Suicidio: il disturbo mentale non è l’unica causa
Oggi, 10 settembre, ricorre la giornata mondiale per la prevenzione al suicidio. In occasione di questa tanto delicata quanto importante ricorrenza, noi di Nxwss abbiamo deciso di affrontare, anche grazie al contributo di esperti, questa tematica.
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un sostanziale innalzamento dei fenomeni relativi a disturbi psicologici che, più o meno gravi che siano, riguardano sempre più persone. E quello che fino a poco tempo fa era etichettato come una “moda”, o addirittura un capriccio delle nuove generazioni, ora è un fenomeno accertato da riscontri scientifici[1].
Dunque, oggi più che mai, è fondamentale prendere consapevolezza in materia di disturbi psicologici e tendenze suicidarie, al fine di riuscire ad offrire una prevenzione ed un aiuto sempre più efficace a sé stessi e a chi si trova in difficoltà. A tal proposito, la redazione si è messa in contatto con il Professore Maurizio Pompili, ordinario della facoltà di Psichiatria all’Università degli Studi di Roma "La Sapienza", oltre che professore di Suicidologia alla facoltà di Medicina e Psicologia della stessa Università, e con la Dott.ssa Cristina Rigon, presidente di Telefono Amico Italia, i quali ci hanno fornito un prezioso contributo per comprendere meglio ciò che sta accadendo nella nostra generazione.
Suicidio: un fenomeno in aumento?
In un report di qualche anno fa dell’Istituto Superiore di Sanità[2], è stato rilevato, in Italia, un tasso grezzo di mortalità per suicidio negli uomini dai 15 anni in su di 11,8 per 100.000 abitanti, e 3,0 per 100.000 abitanti nel caso delle donne comprese nella stessa fascia d’età.
Al riguardo, il Professor Pompili ci ha spiegato che
nelle decadi passate osserviamo delle fluttuazioni che non necessariamente, dunque, riguardano solo il nostro periodo. Nel periodo attuale, ovvero quello post-pandemico, sicuramente si è osservato un aumento, seppur non drammatico, che può essere spiegato soltanto nell'ambito della multifattorialità, ovvero non possiamo ricondurlo ad un’unica causa proprio perché l'individuo viene messo in ginocchio laddove c'è vulnerabilità e sofferenza e, nel momento in cui una situazione avversa fa leva su una fragilità dell'individuo, il dolore mentale può diventare insopportabile al punto tale da condurre il soggetto a vedere il suicidio come la migliore via d'uscita. Compito dei professionisti è proprio comprendere queste sofferenze per riconoscere i soggetti in crisi e dunque aiutarli.
Perché si suicidano più uomini che donne?
Inoltre, ci siamo soffermati sul grande divario di genere che risulta dai dati appena citati, che di certo non passa inosservato. In merito a ciò, il Prof. Pompili ci ha parlato di «paradosso di genere». Infatti,
è stato osservato che, anche laddove le donne utilizzano metodi più letali per suicidarsi, esse muoiono di meno rispetto agli uomini, i quali, al contrario, anche in circostanze in cui utilizzano metodi meno letali, finiscono per morire più spesso, come se avessero maggiore determinazione e impulsività nel creare una circostanza più letale.
Tuttavia, come sottolineato dal Professore,
in letteratura non esiste una spiegazione esaustiva al fenomeno. Non si riesce a comprendere, cioè, il motivo per cui gli uomini si suicidano di più rispetto alle donne.
La prospettiva sui giovani
Qual è, invece, la situazione tra i più giovani? Il Professor Pompili ci ha descritto una panoramica che sembra ribaltare la tendenza descritta dai dati dell’ISS.
Nonostante la mancanza di dati ufficiali, a causa della difficile tracciabilità dei fenomeni, attraverso la comparazione di statistiche internazionali ed esperienze dei singoli ambiti clinici, nell'ultimo periodo si è riscontrata una criticità maggiore tra i più giovani, tra i quali c'è stato un aumento dei tentativi di suicidio e autolesionismo. Questo aumento riguarda maggiormente le ragazze adolescenti, un dato che risuona in tutto il mondo e che valuta l'età adolescenziale del sesso femminile come la fascia più critica e vulnerabile alla rischiosità suicidaria e all’autolesionismo.
E, tra le possibili cause di ciò, il Prof. Pompili ci ha spiegato una teoria che, seppur non primaria, si sente di condividere.
