ARFID, il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo: che cos’è?

Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, conosciuto con l’acronimo inglese ARFID, rientra tra i Disturbi del Comportamento Alimentare, e può avere gravi conseguenze. Ma che cos’è? Come riconoscerlo?

Sentiamo spesso parlare di Disturbo del Comportamento Alimentare, divenuto negli ultimi anni un tema molto dibattuto per la sua crescente incidenza, soprattutto in età adolescenziale. Tuttavia, al centro dell’attenzione mediatica vi sono disturbi come anoressia e bulimia che, certamente tra i più gravi e comuni, sono ormai parte dell’educazione alimentare di tutti noi. I DCA sono però innumerevoli, e spesso molto diversi tra di loro. È il caso del Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo, che si configura come un disturbo alimentare “atipico”. 

ARFID: un disturbo “nuovo”

Il Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo è forse meglio conosciuto con il proprio acronimo inglese ARFID, che sta per Avoidant Restrictive Food Intake Disorder. Al contrario di altri DCA, l’ARFID è stato riconosciuto come un disturbo psicologico soltanto nel 2013, mentre gli studi sulle cause e i fattori di rischio sono ancora più recenti. E questo è dovuto anche alle precise condizioni che devono essere verificate per risalire ad una diagnosi corretta di ARFID. Ma partiamo con ordine.

Che cos’è l’ARFID?

Come suggerito anche dal nome, questo disturbo riguarda tutti quegli individui che attuano una totalizzante selezione di cibi in base a consistenze, odori e sapori - e in alcuni casi marche - evitando categoricamente tutti gli altri cibi.

Naturalmente ciò comporta gravi implicazioni per quanto riguarda il fabbisogno nutritivo richiesto dal corpo.

Quali sono le differenze con altri DCA?

Come anticipato in apertura, il Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo è definibile come un disturbo d’eccezione rispetto ai canoni con cui siamo stati abituati a conoscere altri disturbi del comportamento alimentare. 

Per approfondire al meglio la questione, Nxwss si è messa in contatto con la Dottoressa Silvia Sanzò, psicologa e titolare della pagina ARFID Italia, la prima nel nostro territorio ad occuparsi di sensibilizzazione riguardo questo disturbo.

Come ci ha spiegato, l’ARFID differisce dagli altri DCA «perché la motivazione alla base della restrizione alimentare non è legata all’immagine corporea o al controllo del peso».

In particolare,

Si distinguono tre sottotipi di ARFID: 1) Disinteresse per il cibo, per cui la persona può non provare interesse e dimenticarsi di mangiare; 2) Sensibilità sensoriale, per cui i cibi vengono selezionati sulla base di caratteristiche come il colore, il sapore, l’odore, la consistenza e la temperatura; 3) Paura delle conseguenze avverse, ad esempio paura di soffocare, di vomitare o di provare altre sensazioni corporee spiacevoli. Una persona può avere sintomi riconducibili a uno o più sottotipi.

Come in ogni disturbo, però, è importante non limitarsi alle categorie diagnostiche. A dircelo è la stessa Dr.ssa Sanzò, secondo cui il rischio di comorbilità con altri disturbi alimentari esiste ed è un aspetto da non sottovalutare.

È importante non irrigidirsi nelle categorizzazioni. Ad esempio, sebbene i criteri per porre diagnosi di ARFID richiedano l’assenza di preoccupazioni per l’immagine corporea, studi recenti hanno dimostrato che alcune persone possono manifestare contemporaneamente sintomi di ARFID e di altri DCA [1]. Anche le persone con ARFID vivono in una società impregnata dalla diet culture e nulla vieta che possano sviluppare altri DCA, benché questo riguardi una minoranza di casi.

Come riconoscere l’ARFID?

Alla luce di quanto appena descritto, riconoscere questo disturbo non è sempre facile. Per la Dr.ssa Sanzò, un segnale importante è innanzitutto «l’esclusione di intere categorie di alimenti, ad esempio tutta la frutta e la verdura oppure tutti i cibi solidi».

Inoltre, particolare attenzione è posta al tentativo di provare cibi diversi dal solito.

Quando provano cibi diversi da quelli abituali, molte persone con ARFID riportano emozioni d’ansia, conati involontari e difficoltà a ingoiare i bocconi. Per questo, possono iniziare a evitare le occasioni sociali come pranzi e cene.

Le conseguenze, oltre che fisiche e psicologiche, sono quindi allargate anche all’interazione con i contesti sociali. Tuttavia, come specifica la Dr.ssa Sanzò si può parlare di ARFID soltanto se sono escluse cause come «condizioni mediche, uso di sostanze o da altri disturbi psicologici», escludendo inoltre «ragioni culturali, morali, religiose o dalla deprivazione economica».

Infine, dal punto di vista epidemiologico «si manifesta mediamente a un’età più precoce e con una distribuzione di genere più bilanciata rispetto agli altri DCA».

fonte

I fattori di rischio dell’ARFID

Gli studi sulle cause del Disturbo evitante/restrittivo sono molto recenti, e ancora ai primi passi. La comunità scientifica ha comunque fornito diversi dati interessanti, che ci permettono di comprendere meglio cause e fattori che aumentano la probabilità di insorgenza di questo disturbo.

Quali sono le cause?

