Dimmi a cosa giocavi e ti dirò chi sei

Il gioco è un importante strumento utilizzato dalla psicoterapia infantile. In che modo? Scopriamolo insieme.

Il ricordo che molte persone conservano della propria infanzia è relativo ad eventi positivi, che caratterizzano un’età spesso rimpianta da molti, in cui tutto era più semplice e ci si sentiva più felici. Tuttavia, per molti altri l’età infantile è legata a traumi e confusione o alle difficoltà nel superare disturbi psicologici e ostacoli per uno sviluppo cognitivo sano.

Bambini e disturbi mentali

Pensare che un disturbo psicologico possa colpire solo adolescenti, adulti e anziani è profondamente inesatto. Così si sottovaluta infatti l’impatto che disturbi psicologici spesso congeniti o ereditati possono avere sullo sviluppo di un bambino, fin dai primi anni di vita.

Cosa ci dicono i dati?

Secondo quanto riportato dall’ISTAT, nel 2018 in Italia erano ben 1064 i bambini e adolescenti affetti da disturbi mentali dell’età evolutiva[1]. Inoltre, studi statunitensi affermano che i disturbi della psiche in età pediatrica possono interessare fino al 20% dei minori, con una prevalenza che cresce con l’aumentare dell’età[2].

Quali disturbi sono i più diffusi?

Come riportato dallo stesso studio[2], ad essere prevalenti sono disturbi d’ansia - con un’età d’esordio che si aggira attorno ai 6 anni - disturbi dell’umore, oltre che disturbi del comportamento dirompente. Naturalmente tra i più comuni troviamo anche e soprattutto disturbi del neurosviluppo, come il disturbo dello spettro autistico e il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD). Inoltre, nell’età dello sviluppo si verifica una frequente comorbilità tra questi.

Come affrontarli?

Sottoporre individui molto giovani ad un trattamento terapeutico è tanto importante quanto complicato. Difatti, se da una parte la presenza di disturbi mentali rischia di compromettere seriamente un sano e normativo sviluppo di tutte le capacità - fisiche e mentali - del bambino, dall’altra la forte sensibilità dovuta alla rapida evoluzione dell’individuo rende complesse le strategie d’intervento. Le cose si complicano poi se ad essere interessati sono bambini che non hanno ancora imparato a parlare o a comunicare pensieri ed emozioni.

Il gioco: non un’attività fine a sé stessa

Da tali necessità moltissimi psicologi e psicoterapeuti hanno promosso studi ed esperimenti approfonditi al fine di raggiungere la costituzione di strategie d’intervento per pazienti in età evolutiva che potessero avere la stessa efficacia della psicoterapia applicata a soggetti adulti. In tal senso, le prime intuizioni derivano già dal padre della psicanalisi: Sigmund Freud.

Una tappa fondamentale nello sviluppo

Il gioco è un’attività che anche negli immaginari comuni è associato all’età infantile. Esso non solo è la principale attività quotidiana del bambino, ma è anche un elemento cruciale per lo sviluppo delle facoltà cognitive

Si deve a psicologi come Jean Piaget, Lev Vygotskij e Anna Freud - oltre ai fondamentali contributi di Melanie Klein e Donald Winnicott - l’individuazione del gioco come la componente più importante per la psiche del bambino. Con le dovute differenze, ognuno di questi grandi studiosi condivideva la percezione del gioco come uno strumento preverbale utilizzato dal bambino per comunicare, comprendere e modificare la realtà - attraverso un rapporto tra dimensione fantastica e reale - o ancora per l’evoluzione della propria capacità emotiva.

Il gioco in psicoterapia: una prospettiva odierna

Data la sua importanza, osservare e interpretare il modo in cui un bambino promuove le proprie attività ludiche rientra tra le iniziative terapeutiche fondamentali per instaurare strategie volte al trattamento di eventuali disturbi. 

Al fine di comprendere meglio come il gioco sia applicato oggi alla psicoterapia la Redazione si è messa in contatto con la Dottoressa Chiara Gargiulo, psicologa e tecnico Applied Behavior Analysis (ABA). 

Come e perché si utilizza

Come abbiamo visto, quella ludica è un’attività imprescindibile per i bambini che tramite questa riescono a «rivivere le loro esperienze di vita in uno spazio sicuro che permette loro di manipolare la realtà» oltre a «fare i conti anche con le loro emozioni forti». In terapia tale funzione permette non solo la costituzione di un’«alleanza terapeutica» ma anche «di uno spazio sicuro in cui l’adulto viene percepito come un compagno di giochi e come qualcuno di cui fidarsi». Come ci ha spiegato la Dr.ssa Gargiulo,

cit. In questo modo il piccolo paziente avrà modo di esprimere tutto sé stesso anche oltrepassando i limiti verbali, permettendo al terapeuta di entrare nel suo mondo interiore, comprenderne il funzionamento ed eventualmente migliorare le modalità del bambino di interagire con l’ambiente.