Tra le numerose ipotesi avanzate, una delle più gettonate, descritta in un recente libro, The Anxious Generation (dello psicologo statunitense Jonathan Haidt n.d.r.), fa riferimento all'utilizzo dei social network nelle modalità tipiche del sesso femminile. Pone quindi l'accento su una socializzazione venuta meno, una crescita emotiva deviata ed ostacolata rispetto al passato che, collocata sui social, ha portato, per esempio, a compararsi con modelli irraggiungibili, e a vivere un'emotività a livello esponenziale come si vede, appunto, sui social network. Tutto ciò avrebbe portato ad una maggiore vulnerabilità.
I survivor: un tema troppo ignorato
Il Professore ha tenuto a mettere in risalto un tema che anche noi di Nxwss abbiamo affrontato con un post di qualche mese fa: i survivor. Come spiegato dal Prof. Pompili,
Sono coloro che hanno perso un caro per suicidio, una popolazione misconosciuta, che deve essere considerata.
Ed è proprio quello dei survivor il tema principale di “Quelli che restano. Vivere dopo il suicidio di una persona cara”, in uscita il 13 settembre, scritto dal Professor Pompili
per sottolineare quanto c'è da fare anche per coloro che purtroppo perdono un caro per suicidio.

Disturbi psichiatrici: quanto incidono sul rischio di suicidio?
Abbiamo inoltre chiesto al Professore di offrire una prospettiva psichiatrica sul fenomeno suicidario, anche alla luce della sua illustre carriera accademica.
Ovviamente i disturbi psichiatrici sono dei fattori di rischio importanti ma non esclusivi: non possiamo dire che un disturbo mentale sia l'unica causa del rischio di suicidio. Laddove esista un disturbo mentale coesistente ad una maggiore vulnerabilità, dettata anche da altre cause come disperazione, crisi di vita, emozioni negative, umiliazione, vergogna, il soggetto è sicuramente più vulnerabile. Ma sono i soggetti che, indipendentemente dalla diagnosi, non riescono ad avere fiducia nel futuro ad essere più a rischio di suicidio.
Aggiungendo che
Possiamo identificare delle fattispecie più tipiche del disturbo bipolare, della schizofrenia, della depressione maggiore, che riguardano maggiormente gli specialisti, i quali devono valutare il rischio di suicidio con domande appropriate, con un rapporto empatico con il paziente e anche con metodi farmacologici che, in base alla diagnosi, possono ridurre il rischio suicidario. Ma è proprio la multifattorialità a far risaltare più la sofferenza che la diagnosi del paziente.
Ciò che può essere ancora fatto per contrastare il fenomeno
In qualità di direttore del Servizio per la Prevenzione del Suicidio dell’Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma, il Prof. Pompili ci ha infine offerto una panoramica sullo stato dell’efficacia della prevenzione, anche in relazione ad una maggiore sensibilizzazione da parte delle istituzioni.
Sicuramente si sono fatti passi avanti, c'è maggiore attenzione e sensibilità, e ciò grazie anche a un investimento nel sensibilizzare le istituzioni, nella creazione di eventi, come quello che si terrà nell’Aula magna dell’Università "La Sapienza" di Roma il 18-19 settembre, che da oltre vent’anni porta all’attenzione la giornata mondiale per la prevenzione al suicidio.
Tuttavia,
certamente siamo anche una realtà isolata, ed è per questo che è importante aumentare ancor di più la formazione e l'informazione sul fenomeno, creando campagne di sensibilizzazione e di prevenzione primaria, quindi di sensibilizzazione per tutta la popolazione e di maggiore consapevolezza, con maggiori presidi dove chiedere aiuto, che potrebbe aiutare a contrastare meglio il fenomeno. Esistono poi tipi di prevenzione secondaria e terziaria che riguardando gruppi più selettivi, ma è importante iniziare già dalla prevenzione primaria.
