Tassare gli ultra-ricchi per contrastare la povertà e la crisi climatica

Si torna a parlare di tassare i ricchi per ridurre le disuguaglianze e questa volta troviamo Oxfam a dare man forte. I benefici si vedrebbero anche sul fronte crisi climatica: questa è anche una questione di reddito.

I ricchi sono sempre più ricchi, mentre continuano ad aumentare le persone che si trovano sotto la soglia di povertà. Secondo l’ultima analisi effettuata da Oxfam l’aumento del reddito degli ultimi dieci anni - quindi dal 2015 al 2025 - dell’1% più ricco basterebbe a sconfiggere la povertà per ben 22 volte.

Non solo la povertà, ma anche la crisi climatica: sì, anch’essa è una questione di reddito. La narrazione mainstream vuole l’umanità intera come responsabile del riscaldamento globale, ma l’analisi storico-politica di alcuni studiosi ci mostra che non è così: non siamo tutti ugualmente responsabili, e a pagarne le conseguenze sono coloro che meno hanno contribuito all’emergenza ecologica.

Oxfam: la ricchezza dei super-ricchi aumenta mentre i fondi pubblici vengono tagliati

33.900 miliardi di dollari. Questo è di quanto è aumentato il patrimonio di 3.000 miliardari negli ultimi dieci anni. Una cifra con cui si potrebbe porre fine alla povertà ben 22 volte - secondo quanto afferma Oxfam - riportando sopra agli 8,20 dollari al giorno la parte della popolazione che vive sotto tale soglia. Invece, rappresenta l’ammontare dell’incremento del patrimonio dell’1% più ricco dell’umanità.

Non solo ad alzare il conto in banca è la parte della popolazione che già detiene la ricchezza globale, ma i governi delle economie avanzate - continua l’analisi - non sembrano interessate a cambiare rotta: i tagli agli aiuti pubblici per lo sviluppo continuano ad aumentare e per l’anno prossimo - leggiamo - diminuiranno del 28% rispetto al 2024

Nel mentre che tali aiuti subiscono riduzioni, il 60% dei Paesi a basso reddito si trova sull’orlo di una crisi e questo potrebbe essere un problema anche per il raggiungimento degli Obiettivi di Sostenibilità indicati nell’Agenda 2030.

Ripensare il sistema per affrontare le disuguaglianze

Secondo l’analisi di Oxfam, solo il 16% degli Obiettivi di Sostenibilità verrà raggiunto entro il 2030 e questo è anche a causa del sottofinanziamento degli stessi investimenti, che spesso sono stati affidati a privati e sono stati irrisori o erogati sotto forma di prestiti a condizioni punitive.

Per questo motivo Oxfam chiede ai governi un ripensamento dei finanziamenti destinati allo sviluppo, in modo da affrontare le disuguaglianze attraverso nuove alleanze strategiche, restituendo priorità ai finanziamenti pubblici e tassando gli ultra-ricchi.

L’analisi di Oxfam ci ricorda ancora una volta che la crisi climatica è anche una questione di reddito

Non è la prima volta che viene proposta una tassazione per i super-ricchi: in un ulteriore rapporto - pubblicato a novembre 2023 - Oxfam riportava che nel 2019 l’1% più ricco per reddito ha inquinato come due terzi della popolazione intera, producendo una quantità di emissioni pari a quella prodotta da 5 miliardi di persone. E questo potrebbe causare più di un milione di vittime a causa del riscaldamento globale, gran parte proprio entro il 2030, l’anno di riferimento per gli Obiettivi di Sostenibilità.

Anche in questo caso, la soluzione proposta da Oxfam è stata quella di tassare i grandi patrimoni: nel report leggiamo che un’imposta del 60% sui redditi di questo 1% ridurrebbe di molto le emissioni e verrebbero raccolti abbastanza soldi per finanziare le rinnovabili e la transizione energetica.

Tassare i ricchi è il mantra per porre fine al Capitalocene

Il lavoro portato avanti da Oxfam ci mostra perfettamente perché tra le varie proposte per denominare l’era in cui viviamo troviamo il termine Capitalocene. Il concetto è stato elaborato dallo storico dell’ambiente Jason W. Moore, secondo il quale il riscaldamento globale non sarebbe altro che il coronamento del capitale.

Moore si inserisce, infatti, in quella branca di studiosi che considerano il termine Antropocene ingiusto e non pienamente adatto a definire l’epoca in cui viviamo: il suffisso antropo- - che deriva dal greco anthropos e significa uomo - ci parla di un’umanità indifferenziata, ma non abbiamo inciso tutti nello stesso modo nei confronti della crisi climatica.

Con il Capitalocene, l’emergenza ambientale viene contestualizzata storicamente, restituendo la responsabilità ai Paesi che hanno portato avanti uno sfruttamento incontrollato delle risorse e facendone una questione di giustizia climatica: a subire le conseguenze del riscaldamento globale sono stati per molto tempo principalmente i Paesi in via di sviluppo, vale a dire quelli che meno hanno contribuito al suo verificarsi.

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Guardiamo a nuovi modi di rapportarci al mondo

La proposta di Moore mette in luce la violenza multispecie, lo sfruttamento - umano e non umano - e le disuguaglianze perpetrate dal capitalismo, che pone la degradazione della natura alla base dell’organizzazione del lavoro. Allo stesso tempo, rifiuta l’idea di una società intesa come esseri umani al di fuori della natura, considerata come mera risorsa da sfruttare a nostro piacimento.

Quello che ci viene chiesto da un’analisi storico-politica di questo tipo è in primis di tenere conto e guardare alle altre culture e a modi differenti di rapportarsi al mondo naturale. Dopodiché ci chiede di mettere in discussione l’eccezionalismo umano, riportandoci all’interno della rete ecologica: siamo una specie tra le altre e dipendiamo l’una dalle altre, così come dall’ambiente che ci circonda. Prendiamocene cura.

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