Punti di forza e limiti

Secondo quanto ci ha raccontato la Dottoressa, tempi e modalità di gioco vengono attentamente valutate dallo psicologo, il quale «può essere più o meno direttivo e decidere se guidare e indirizzare il bambino nella scelta dei materiali e delle modalità oppure lasciarlo in totale libertà per seguirne la sua espressione», ciò in base a quelli che sono gli scopi del percorso. 

Non sempre però l’interpretazione del gioco è sufficiente. È il caso per esempio di forti traumi, per cui «il gioco non basta o non è adatto».

Photo by Ivan Samkov

Oltre il gioco: il ruolo dell’arte

In questi casi, la Dr.ssa Gargiulo afferma l’esistenza in ambito clinico di diverse strategie terapeutiche che si sono rivelate altrettanto efficaci nel trattamento di disturbi psicologici in età evolutiva.

Nello specifico, si parla di un «ricorso all’utilizzo di canali artistici come la pittura e la scultura con diversi materiali che mettono in moto tutto l’apparato senso-motorio permettendo di dar vita al pensiero in una maniera differente».

L’arte-terapia

È quella che prende il nome di “arte-terapia”, ovvero

cit. una pratica terapeutica di tipo olistico che permette ai pazienti l’espressione di vissuti forti o difficili tramite la creazione di materiale artistico. Non sono richiesti talenti o capacità specifiche e ciò rende l’arte-terapia adatta a qualsiasi età e qualsiasi persona. In questo senso tutto ciò che ne esce fuori è “un’opera d’arte”. Questa tecnica comprende l’uso di diversi materiali, che spaziano dalla più banale carta e matita fino ad arrivare all’argilla e alla pittura utilizzando pennelli, gessi oppure il proprio corpo.

Inoltre, a giocare un ruolo importante è anche il racconto che c’è dietro la creazione.

cit. Il prodotto artistico è spesso accompagnato dallo storytelling, ovvero il racconto del bambino della sua creazione che lo riposiziona in un punto di controllo rispetto al vissuto e che gli permette di donare coerenza alla storia.

Quali sono i vantaggi?

L’utilizzo di processi volti alla stimolazione della creatività - già elevata nei bambini - permette così di accedere e sfruttare a favore del paziente diversi benefici

Come spiegato dalla Dr.ssa Gargiulo,

cit. Le ricerche scientifiche dimostrano che l’arte terapia promuove la sincronia dei processi mentali e cognitivi. Infatti, come già accennato, il processo creativo è un processo senso-motorio e quindi coinvolge diverse nostre capacità psicofisiche. Nei bambini - per esempio - contribuisce alla crescita delle abilità motorie grazie all’utilizzo di pennelli, matite, colori.

Più in particolare, tali benefici sono una diretta conseguenza della forte espressione emotiva, cognitiva e comportamentale legata alle attività artistiche.

cit. Per creare c’è bisogno che la mente utilizzi la vista intesa anche come ciò che si è memorizzato e qui si esalta anche il miglioramento delle capacità visuo-percettive. Dal punto di vista terapeutico si parla di un “rilascio emotivo” che permette di fare i conti con eventi ed emozioni difficili da verbalizzare. Ciò comporta anche una riduzione significativa dello stress e dell’ansia, contribuendo al miglioramento dell’umore stimolando il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore associato alla sensazione di benessere.

Quando utilizzarla

Anche in questo caso esistono tuttavia dei limiti. Dalla sua esperienza la Dr.ssa Gargiulo ci ha riferito che l’arte-terapia - per quanto comune soprattutto in contesti terapeutici di gruppo volti a favorire l’integrazione sociale di bambini affetti - per esempio - da DSA e BES - non risulti particolarmente indicata per pazienti che richiedono un rapido alleviamento dei propri sintomi. Inoltre, a gravare sono anche ostacoli come «costi di realizzazione o i limiti di tempo». Naturalmente è una pratica la cui conduzione non può essere improvvisata da genitori o tutori, e ciò al fine di evitare interpretazioni sbagliate e «la riattivazione di traumi o il peggioramento di sintomi come nel caso di sintomi psicotici».

Intensità e complessità

Quello dei bambini è un mondo interno diverso da quello degli adulti. Esso è dinamico, in rapida evoluzione e in costante cambiamento. Ma è anche altamente complesso da comprendere - data l’immaturità cognitiva del bambino - e in cui tutto risulta amplificato. Riuscire ad operare correttamente è quindi tra le sfide più grandi di ogni terapeuta dell’infanzia, che si fa carico dell’enorme responsabilità di restituire al bambino un futuro adattivo ed equilibrato.

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