Black Friday? No grazie! Questo venerdì preferiamo celebrare il Fur-Free Friday

Il 29 novembre si celebra il Fur-Free Friday, giornata che nasce con l’obiettivo di sensibilizzare sullo sfruttamento degli animali all’interno dell’industria della moda. Ad oggi sono diversi i brand, anche di lusso, che hanno deciso di abbandonare le pellicce vere e sono sempre più le persone che decidono di indossare capi cruelty-free.

Il Fur-Free Friday ha inizio nel 1986 quando a Los Angeles – da Rodeo Drive a Beverly Hills – ci fu la prima protesta contro le pellicce, in concomitanza con il Black Friday. Nel giorno delle spese più pazze e compulsive, Last Chance for Animals – organizzazione non profit contro lo sfruttamento degli animali – decise di sensibilizzare sulla sofferenza inflitta a milioni di animali considerati da pelliccia, i quali vengono macellati ogni anno in nome della moda, in particolare dei brand di lusso.

La protesta è ora diventata una tradizione annuale e globale che continua a tenersi lo stesso giorno del Black Friday. Quest’anno ricade nella giornata del 29 novembre.

Fur-Free Friday: da dove provengono gli animali sfruttati per produrre pellicce?

Fonte: Pexels

Stando a quanto afferma la LAV – associazione animalista che da anni si batte contro lo sfruttamento animale – il numero di animali che ogni anno vengono trasformati in pellicce si aggira intorno agli 80 milioni. Di questi, 70 milioni vengono appositamente allevati per diventare capi da appendere nel guardaroba, mentre i restanti 10 milioni vengono catturati e portati via dai loro habitat naturali, gesto che può avere ripercussioni significative sugli ecosistemi.

Così come per gli animali rinchiusi negli allevamenti intensivi, anche in questo caso le esigenze etologiche degli individui sfruttati non vengono rispettate. Infatti, la priorità dell’industria è quella di ottenere delle pellicce morbide e belle e proprio per questo motivo gli animali vengono sottoposti a stress e angherie. Come denuncia OIPA, gli animali vivono in gabbie minuscole, realizzate totalmente in rete per facilitare la pulizia, e sono costretti a subire correnti d’aria e freddo in modo da favorire l’infoltirsi del pelo. Per non parlare del fatto che c come in ogni allevamento – le femmine vengono sfruttate per la riproduzione.

Ma quali sono gli animali che vengono sfruttati per l’industria delle pellicce? Soprattutto volpi, visoni, procioni, cincillà, linci, lontre, nutrie, pecore ma anche alcune specie che siamo abituati a considerare come “pets”: conigli, cani e gatti.

Rischio sanitario e impatto ambientale: dai visoni alla nutria

Fonte: Lifegate

Tra gli animali appena elencati avrete sicuramente sentito parlare dei visoni, i quali hanno ricevuto una certa visibilità durante la pandemia di Covid-19. Infatti, anche gli allevamenti destinati all’industria della moda vedono tra le loro conseguenze il rischio sanitario e il pericolo di trasformarsi in focolai di zoonosi. Lo abbiamo imparato molto bene gli anni scorsi grazie proprio a questa specie, tanto da portate la LAV a parlare di Fashion Spillover.

Le zoonosi, infatti, sono quelle malattie che possono mutare e fare il cosiddetto salto di specie – o spillover – passando da una specie all’altra. A causa delle condizioni in cui si trovano gli animali all’interno degli allevamenti – come spazi ristretti e mancanza di diversità genetica, per citarne solo due – questi possono facilmente trasformarsi in luoghi di proliferazione di virus e batteri.

Inoltre, se spostiamo la nostra attenzione sugli animali prelevati direttamente dagli ambienti naturali, vediamo come l’industria della moda incida anche sulla sostenibilità ecologica e sulla stabilità degli ecosistemi.

Fonte: Pexels

La nutria, per esempio, è diventata presto una specie invasiva dopo essere stata introdotta dall’America meridionale proprio per la sua pelliccia. La fuga – o rilascio intenzionale – dalla cattività ha fatto in modo che essa si insediasse negli habitat, ma non senza conseguenze: come afferma l’ISPRA, si possono verificare delle problematiche per alcune specie di uccelli acquatici, i quali costruiscono nidi galleggianti che vengono usati come piattaforme per il riposo dalle nutrie, che li affondano insieme alle eventuali uova presenti. Potrebbe, inoltre, competere con roditori più piccoli per le risorse trofiche. Infine, nutrendosi della vegetazione acquatica, potrebbe portare alla scomparsa o diminuzione di diverse specie vegetali, cambiando la configurazione dell’habitat e delle specie che lo popolano.

