cadere vittima di disinformazione è - come anticipato in apertura - un rischio altrettanto importante quando ci si approccia a contenuti di rapida fruizione. A questo proposito, la Dr.ssa Scognamiglio mette in guardia gli utenti.
Non credete a tutto ciò che vedete, e se un professionista vende una soluzione “assoluta” ad un problema, è molto probabile che farà di tutto per convincervi che abbiate quel problema illustrando dei sintomi talmente generici che è quasi impossibile non sentirsi identificati. Ovviamente, se avete dei dubbi rivolgetevi comunque ad un professionista. Starà poi a lui o lei guidarvi in un processo diagnostico più accurato. Ma di base ecco, l'autodiagnosi è come l'oroscopo: è tutto talmente generico che non ci si può non riconoscere un po'!
Secondo la Dr.ssa la responsabilità maggiore di tali dinamiche è ricoperta proprio dai professionisti del settore. Come ci ha spiegato,
Quando, come psicologi, abbiamo iniziato ad occupare spazi sui social ci siamo detti che fosse una cosa buona. E lo è: era importante che la psicologia uscisse dalla stanza del terapeuta, che l'andare in terapia venisse destigmatizzato, che avvicinassimo le persone alla salute mentale. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che non sempre abbiamo usato questo "potere" con la responsabilità necessaria, creando contenuti che nel migliore dei casi sono approssimativi (devo dire che questo deriva anche dalla natura dei social, che non sono di certo il luogo migliore per trattare tematiche complesse in maniera approfondita) e nel peggiore dei casi con un marketing aggressivo che finisce per indurre il bisogno di andare in terapia. La responsabilità di ridurre questo fenomeno è quindi prima di tutto di noi professionisti che lavoriamo nel campo della salute mentale.

Non solo problemi comunicativi
I social rappresentano ad oggi la principale fonte d’informazione soprattutto per le fasce più giovani della popolazione. Le modalità con cui vengono trattati determinati argomenti possono quindi avere una risonanza significativa sulle scelte effettive che le persone prendono nelle proprie vite. Tuttavia - al di là del mondo digitale - vi sono gravi problematiche soprattutto nel mondo reale.
Un’emergenza “silenziosa”
La Dr.ssa Scognamiglio ha sottolineato l’importanza di un fenomeno complesso e districato, che prescinde - almeno in parte - dai pregiudizi o le influenze comunicative.
Forse più che preoccuparci di chi ci dovrebbe andare e non ci va perché non se ne rende conto, ci dovremmo focalizzare su un altro problema: chi ha bisogno di andarci e non riesce ad accedere a servizi di salute mentale decenti. C'è poco personale, i presidi preposti sono oberati di lavoro e non riescono ad accogliere tutte le persone che fanno richiesta, il sistema sanitario nazionale italiano è ancora molto lontano dall'essere adatto nel rispondere a queste esigenze. Questo sì che è un problema.
Secondo quanto riportato dai dati più recenti dell’Ente nazionale di previdenza e assistenza per gli psicologi (ENPAP) infatti, ben il 20% delle persone coinvolte nella ricerca vorrebbe accedere al servizio di assistenza psicologica, ma non può[1].
- Per saperne di più: Aiuto psicologico, ne abbiamo bisogno soprattutto a livello pubblico
L’importanza del contatto con sé
Avere consapevolezza dei propri stati interni è il primo passo per riuscire a risolvere efficacemente i propri conflitti e disagi. E questo è tanto importante quanto non cadere in un meccanismo di eterna infelicità innescato da finti modelli irraggiungibili, sempre più popolari sui social.
In terapia i problemi li risolviamo, non li andiamo a cercare. In terapia è giusto (sacrosanto) andarci quando c'è una situazione di sofferenza, quando sentiamo di avere un problema e sappiamo descriverlo. Un po' meno quando stiamo bene, ma, indottrinati dalle storie patinate che vediamo sui social, iniziamo a nutrire il dubbio che potremmo stare meglio, ottenere di più, essere più ricchi, più felici, avere più successo, e che se non ci riusciamo sia perché forse c'è un blocco psicologico da qualche parte. Non ci riusciamo perché siamo esseri umani, e lo sono anche quelli che vedete sui social. Solo che non ve lo fanno vedere.
- Leggi anche: Pensare troppo nuoce gravemente alla salute
Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.
Mi piace: 0
Commenti: 0
