«In bilico su una linea sottile»: che cos’è lo spettro borderline di personalità
Nella sua storia, lo spettro borderline è stato spesso “vittima” di diagnosi errate. Oggi scopriamo che cos’è e come funziona, anche grazie all’aiuto di un’esperta e di una testimonianza diretta.
Parlare di spettro borderline di personalità non è mai facile. A differenza di altri tipi, quello borderline ha spesso una definizione ampia, sfumata, che è mutata nel corso degli anni. Lo studio sui soggetti borderline può dirsi relativamente recente, e sicuramente successivo agli studi sulla nevrosi e la psicosi, con cui i borderline condividono alcune caratteristiche. Ma partiamo con ordine.
Spettro borderline di personalità: una nuova chiave di lettura
L’organizzazione borderline ha di certo segnato un punto di svolta fondamentale nella comprensione del funzionamento della psiche e dei disturbi di personalità. Il tutto risale agli anni ‘50, quando ad essere al centro del dibattito scientifico vi erano tutti quegli individui che, seppur presentando un quadro clinico più grave della nevrosi, non soddisfavano a pieno i criteri della psicosi. Si deve allo psichiatra Otto Friedmann Kernberg la classificazione di queste caratteristiche come un “livello” indipendente, denominato “borderline” proprio perché al confine tra la nevrosi e la psicosi.
Spettro borderline: non sempre è un disturbo
Più degli altri tipi di personalità, quella borderline si distingue per un’alta sensibilità verso le emozioni che tipicamente la caratterizzano. A dircelo è la Dottoressa Magistrale in Psicologia Clinica Irene D’Agati, che ringraziamo. Secondo la Dr.ssa la definizione più corretta è proprio quella di «spettro», il quale «si riflette principalmente sulla dimensione emotiva e umorale, che poi determina schemi cognitivi e comportamentali». Ciò deriva da «un’ampia variabilità clinica associata al disturbo borderline, che riflette un’ampia disomogeneità tra pazienti che ricevono questa diagnosi». Per questo motivo, il termine “disturbo” è ora usato solo nei casi di «una manifestazione clinica di questo livello che si traduce in un quadro psicopatologico più grave, con sintomi più pronunciati e comportamenti problematici che influiscono significativamente sulla vita della persona».
L’importanza della diagnosi
Nella sua storia, lo spettro borderline è stato spesso “vittima” di diagnosi errate. Per questo motivo, oggi più che mai è importante poter risalire ad una corretta individuazione dei processi che minano il benessere dell’individuo. Attenzione però a non fermarsi alla semplice etichetta. Non a caso, la Dr.ssa D’Agati ci spiega come quella borderline sia «una diagnosi abbastanza frequente ma che rischia anche di diventare un calderone in cui vengono etichettati quadri di personalità la cui diagnosi è più complessa e non facilmente distinguibile».
Difatti, il rischio è di cadere in quello che la Dr.ssa D’Agati definisce un «pensiero dicotomico», che può diventare spesso un macigno insostenibile per chi riceve la diagnosi, soprattutto nel caso dello spettro borderline che, come si è detto, presenta una percezione emotiva degli eventi molto amplificata.
Per chi ha un disturbo borderline, il tema dell'identità e della personalità sono cruciali e il pensiero dicotomico del “tutto o nulla” è caratteristico. Ma il pensiero dicotomico, in questo caso traducibile in “tutto buono/sano o tutto cattivo/malato”, può essere dannoso per tutti.
Inquadrare lo spettro borderline a livello clinico
Con le dovute premesse, possiamo ora comprendere a pieno le principali caratteristiche dell’organizzazione borderline di personalità, che incide più di quanto pensiamo.
I dati
Secondo quanto riportato dall’Istituto Santa Chiara, il disturbo borderline interessa tra l’1,1% e il 2,5% della popolazione, prevalentemente le donne (75-80%). Ma ciò che più è rilevante quando si parla di borderline è l’alto tasso di comportamenti suicidari o parasuicidari. A riportarcelo è ancora la Dr.ssa D’Agati, secondo cui «tra l’8% e il 10% dei pazienti muore per suicidio entro 10-15 anni dalla diagnosi, con un tasso oltre 50 volte superiore a quello della popolazione generale».
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Come definire il disturbo borderline?
Con l’evolversi degli studi, anche le principali caratteristiche alla base della diagnosi sono cambiate. Come suggerito anche dalla Dr.ssa D’Agati, ad oggi una definizione esaustiva deriva dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), che definisce il disturbo borderline di personalità «una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore, unita a una marcata impulsività, comparse entrambe nella prima età adulta e presenti in vari contesti».
