Tra linguaggio, socialità e ansia: che cos’è il mutismo selettivo

Il mutismo selettivo rientra tra i disturbi d’ansia più rari, e interessa maggiormente bambini e adolescenti. Da cosa è caratterizzato? Quali sono le cause?

Per la rubrica Metapsicologia, oggi parleremo di un disturbo poco conosciuto, le cui implicazioni cliniche sono ancora oggetto di studi: il mutismo selettivo. Si tratta indubbiamente di una condizione peculiare, su cui sono sorti numerosi interrogativi.

Mutismo selettivo: le principali caratteristiche

Il linguaggio è tra le facoltà principali possedute dall’essere umano. Talvolta però il suo sviluppo nell’arco della vita può incorrere in alcune difficoltà di varia natura, che vanno da fenomeni come dislessia e disgrafia a condizioni ben più gravi come l’afasia.

Come viene classificato?

Al contrario di tali affezioni, il mutismo selettivo non è però considerato un Disturbo del linguaggio, tantomeno una conseguenza di deficit neurologici.

Il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5-TR) inserisce il mutismo selettivo tra i disturbi d’ansia, definendo precisi criteri

In infanzia, se da una parte è importante non sottovalutare alcun segnale, dall’altro è fondamentale non arrivare a conclusioni affrettate.

Il DSM specifica infatti che il mutismo selettivo è tale solo se l’individuo presenta mutismo in specifiche situazioni - come quelle scolastiche ma solo dopo il primo mese di scuola - e non in altre, dunque lo sviluppo cognitivo e linguistico è totalmente inalterato. Inoltre, non è possibile parlare di mutismo selettivo se il soggetto presenta anche Disturbo dello spettro autistico, disturbi psicotici o schizofrenici o se è inserito in contesti estranei alla propria lingua madre[1]. Tuttavia, bisogna specificare che il disturbo - come anticipato - risulta estremamente raro: secondo uno studio statunitense interessa un bambino su mille[2].

Perché “selettivo”?

Alla luce di quanto espresso nel DSM, è possibile comprendere meglio l’importanza circostanziale riguardo la manifestazione del disturbo. I soggetti interessati tendono infatti a chiudersi nel silenzio quando posti in situazioni cariche di aspettative su di sé, come può essere appunto un contesto scolastico, in cui si viene spesso chiamati a leggere e parlare ai fini didattici. Ma non è tutto. 

Il mutismo selettivo può infatti riguardare non solo la comunicazione bambino-adulto, ma anche lo scambio verbale tra pari. Si può dunque affermare che il fenomeno del mutismo sia strettamente correlato con l’esposizione a contesti sociali[1].

Pensiamo per esempio a tutti quei bambini che a scuola tendono a non partecipare attivamente alle attività sociali e didattiche: se è vero che potrebbe trattarsi di semplice “introversione”, è anche vero che quel bambino potrebbe non riuscire a partecipare pur volendo, vivendo una sensazione di “blocco” nell’esprimere anche semplici frasi o parole.

Non solo il linguaggio

Diversi studi hanno rilevato una forte comorbilità tra il mutismo selettivo e altri disturbi d’ansia. Nello specifico, spesso i soggetti interessati dal disturbo in esame presentano contemporaneamente anche il disturbo d’ansia sociale, una fobia specifica o entrambi[3][4].

Da tali conclusioni, gli studiosi hanno ipotizzato una possibile eziologia temperamentale alla base della manifestazione del mutismo selettivo, nei termini di inibizione comportamentale o scarsa capacità adattiva dell’individuo all’ambiente esterno[4].

Secondo questa prospettiva, il mutismo selettivo coincide quindi con sentimenti ansiosi che provocano il “blocco” di cui si parlava in precedenza, causati sia da uno scarso grado di adattamento del bambino ad ambienti extrafamiliari, sia da una eccessiva repressione di comportamenti.

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Le cause del mutismo selettivo

Nel corso degli anni numerosi studiosi si sono interrogati sulle possibili cause alla base del mutismo selettivo. In particolare, sono state elaborate interessanti teorie riguardo cause organiche e genetiche.

Un problema muscolare?

Un recente studio promosso da ricercatori polacchi ha rilevato un’alta incidenza - al 71% del campione - di anomalie a carico del riflesso stapediale in soggetti interessati da mutismo selettivo[5]. Partiamo con ordine.

Lo stapedio è un millimetrico muscolo connesso alla staffa - l’osso che trasmette le vibrazioni delle onde sonore all’orecchio interno - che si contrae per riflesso al fine di irrigidire la catena degli ossicini, riducendo così l’impatto negativo che vibrazioni troppo forti o eccessivamente numerose possono avere sul sistema auricolare. Il muscolo stapedio ha dunque una sostanziale funzione protettiva, oltre ad aumentare la capacità di discriminazione del suono e ad estendere il campo uditivo dell’individuo. 

Anomalie a carico dello stapedio sono - secondo lo studio - riconducibili quindi ad un’incapacità dell’individuo di ascoltare la propria voce, assumendo così un’unica posizione di “ascoltatore”.

Dobbiamo immaginare tali anomalie come riflessi dello stapedio in situazioni in cui non sono richiesti: ciò provoca alterazioni della percezione sonora dell'individuo con conseguenze - tra le altre - sulle capacità di linguaggio, come appunto proposto dallo studio in questione.

L’eziologia genetica

Un’ulteriore interessante teoria rintraccia invece le cause del mutismo selettivo in un gene specifico, il CNTNAP2. Questo gene codifica la proteina omonima, che fa parte della famiglia delle neurexine, ovvero molecole proteiche di adesione che permettono il collegamento sinaptico dei neuroni[6]

Il gene CNTNAP2 ricopre un ruolo rilevante già nella ricerca eziologica del Disturbo dello spettro autistico e di altre malattie autoimmuni[7].

Il trattamento del mutismo selettivo

Le difficoltà terapeutiche di questo disturbo sono numerose. Come abbiamo visto, oltre ad implicazioni strettamente funzionali - come appunto il mutismo in contesti sociali e quindi anche terapeutici - è importante considerare la forte correlazione con altri disturbi d’ansia - come quello d’ansia sociale - nella scelta di una terapia corretta.

Cosa dice la ricerca?

Attualmente i risultati più promettenti arrivano da un tipo di terapia basata sull’approccio cognitivo-comportamentale, finalizzato alla modifica dei pattern cognitivi e comportamentali del bambino e che - in questo caso - integra la presenza dei genitori[8].

La prospettiva psicodinamica

A causa dell’incapacità del soggetto di parlare, si è spesso escluso un approccio psicodinamico nel trattamento del mutismo selettivo. Nel 2016 due ricercatrici hanno presentato un caso di studio interessante che può tuttavia portare ad una rivalutazione in tal senso. Alla base della ricerca vi è il presupposto psicodinamico che il bambino utilizzi il gioco come principale forma di comunicazione durante l’età infantile. Da questo, è possibile sviluppare - come nel caso in questione - specifiche terapie basate sul gioco in grado di modificare i pattern comportamentali del bambino[9].

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