Come ci ha spiegato la Dr.ssa Sanzò - attingendo alla letteratura in merito - sono numerose le variabili causali coinvolte nello sviluppo dell’ARFID.

Spesso la selettività alimentare è associata alla neurodivergenza (autismo, ADHD): le persone neurodivergenti possono infatti manifestare una sensibilità sensoriale superiore o inferiore rispetto a quelle neurotipiche. È bene ricordare che tra i nostri sensi è compresa anche l’enterocezione, ovvero la capacità di conoscere quello che accade dentro il nostro corpo, come le sensazioni di fame e sazietà.

Inoltre - come spesso accade - l’influenza dell’ambiente circostante l’individuo può avere un ruolo decisivo.

Se a livello remoto sono state trovate associazioni tra ARFID e nascita pretermine [2] l’ARFID legato alla paura delle conseguenze avverse può essere scatenato da esperienze traumatiche a qualsiasi età. In generale, un contesto non giudicante, che stimoli la curiosità verso il cibo e verso la scoperta delle proprie preferenze, senza trasformare i pasti in momenti di costrizione o lotta può favorire la costruzione di una visione più positiva dell’alimentazione.

Quanto conta l’ereditabilità?

Spesso si parla di disturbi alimentari in riferimento a comportamenti disadattivi e pericolosi per la salute messi in atto a seguito di precise cause, mettendo in secondo piano - o escludendo - una predisposizione genetica. Nel caso dell’ARFID questa valutazione viene però ribaltata. La Dr.ssa Sanzò ci ha infatti riportato un recente studio che rileva un’elevata componente ereditaria nello sviluppo del disturbo (79%), «superiore a quella degli altri disturbi alimentari» [3]. Un dato che «non implica un’impossibilità di migliorare il benessere personale», come sottolinea la Dottoressa.

Affrontare l’ARFID

Nel tentativo di affrontare un disturbo psicologico il primo grande ostacolo è rappresentato dalla serie di pregiudizi, critiche e stigma che vengono posti su chi ne è interessato. Anche nel caso dell’ARFID, fronteggiarlo significa innanzitutto abbattere le pesanti minimizzazioni dei comportamenti tipici del disturbo. 

Infatti, secondo la Dr.ssa Sanzò

non si tratta solo di ampliare la propria alimentazione, un primo grande passo è l’accettazione di sé: spesso le persone con ARFID vengono bollate per tutta la vita come “schizzinose” o “viziate” e interiorizzano la credenza di essere profondamente sbagliate, di aver bisogno che qualcuno le aggiusti. In realtà l’obiettivo non è arrivare a una fantomatica “normalità”, bensì riuscire a vivere una vita soddisfacente e meno limitata.

L’ARFID vista più da vicino

Grazie alla sua esperienza professionale, la Dr.ssa Sanzò ci ha offerto una situazione tipica di un caso di ARFID. Paolo (nome di fantasia), combatte con il Disturbo evitante/restrittivo da assunzione di cibo fin da bambino, vivendo costantemente con le pressioni dei familiari.

Paolo ha 18 anni, mangia pane, penne al pomodoro, nuggets di pollo, patatine (solo sottili e senza salse), succo di frutta (di una marca specifica). Odia le consistenze morbide e acquose come quelle della frutta, gli odori forti sono repulsivi per lui, così come i cibi con un colore disomogeneo. Per questo, odia anche cucinare ed evita il più possibile di entrare a contatto con il cibo. Ogni tanto si dimentica di mangiare e preferirebbe poter assumere una pillola con tutti i nutrienti necessari a sopravvivere. La sua famiglia gli fa sempre pressioni per mangiare di più. Inizialmente pensavano fosse solo una normale fase evolutiva, poi hanno portato la questione al pediatra, che ha suggerito di introdurre gradualmente un elenco di cibi, scelti senza considerare le preferenze sensoriali di Paolo.

Per Paolo l’esperienza dell’assunzione di nuovi cibi è stata traumatica, ed ha ancora conseguenze sulla sua vita.

Quando ha provato ad assaggiare questi cibi, però, Paolo non è riuscito a mandarli giù, gli è venuto da vomitare e quindi ha rifiutato ogni ulteriore tentativo. Gli sono stati infine prescritti integratori nutrizionali. Da bambino questa situazione non gli pesava molto, semplicemente non partecipava alla mensa scolastica. In adolescenza Paolo ha iniziato a evitare le situazioni sociali per paura di essere rifiutato, memore dei commenti dei suoi parenti e di qualche amico sulle sue “stranezze”. Sta iniziando a provare ansia perché a fine anno andrà in gita scolastica e, mentre i suoi compagni non vedono l’ora, lui non sa come sopravviverà e cosa penseranno gli altri di lui. Inoltre, rifiutare gli inviti lo sta portando a un isolamento che lo fa sentire molto triste. Si chiede se riuscirà mai a condurre la vita che desidera, ad avere un appuntamento romantico, a diventare un bravo giocatore di basket, a viaggiare all’estero, a lavorare in un’azienda dove si mangia insieme in pausa pranzo.

Gen Z e salute mentale

Il rapporto tra i giovani e la salute mentale sta sicuramente cambiando. I DCA di cui abbiamo parlato in questo e altri articoli rappresentano una delle numerose espressioni del disagio psicologico che sempre più giovani stanno provando negli ultimi anni, soprattutto in relazione ai nuovi mezzi che abbiamo a disposizione. 

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