L’ISPRA avverte che i danni che la nutria potrebbe causare riguardano anche noi umani in modo più diretto: scavando lungo gli argini e i canali potrebbero influire sull’integrità delle opere idrauliche, aumentando il rischio di inondazioni.

Quali traguardi sono stati raggiunti: le leggi a favore degli animali 

Se è vero che esiste già una legge contro il maltrattamento degli animali, è anche vero che questa non riguardava il caso specifico dell’industria dell’abbigliamento. Stiamo parlando della legge 189 del 20 luglio 2004, che configura il reato di uccisione e di maltrattamento verso gli animali.

Per quanto riguarda gli animali da pelliccia – più nel particolare – sono state portate avanti delle battaglie da parte delle associazioni animaliste, le quali hanno raggiungo risultati importanti. Tra questi troviamo: il divieto di commercio delle pellicce di cani e gatti, in Italia dal 2002 e in Europa dal 2009; il divieto di importazione di pellicce di foca, in Italia nel 2006 e in Europa nel 2010; il divieto in Italia di allevamento di animali di qualsiasi specie per la produzione di pellicce, introdotto nel 2022. 

Ma non è tutto. A partire dal 2010 sono numerosi i brand, di lusso e commerciali, che hanno deciso di eliminare l’uso di pellicce vere – seppur non tutti abbiano rinunciato ad ogni prodotto di origine animale, come cuoio, pelle, piume, ecc. Tra i nomi dell’alta moda che hanno abbracciato il pelo sintetico troviamo Gucci, Prada, Armani, Versace, Elisabetta Franchi, Valentino, Dolce&Gabbana e molti altri. In seguito, anche brand di fast fashion come OVS, Bershka e Adidas hanno detto no alla pelliccia vera. 

Sono dei traguardi indubbiamente importanti e che speriamo siano solo il preambolo di un’industria dell’abbigliamento che si allontana sempre di più dallo sfruttamento animale.

Fur-free Friday: per uno stile di vita rispettoso degli animali

Fonte: Peta

Il Fur-Free Friday può essere un’occasione per avvicinarsi a uno stile di vita più rispettoso degli animali e per allontanarsi dal loro sfruttamento. Se, infatti, le persone che hanno deciso di essere vegan – lifestyle che va ben oltre la scelta alimentare – si allontaneranno, per coerenza, da vestiti e accessori creati con materiali animali, è anche vero che, quando si tratta di abbigliamento, non sono solo loro a dire di no a pellicce e cuoio.

Il benessere animale sta a cuore a molte persone, anche se non tutti riescono a rinunciare a carne e derivati, per motivi che spaziano dalla disinformazione sull’alimentazione vegetale – sostenendo che porti con sé svariate carenze – alla scelta personale. Ciò non esclude che anche loro possono mettere in pratica dei comportamenti a loro favore, partendo, magari, proprio dal riconoscere che si può benissimo fare a meno di un cappotto in vera pelliccia.

Ma se lo prendo usato?

Ma può esserci un’eccezione. Se, infatti, nell’armadio si hanno già vecchi capi in pelle, cuoio o pelliccia, oppure se si trovano second-hand, è più giusto tenerli e acquistarli oppure sbarazzarsene e preferire capi nuovi e sintetici?

La legge della sostenibilità vuole che i vestiti più sostenibili sono quelli che abbiamo già o, in alternativa, optare per il vintage. A questo punto la scelta è personale e l’unica domanda che dobbiamo porci è: mi fa sentire a mio agio? Se sì, nessun senso di colpa a indossare vecchie pellicce, se la risposta è no, allora è giusto darli via, vendendoli, donandoli o scambiandoli.

Questo è un discorso che coinvolge anche lo stile di vita vegan. Infatti, anche se per molto tempo è persistita la convinzione che debba escludere a priori ogni oggetto di derivazione animale, ultimamente si sta avviando un cambio di rotta. Diventare vegan significa cercare di causare la minor sofferenza possibile agli animali, nel limite del possibile, ma in crisi climatica anche l’impatto ambientale ha guadagnato la sua centralità. Proprio per questo motivo alcuni sostengono che acquistare capi in pelle o in lana second-hand è una scelta valida, senza controsensi, anche per chi è vegan, a maggior ragione se l’alternativa è comprare un capo nuovo ma fast fashion. Anche qui il punto è lo stesso: bisogna solo capire se fa sentire a proprio agio o meno.

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