Sempre più indietro all’insegna del finto progressismo: perché la riforma di Milei significa arretratezza culturale

Argentina: il presidente Javier Milei introduce un testo che ammette l’utilizzo delle categorie di “idioti”, “ritardati” e “imbecilli” in documenti ufficiali per riferirsi a persone con disabilità. Cosa significa?

L’era tecnologica ci ha abituati a vivere in uno stato di profondo dinamismo, in cui ciò che è nuovo oggi sarà superato l’anno prossimo. Ormai siamo abituati ad approcciare il mondo in questo modo - anche plasmati dai dettami del consumo - allargando così questa flessibilità al cambiamento a tutti gli aspetti della vita. Naturalmente, la politica fa parte di questi aspetti, e non sempre i cambiamenti sono sintomi di progresso ed emancipazione.

Argentina: le nuove riforme di Milei

Che Javier Milei - presidente dell’Argentina dal dicembre del 2023 - fosse un personaggio stravagante, lo aveva capito tutto il mondo. La sua campagna elettorale era già stata attenzionata dai media per gli eccessi e la forte provocatorietà. Salito al potere anche grazie ai forti venti della destra liberista e ultraliberista filoamericana - in alcuni casi estremista - che stanno interessando l’Occidente e non solo, Milei si è fatto carico di fantomatiche lotte contro il vecchio establishment che - tra i suoi infiniti difetti e aberrazioni - sembra stia lasciando il posto ad un nuovo assetto, peggiore del precedente. Ed era difficile “superarlo”.

Cosa è successo?

Attorno alla metà di gennaio, il governo argentino ha pubblicato in Gazzetta Ufficiale una risoluzione contenente diverse modifiche normative, tra le quali figura una reintroduzione di termini per riferirsi - nei documenti ufficiali come il rilascio di pensioni di invalidità - a persone con disabilità come “idioti”, “imbecilli”, “ritardati”. Nonostante un imbarazzato dietrofront delle ultime ore - con l’intenzione annunciata di rivedere la Delibera e la negazione di ogni intento discriminatorio da parte del governo - la vicenda ha scatenato la giusta indignazione dell’opinione pubblica.

Cos’è cambiato in questi anni?

Intere generazioni di persone con disabilità hanno vissuto sulla propria pelle il peso della stigmatizzazione sociale, del vedersi precluse opportunità di vita o lavorative per la sola colpa di essere nati con condizioni invalidanti. E - come se non bastasse - a pesare maggiormente sono stati i continui scherni, le prese in giro, gli insulti o addirittura la deportazione di neanche un secolo fa. Soltanto negli ultimi anni questa quotidianità è stata capovolta, le persone con disabilità hanno potuto vivere città più sostenibili, e accedere a posizioni lavorative che prima gli erano precluse. Parimenti, la scienza si è continuamente interrogata sulla giusta denominazione da adottare. E ciò non è avvenuto per un semplice capriccio, ma per il solo scopo di non rendere stigmatizzanti anche luoghi - come ospedali o cliniche - in cui il paziente è al centro di un percorso di cura, volto dunque al suo benessere e rispetto.

Un lungo passo indietro

Alla luce di ciò, quello contenuto nella Delibera del governo argentino appare come indice di una profonda e pericolosa inversione per quelle che negli anni sono state delle vere e proprie lotte delle e per le minoranze. La scelta da parte di un governo di ammettere tali denominazioni dà infatti un palese segnale di legittimazione riguardo l’utilizzo di appellativi chiaramente offensivi (e in merito l’uso nel linguaggio comune è inequivocabile). 

