Sottoporre i ratti a trauma cerebrale per studiare la violenza sulle donne: LAV critica lo studio australiano
Strangolare dei ratti per studiare la violenza sulle donne: questo sarebbe stato previsto da uno studio australiano. LAV: “Ingiustificabile eticamente”
Difesa da alcuni, denunciata da altri, nel 2025 la sperimentazione animale è ancora una realtà. Una realtà che continua ad essere criticata a causa dell’inevitabile sofferenza che essa comporta nei confronti degli individui che ne vengono sottoposti.
Già negli anni ‘70, Peter Singer - filosofo e animalista australiano - portava all'attenzione del pubblico la questione, affermando che solo un quarto degli esperimenti effettuati sugli altri animali veniva pubblicato, perché non tutte le ricerche venivano - e vengono - considerate rilevanti.
Ad oggi la critica alla sperimentazione animale continua e nei giorni scorsi si è accesa su uno studio in particolare: dei ratti sono stati sottoposti a strangolamento per studiare la violenza sulle donne.
Sperimentazione animale: la denuncia della LAV
Fonte immagine e cover: https://doi.org/10.1016/j.bbi.2024.09.030
Uno studio condotto in Australia ha sottoposto dei ratti a strangolamento lento - e senza uccisione - con il fine di studiare i deficit motori e cognitivi una settimana dopo. Lo scopo di tale ricerca sarebbe quello di studiare gli effetti della violenza sulle donne, tanto che sono stati utilizzati solo ratti di sesso femminile.
La LAV - Lega Antivivisezione - definisce tale ricerca come ingiustificabile eticamente e non necessaria, dal momento che esistono e sono disponibili parecchi dati sulle donne vittime di violenza, la cui esperienza non può essere riprodotta in laboratorio. A maggior ragione che la sofferenza non è solo fisica ma comprende anche questioni psicologiche e culturali che non posso venirci restituite da dei ratti nati e tenuti in cattività.
La procedura a cui sono stati sottoposti i ratti: vediamola nel dettaglio
Nella descrizione della metodologia leggiamo subito che lo studio ha necessitato anche della partecipazione umana, con persone - non solo donne - aventi un’età compresa tra i 18 e i 60 anni e diagnosi di lesione cerebrale. Altra questione portata in auge da LAV: l’unico modello sicuro e attendibile è l’essere umano.
Ma veniamo alla procedura vera e propria.
Nella pubblicazione leggiamo che il ratto è stato inizialmente sottoposto a una lieve lesione cerebrale indotta da un impatto laterale, dopodiché è stato messo in una scatola di induzione riempita con un gas anestetico per 90 secondi. Infine, è stato posizionato su una tavola in teflon con la testa posizionata contro una piastra metallica, simile a un casco. A questo punto è stato spinto un peso da 50 mg per indurre il trauma cerebrale.
Da quanto emerge dallo studio - e come riporta anche LAV - alcuni individui hanno necessitato di rianimazione.
La critica alla sperimentazione animale
Tornando alle affermazioni di Singer, ci dice che la sperimentazione prevede inevitabilmente e consapevolmente la sofferenza degli animali utilizzati ai fini della ricerca e non è possibile negarlo: i ricercatori, infatti, avrebbero bisogno di sottolineare le somiglianze tra umani e non umani se vogliono sostenere che i loro esperimenti siano rilevanti per l’umanità.
Tale riflessione è riportata in “Liberazione animale”, scritto dallo stesso Singer, il quale ci dice che è proprio questo il dilemma del ricercatore: o gli altri animali non sono come noi e quindi non c’è motivo di eseguire su di essi la sperimentazione, oppure lo sono e allora non li dovremmo comunque sottoporre a esperimenti considerati atroci se svolti sugli esseri umani.
Le parole di Singer risuonano ancora attuali e sulla stessa linea d’onda si posizionava anche Silvana Castignone, filosofa del diritto e pioniera in materia di diritti degli animali. Lei affermava, infatti, che la sperimentazione animale non può essere considerata come un sacrificio per il progresso, dal momento che il sacrificio - per definirsi tale - deve essere volontario.
Esistono delle alternative alla sperimentazione animale?
Secondo l’AIRC - fondazione per la ricerca contro il cancro - sì. Ma i metodi sostitutivi sarebbero pochi e non sempre attuabili. Le due alternative principali sembrerebbero essere la ricostruzione di organi in vitro a partire da cellule isolate e l’uso dei computer. Afferma però che tali soluzioni non sarebbero sufficientemente attendibili per abbandonare per sempre la sperimentazione animale.
L’AIRC ci rassicura anche sul fatto che i ricercatori sono i primi a spingere sulla ricerca di metodi alternativi. Per il momento, le questioni relative alla sperimentazione animale vengono rimandate ai Comitati di Bioetica, i quali si occupano di questioni etiche e morali in abito medico-scientifico, tra cui anche eutanasia, accanimento terapeutico, fecondazione assistita e ingegneria genetica.
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