Brain rot: come la Gen Z sta dicendo addio alla salute mentale
Brain rot è la parola dell’anno secondo Oxford: descrive il deterioramento dello stato mentale delle persone dopo ore passate a scrollare contenuti banali sui social media. Questi stanno distruggendo la salute mentale della Gen Z, causando ansia, depressione e dipendenza.
Viviamo nell’epoca dei social media e piano piano stiamo cominciando a renderci conto di ciò che questo comporta. Nati con lo scopo di mettere in contatto le persone, hanno subito anche loro un’evoluzione: adesso tentano in tutti i modi di tenerci attaccati allo schermo il più possibile. E ci riescono, soprattutto con le nuove generazioni.
I social media sono sviluppati secondo il Modello Hook, usato proprio per creare forti abitudini negli utenti. Comincia tutto con un trigger esterno, la notifica, che crea un desiderio a cui rispondiamo cliccando su essa. Dopodiché arriva l’elemento chiave: la ricompensa variabile. Potremmo trovare un like, un commento o un messaggio positivo come potremmo non trovarlo: è proprio questo dubbio, questa speranza a creare un effetto durevole. Infine, il modello in questione prevede un ultimo elemento, vale a dire l’investimento del proprio tempo e delle proprie energie tramite post, commenti e interazioni. A questo punto si ricomincia da capo. Siamo agganciati.
Ma quali sono le conseguenze? Non solo dipendenza ma anche deterioramento cognitivo e della salute mentale, due questioni che stiamo per approfondire, a partire dal fenomeno del Brain rot.
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Non siamo tutti ADHD, siamo tutti Brain rot
La parola dell’anno è Brain rot. A decretarlo è Oxford, a seguito di una votazione pubblica che ha coinvolto 37 mila persone. Il termine sta per “marciume celebrale” e indica il deterioramento dello stato mentale e intellettuale di una persona in seguito al consumo eccessivo di contenuti di bassa qualità sui social o su internet in generale.
Seppur entrato in auge nel corso di quest’anno, stando a quanto afferma Oxford University Press l’origine del termine va fatta risalire alla metà dell’Ottocento, quando Henri David Thoreau lo utilizzò per descrivere e criticare la svalutazione delle idee complesse in favore di quelle semplici, causando il declino dello sforzo mentale e intellettuale. Possiamo notare come tale significato calzi a pennello con l’utilizzo che facciamo dei social media.
Tra le conseguenze del Brain rot troviamo il doomscrolling: la continua ricerca di notizie negative e stressanti. Ma non finisce qui. Annebbiamento mentale, letargia, problemi di attenzione, declino cognitivo, difficoltà nell’organizzare le informazioni e nel prendere decisioni, scarsa capacità di problem solving e problemi di memoria sono tutti effetti di questo fenomeno.
Non solo Brain rot: la Gen Z sta dicendo addio alla salute mentale grazie ai social media
Fonte: Pexels
Le emozioni sui social sono contagiose. Ad affermarlo è Jonathan Haidt, psicologo e autore del libro “La generazione ansiosa. Come i social hanno rovinato i nostri figli”. Focus del suo testo è proprio la relazione tra social media e salute mentale della Gen Z, e il quadro che esce fuori dà una spiegazione al perché la nostra generazione ha fatto della psicoterapia un mantra: le malattie mentali sono epidemiche e i social sono i focolai.
L’algoritmo, infatti, tende a proporci i contenuti in base alle ricerche che facciamo e se queste riguardano la salute mentale verremo inondati da post e video che parlano di ansia, depressione e disturbi psicologici. E dato che ad essere contagiose sono soprattutto le emozioni negative, dovremmo prestare molta attenzione: potremmo sentirci peggio noi stessi e potremmo fare in modo che gli influencer che seguiamo si identifichino ancora di più con il proprio disturbo. Questo accade per la logica dell’audience capture: sui social per avere successo e visibilità devi essere diventare una versione sempre più estrema di quello che i tuoi followers vogliono vedere.
Haidt – a proposito di questo contagio – parla di epidemia sociogenetica, vale a dire generata da forze sociali, e cita un’intuizione di alcuni psichiatri tedeschi: questi notarono un aumento di giovani che si presentavano in clinica convinti di avere la sindrome di Tourette, solo che i sintomi che presentavano non rientravano nell’analisi. Quello che si scoprì è che imitavano – inconsciamente – un influencer che ne soffriva realmente.
Differenze di genere: maschi e femmine non vengono influenzati allo stesso modo dai social
Haidt riporta un altro dato interessante: anche i social presentano un gender gap e colpiscono maggiormente la salute mentale del genere femminile, causando ansia, depressione e altri disturbi. Questo perché – come riporta lo psicologo nel suo testo – le ragazze passerebbero più tempo sui social media rispetto alla controparte maschile.