In sostanza, lo spettro borderline «si distingue per un’instabilità pervasiva che investe molti, se non tutti, gli ambiti della vita della persona», come afferma la Dottoressa D’Agati.
Quali sono le sue caratteristiche?
Non è sempre facile riuscire a definire con esattezza i meccanismi alla base del funzionamento borderline, data anche una forte labilità. Le persone che convivono con questa organizzazione di personalità vivono «una diffusione dell’identità, che significa una mancanza di un concetto stabile e integrato di sé e degli altri», oltre che «con un senso di sé frammentato, caratterizzato da immagini interne contrastanti e poco integrate di sé stesso e degli altri, e fa ampio ricorso a difese primitive come la scissione», come ci spiega la Dr.ssa D’Agati.
In particolare, ad essere prediletti sono proprio alcuni meccanismi difensivi, tipici del comportamento borderline.
C’è la scissione, attraverso cui gli individui percepiscono sé stessi e gli altri in modo dicotomico, completamente buoni o completamente cattivi. Conseguentemente c’è l’alternanza tra idealizzazione, che può definirsi la difesa della perfezione, ed è un meccanismo difensivo che si manifesta attribuendo a sé o agli altri qualità onnipotenti e perfette, spesso distanti dalla realtà, e svalutazione, che invece è la difesa del controllo, e si manifesta quando l’oggetto idealizzato non soddisfa più i bisogni del soggetto, diventando un oggetto totalmente negativo.

Le possibili cause dello spettro borderline
Spiegare un fenomeno psichico risalendo ad una singola causa è impossibile, sia esso adattivo o disadattivo. Ciò accade perché quello che siamo dal punto di vista psicologico è sempre il frutto di fattori genetici, ambientali e relazionali. In questo senso, lo spettro borderline non fa eccezione, e nel corso degli anni gli studiosi si sono concentrati su alcune macroaree in particolare.
Il ruolo del complesso sistemico-relazionale
Ciò che più degli altri aspetti incide nella vita di un individuo borderline è l’ambito interpersonale, che gioca un ruolo fondamentale anche dal punto di vista eziologico[*]. Già lo psichiatra statunitense James F. Masterson ipotizzò che i pazienti borderline vivessero uno stato di fissazione, ovvero di staticità psichica, ad una specifica sottofase dell’evoluzione relazionale umana. Questa sottofase fa parte del processo di separazione-individuazione che permette ad ogni bambino di staccarsi gradualmente dalla figura di riferimento, costruendo una propria identità. La sottofase a cui Masterson fa riferimento è collocata attorno ai 2 anni, e descrive quel momento della vita del bambino in cui ricerca un certo grado di autonomia, avendo però ancora bisogno di una figura di riferimento alle spalle che possa rassicurarlo dopo uno sbaglio.
L’esperienza del trauma nello spettro borderline
Come ci fa notare la Dr.ssa D’Agati «l’esperienza di un trauma relazionale, come l’abuso psicologico o emotivo, è spesso centrale nello sviluppo del disturbo borderline». Ciò accade perché «tali esperienze, soprattutto se avvengono durante fasi delicate dello sviluppo psicofisico, come l'infanzia o l'adolescenza, possono avere un impatto devastante sulla costruzione dell’identità e della stabilità emotiva della persona».
Il tutto risulta in linea proprio con la teoria di Masterson: sono infatti le esperienze traumatiche a determinare i fenomeni di fissazione.
Occhio però a non cadere in quello che la Dottoressa D’Agati chiama «un approccio riduzionista»: come spiegato precedentemente, «questo tipo di disturbo ha un’eziologia tendenzialmente multifattoriale».
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Vivere da borderline: la testimonianza di Sara alias Esse Non Esiste
Non fermiamoci però a conoscere la personalità borderline solo da un punto di vista nosografico. Cosa significa vivere e convivere con una personalità borderline? Lo abbiamo chiesto a Sara, nota sui social come Esse Non Esiste. È da circa un anno che Sara racconta di sé sul proprio canale YouTube, sul suo profilo Instagram e sul proprio blog, aprendo a tutti un mondo che, come abbiamo visto, non è sempre facile comprendere.
Avere una personalità borderline significa vivere le emozioni come fossero tempeste improvvise e a volte ingestibili. Significa provare una costante intensità emotiva che rende la vita quotidiana… intensa, a volte eccessiva. È come avere un filtro per cui tutto è amplificato, bello o brutto che sia. Ma non è solo intensità: è una continua lotta per trovare equilibrio, tra il bisogno di vicinanza e il timore dell’abbandono, tra la ricerca della propria identità e la necessità di non essere niente. Di base è un percorso di accettazione e di autogestione lungo che richiede tempo.