Salute mentale: il ruolo dei centri di prevenzione
Ed è proprio di prevenzione che abbiamo parlato con la Dott.ssa Cristina Rigon, presidente di Telefono Amico Italia, tra le realtà più consolidate in materia di supporto e prevenzione emotivo e psicologico. Come affermato dalla stessa Dottoressa, nel solo 2023 Telefono Amico ha ricevuto oltre 7000 richieste d’aiuto da parte di chi si trova in difficoltà o chi è seriamente preoccupato per un proprio caro. E a chiamare maggiormente sono le donne, prevalentemente di giovane età. Questo dato, se comparato ai periodi pre-pandemia, in cui le richieste erano appena un migliaio, portano ad una seria riflessione che non può che spingere, così come fatto dalla stessa associazione con un comunicato, a lanciare appelli alle istituzioni affinché sia sempre più forte e presente il ruolo dei centri di prevenzione che, attraverso il totale rispetto della privacy e dell’anonimato, ha come obiettivo quello di
far intravedere una luce in fondo al tunnel
-Cristina Rigon

Le possibili cause
Se è vero, come anticipato nel paragrafo precedente, che le richieste di aiuto hanno subìto una sostanziale crescita rispetto al periodo precedente alla pandemia da Covid-19, per la presidente Cristina Rigon quest’ultimo avvenimento non esercita più un peso rilevante quando si parla di possibili cause. È la stessa presidente di Telefono Amico Italia a spiegarci, attraverso l’esperienza raccolta dall’associazione, che, soprattutto nelle nuove generazioni, si vive una profonda fatica a trovare un senso o un significato alla vita, una situazione che spinge, soprattutto i più fragili, a gesti estremi, che siano verso sé stessi o verso gli altri. In questo contesto, ad avere maggiore rilievo sono problemi relativi alla sfera familiare e sociale (e, infatti, a chiamare Telefono Amico sono in maggioranza persone che vivono con la famiglia o con amici), oltre a fallimenti personali, come possono essere quelli scolastici che, soprattutto per i più giovani, hanno un’importanza da non sottovalutare.
Tutti possono fare qualcosa
Come fa notare la Dott.ssa Rigon, l’adolescenza è un’età caratterizzata da profondi e repentini cambiamenti, sia fisici che psicologici, durante la quale risulta difficile saper interpretare correttamente un sentimento negativo. Per questo motivo, è fondamentale riuscire a tenere aperto il dialogo, affinché ognuno riesca ad esternare quelle emozioni più presenti. Per chi, invece, si trova al fianco di una persona già tormentata da pensieri negativi, la presidente consiglia di offrire una presenza ed un supporto equilibrato, non stressante, accompagnando l’interessato in un percorso con un professionista.
L’importanza del dialogo
Ma se, al contrario, si è direttamente coinvolti in queste dinamiche, la Dott.ssa Rigon sottolinea l’importanza di non sentirsi in qualche modo “malati”. I pensieri relativi al suicidio, come spiegato anche dal Professor Pompili, non sono sempre indice di disturbi ma, al contrario, possono nascere anche a causa di sentimenti profondamente negativi, come vergogna o isolamento in contesti sociali, non correlati a patologie. Per tutti coloro che si trovano in questa situazione, la presidente di Telefono Amico evidenzia la rilevanza del darsi tempo, riuscendo a comprendere che tutto è affrontabile e curabile. E ciò è possibile proprio tramite l’apertura con il mondo esterno, che sia con un amico, un familiare, o una figura a sé vicina, che possa fare da
cit. contenitore per il proprio malessere.
I nemici del sostegno
Nella società di oggi, però, esistono ancora credenze errate e luoghi comuni radicati che minano non poco le iniziative di richiesta d’aiuto, e dunque risultano decisamente pericolosi. È il caso del tabù relativo al sostegno psicologico, ancora visto con diffidenza e paura di essere giudicati. Ma per la presidente Rigon a costituire un rischio è anche la scorretta informazione relativa al fenomeno del suicidio, di cui si fa ancora difficoltà a parlarne esplicitamente e direttamente, cosa che risulta invece fondamentale se si vuole contrastare al meglio il fenomeno. Uno studio svedese di revisione della letteratura relativa a questo ambito condotto nel 2022[1], ha infatti rivelato che, soprattutto tra i più giovani, vi è ancora insicurezza e poca familiarità quando si parla di richiedere aiuto per problemi psicologici.
Se stai vivendo un momento complicato e non hai nessuno con cui parlarne, puoi contattare Telefono Amico Italia, tutti i giorni dalle 9 alle 24, al numero 02 2327 2327, tramite web call all’indirizzo www.telefonoamico.net o via chat attraverso WhatsApp al numero 324 011 72 52, attivo tutti i giorni dalle 18 alle 21.
Bibliografia
[1] Westberg, K. H., Nyholm, M., Nygren, J. M., & Svedberg, P. (2022). Mental Health Problems among Young People-A Scoping Review of Help-Seeking. International journal of environmental research and public health, 19(3), 1430. https://doi.org/10.3390/ijerph19031430
Sitografia
[2] https://www.epicentro.iss.it/mentale/giornata-suicidi-2020-fenomeno-suicidario-italia
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