Appaiono inoltre sterili le discussioni in merito all’inutilità di appigliarsi a semplici parole: il linguaggio è sempre il primo mezzo attraverso cui vengono perpetrati sentimenti di odio e violenza. Ammettere e normalizzare l’uso di un linguaggio chiaramente offensivo ed ostile verso una minoranza estende - come già spiegava Gustave Le Bon alla fine del XIX secolo - questa legittimazione all’opinione comune di massa, con un conseguente minor senso di responsabilità verso azioni verbali o fisiche violente verso quella minoranza stessa, che un’istituzione primaria come il governo ha indicato come “bersaglio” comune. E no, non si tratta di catastrofismo: sono solo dinamiche sociali che si protraggono - in modalità differenti - da secoli, facilmente analizzabili e riscontrabili da tutti.

Photo by Marcus Aurelius

Milei: paladino anti-woke o simbolo del nuovo establishment?

Resta però un dubbio: quali sono le vere intenzioni dietro tale scelta? Si tratta davvero di una svista burocratica dovuta a termini in uso fino agli anni ‘90? Muoviamo qualche ipotesi.

Cultura woke e cancel culture

Tra le prime reazioni alla notizia, non potevano di certo mancare i fervidi antagonisti - capeggiati dallo stesso Milei sui social - della cosiddetta “cultura woke”, un vero e proprio nemico di certe fazioni politiche che più che una minaccia appare come uno specchio per le allodole ingigantito dalle fazioni stesse.

Chiariamoci, l’intento primordiale del wokeism è assolutamente nobile. Una maggiore consapevolezza dei diritti delle minoranze è - in ogni società - il primo passo verso una condizione egualitaria tra i membri. Tuttavia, come spesso accade è l’estremismo a oscurare ciò che di buono c’è in anni di lotte: ecco che la lotta per i diritti degli afroamericani e degli omosessuali è stata soppiantata da fenomeni fallaci e fortemente opinabili come il politically correct e la cancel culture. Queste, oltre a basarsi su presupposti non necessari e poco funzionali alle vere e concrete lotte per i diritti, non hanno fatto altro che offrire un alibi a tutte quelle persone che invece provano disprezzo per le minoranze, in attesa di pretesti per osteggiare e sputare odio. Senza entrare troppo nel merito, l’ipocrisia e le esasperazioni propugnate dalle frange più estremiste di questi movimenti hanno fatto da vero e proprio nutrimento per le propagande populiste opposte che - parlando alla pancia degli elettori meno consapevoli - hanno spostato una massa ingente di voti ai propri partiti, e dunque ai propri interessi.

Qual è la verità?

Naturalmente anni di lotte non possono essere vanificate per derive estremiste. La colpa di tali scenari - da Milei a Trump - non è certo dovuta a movimenti che abbiamo già detto essere di fondamentale importanza per una società. Piuttosto, parti politiche con determinati scopi hanno dimostrato soltanto un grado di abilità nel strumentalizzare le debolezze di iniziative progressiste, mettendole in cattiva luce e smantellando - anche dall’interno - la credibilità dei partiti che le sostenevano (peraltro in una già decennale crisi d’identità e di valori). 

L’iniziativa di Milei è quindi solo il frutto di un politico abile e difensore della libertà di espressione? Tutt’altro: le correnti ideologiche rappresentate dal leader argentino sono esattamente l’opposto, caratterizzate da una continua propugnazione di soprusi mascherati da finte lotte propagandistiche per “libertà” e “uguaglianza” utili soltanto a pulirsi l’immagine pubblica (mai tali personaggi sono stati lontani da queste iniziative) e che aprono le porte a odio e violenza gratuiti, in pasto a interi popoli storditi e confusi, pronti a mettersi contro i propri pari per il mero moto populistico da cui sono investiti. Ma ciò importerà davvero? Probabilmente no, ed è per questo che difendere le vere e importanti conquiste ottenute in questi anni - dalla consapevolezza degli emarginati all’affermazione dei diritti civili di tutti - risulta particolarmente importante oggi, in cui - prendendo in prestito il pensiero di Hannah Arendt - la differenza tra verità e menzogna (e per estensione tra giusto e sbagliato) sta diventando sempre più irrilevante.

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