Quando le emozioni «prendono il sopravvento»
Tutto ciò ha naturalmente un forte impatto sulla propria vita. A raccontarlo è la stessa Sara, la cui quotidianità è fatta di sfide.
Nella vita quotidiana, l’impatto può essere davvero grande. Ci sono giorni in cui una piccola critica sembra un rifiuto devastante, o in cui una difficoltà lavorativa diventa insormontabile. È come se le emozioni prendessero il sopravvento, e ci vuole molta energia per non farsi travolgere. Però, con il tempo e gli strumenti giusti, impari a riconoscere questi momenti e a conviverci o ancora meglio a razionalizzarli nella loro totalità e impari a trovare un piccolo equilibrio. Non è semplice, ma ti spinge a conoscere a fondo te stesso ed è qualcosa che poche persone possono dire di aver fatto, scoprirsi, innamorarsi di sé stessi una seconda volta e della complessità con cui rispondiamo alle sfide. Ogni giorno è una nuova sfida, ma anche un’occasione di crescita.
In particolare,
alla base ci sono emozioni che si accendono in modo rapido e molto intenso. Questo crea una sorta di risposta impulsiva che rende difficile mantenere un equilibrio. C’è anche un senso di vuoto, di perdita di direzione, che a volte spinge a cercare costantemente conferme o a voler definire chi sei attraverso gli altri. È come essere in bilico su una linea sottile, sempre in cerca di sicurezza ma temendo di perderla.
Il rapporto con gli altri
Questa ambivalenza ritorna in molti aspetti di una persona borderline, soprattutto nelle relazioni interpersonali significative, che Sara definisce una «danza complicata».
Da un lato, hai un bisogno enorme di connessione e, dall’altro, una paura altrettanto grande di perderla. Questo nella mia vita ha creato spesso un mix di vicinanza e distanza che può essere difficile da gestire o anche solo da spiegare a chi ti sta accanto. Può capitare di idealizzare le persone, di vederle come perfette, e poi magari provare una delusione molto forte per piccole cose che fanno sì che anche il mio corpo mi chieda proprio fisicamente della distanza. Ma è un percorso, e con il tempo e il supporto giusto, impari a costruire relazioni più solide e a riconoscere il valore della stabilità.
Il ruolo dell’autosabotaggio
Con la Dr.ssa D’Agati abbiamo scoperto i meccanismi di difesa tipici della personalità borderline, come la scissione, l’idealizzazione e la svalutazione. Sara ci ha parlato di un altro meccanismo, strettamente correlato a questi ultimi e molto presente nella sua vita: l’autosabotaggio.
L’autosabotaggio è un po' una trappola. Succede perché è come se cercassi di proteggerti da una possibile delusione, ma alla fine la crei tu stesso. Capita spesso che mi aspetto qualcosa, da me stessa, dagli altri, e quando non succede (anche se parliamo di piccolezze) è come se fisicamente mi mancasse la terra sotto i piedi. È un meccanismo complesso e, se non lo riconosci, può farti sentire intrappolato. Ma imparando a osservarlo e capirlo, puoi trasformarlo in un’opportunità per crescere e cambiare, perché da quel meccanismo di difesa impari cosa ti fa stare male, cosa ti piace, cosa vuoi fare, cosa ti aspetti dalla vita. Personalmente quando ho imparato ad ascoltare cosa mi diceva l’autosabotaggio ho capito tanto di me e sono potuta andare ulteriormente in profondità in terapia.
L’importanza di un aiuto
Ed è proprio la terapia ad aver rappresentato per Sara una «guida che ti aiuta a riconoscere e comprendere ogni parte di te stesso», sebbene l'autoscoperta di sé attraverso la lettura e la cultura abbia avuto per lei altrettanta importanza.
La terapia è un percorso che richiede tempo, ma ti insegna a vedere le tue emozioni in modo nuovo, a trovare strategie per gestirle e a costruire quella stabilità emotiva che a volte sembra irraggiungibile. La terapia non cancella le difficoltà, ma ti dà gli strumenti per affrontarle, per conoscerti meglio e, soprattutto, per vivere con più equilibrio e serenità.
Infine, Sara ha voluto dare un consiglio a tutti coloro che si trovano in difficoltà:
Se posso aggiungere un piccolo consiglio: non arrendetevi. Sembra un consiglio assurdo ma davvero, è il più prezioso. E non fatevi mai dire che non siete abbastanza, o che siete troppo da gestire, che voi abbiate una diagnosi o meno, che voi siate alla ricerca di qualcosa per stare meglio oppure no, seguite la vostra strada. Amatevi. Lottate per voi stessi. Prendete a morsi la vita. Datevi sempre una possibilità anche quando nessuno è lì a sostenervi, a tutto c’è rimedio, dobbiamo solo scavare!
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