Quello su cui i social fanno leva – secondo lo psicologo – sono il confronto sociale e il perfezionismo socialmente prescritto, due elementi che influenzano in misura maggiore le femmine. Dato che secondo Haidt la posizione sociale delle ragazze dipenderebbe in larga parte da bellezza e sex appeal, tendono a sviluppare più insicurezze riguardo all’aspetto fisico, alimentate da standard di bellezza sempre più elevati, esposizione a immagini di donne magrissime e commenti a cui sono sottoposte. Dovranno poi fare i conti con le aspettative della società e con l’ansia del fallimento pubblico: la validazione di sé avviene contando il numero di like. Tutto ciò può portare a soffrire di dismorfofobia e, in casi più estremi, al suicidio.
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Il confronto sociale ha portato anche a un aumento della competizione e quindi del bullismo: l’incubo peggiore di un adolescente è la morte sociale. La reputazione è tutto e sui social può essere rovinata in un attimo, per questo motivo le ragazze controllano di più ciò che fanno e dicono: hanno paura della viralità e della permanenza dei social. Ogni azione, ogni foto, post e commento ha lo scopo di curare il proprio brand.
Un altro rischio a cui sono esposte è quello di molestie: spesso le foto intime vengono estorte alle ragazze, che possono anche essere vittime di revenge porn. La diffusione di tali immagini – secondo l’autore – non avrebbe lo stesso effetto deleterio sul sesso opposto.
Ma quindi la salute mentale dei maschi è salva?
Non proprio. Seppur in modo diverso, anche i ragazzi subiscono gli effetti di internet: non sono i social media a minare la loro salute mentale ma videogiochi e pornografia.
Nel primo caso sembra che i videogames mitighino la solitudine, ma in realtà danno vita a un circolo vizioso che induce a utilizzarli sempre di più per evitare tale sensazione. In questo modo si crea una dipendenza – che riguarda l’1-2% della popolazione adulta e il 7% degli adolescenti – e i videogiochi iniziano a provocare stress, ansia e depressione. Giocare richiede infatti del tempo, che viene sottratto a studio, sonno e interazioni sociali.
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Le conseguenze più gravi, tuttavia, sono causate dalla pornografia: il suo utilizzo evita di doversi approcciare con le ragazze, evitando imbarazzi e possibili rifiuti che, però, sono necessari alla crescita. I dati riportati da Haidt affermano che nel 2014 il 24% dei ragazzi adolescenti guardava porno tutti i giorni, un buon 10% ha ridotto l’interesse per potenziali partner reali e un altro 10% ha sviluppato una vera e propria dipendenza.
L’uso massiccio di materiale pornografico potrebbe, quindi, alterare le relazioni sentimentali e sessuali perché le ragazze reali sono percepite come meno attraenti. E questo è vero anche se si è in una relazione: i consumatori compulsivi di porno, infatti, tenderebbero a evitare i rapporti sessuali con le partner, e pare che siano meno soddisfatti sessualmente.
- Ad affiancare il testo di Haidt troviamo un sito che è possibile consultare per dati, approfondimenti e consigli su come migliorare la nostra salute mentale.
C’è una via di uscita
Sintetizzando, i social e internet possono avere un effetto deleterio sul nostro cervello, creando nei due sessi insicurezze complementari che si alimentano a vicenda. E questo accade anche perché abbiamo accesso illimitato alle piattaforme: se prima si poteva accedere a internet solo tramite pc, con gli smartphone non facciamo mai una pausa. Ma forse dovremmo. Anzi, dobbiamo.
L’analisi di Haidt ci colpisce nel profondo, perché siamo noi la Gen Z e i social media sono una parte importante della nostra socialità. Ma lo scopo non è quello di colpevolizzarci, tutto l’opposto semmai: prendere consapevolezza dell’uso che ne facciamo in modo da non farci sopraffare da essi.
Per salvare la nostra salute mentale dobbiamo limitare il tempo che passiamo davanti gli schermi, mettere un blocco temporale alle app che ci distraggono, disattivare le notifiche non necessarie e, perché no, prenderci delle giornate detox dalla tecnologia.
Per quanto riguarda gli adolescenti e i bambini vale lo stesso, ma con qualche aggiunta: secondo Haidt bisognerebbe aumentare l’età minima per iscriversi sui social ad almeno 16 anni e migliorare il modo in cui viene verificata, magari contrassegnando i dispositivi come proprietà di minori e vietando inoltre i telefoni a scuola, negando gli smartphone prima del liceo. In questo modo possono migliorare salute mentale, risultati accademici e capacità sociali.
L’Australia ha già vietato l’iscrizione ai social ai minori di 16 anni. Ne abbiamo parlato in questo post
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