To be Woke: perché l'ideologia è tanto odiata?

L'ideologia Woke, nata come tutela dei diritti degli afroamericani. Vediamo perché oggi viene utilizzata con indignazione

Quando si tratta di argomenti di rilevanza sociale, è scontato che le persone abbiano voce in capitolo in merito. Ciò che accade, però, quando tante teste e voci si uniscono, è che si viene a creare una grande baraonda, fatta di pensieri a volte poco elaborati, di opinioni basate su fatti non veri o distorti.

Prima di rendere un’ideologia nostra o, al contrario, di screditarla, è sempre bene sviscerarne ogni aspetto per far sì che ne resti solo l’essenza.

Tante teste e voci hanno contribuito a distorcere un poco l’immagine dell’ideologia Woke, che ora cercheremo di ripulire per analizzarla a fondo.

 

Woke: cos’è la nuova ideologia 

Il termine “woke” (in inglese “essere sveglio”) racchiude tutte le persone altamente interessate alle dinamiche sociali. In particolare, attente alle ingiustizie come il razzismo, il maschilismo o, più in generale, quelle situazioni che deriverebbero dall’essere un privilegiato.

Dalla definizione sembra un movimento di attivismo, ma col tempo “essere woke” è diventato quasi dispregiativo, usato come attacco personale verso chiunque sia un cittadino attivo nella società.

L’accezione negativa di cui ormai il termine è ricoperto ha contribuito a renderlo inutilizzabile, se non con sarcasmo, non redendo giustizia alla sua storia, ai fatti che hanno portato alla creazione di questo movimento.

 

Da dove nasce “essere woke”?

Benché il termine sia diventato di uso pubblico a partire dal 2014, la sua nascita ha radici ben più profonde. 

Gli afroamericani hanno iniziato ad utilizzarlo nei movimenti per la giustizia razziale nel 1900: il Secolo Breve è stato costellato da proteste in tutto il mondo, ma in particolare in America si è arrivati più volte al faccia a faccia tra bianchi e neri.

Secondo il National Museum Of African American History and Culture, uno dei primi usi dell’espressione risalirebbe al brano del 1939Scottsboro Boys” del musicista Lead Belly: la canzone tratta di un famoso caso di falsa accusa di uno stupro avvenuto in Alabama nel 1931 ai danni di 9 ragazzi afroamericani.

La frase “stay woke” era stata utilizzata dal cantautore per incoraggiarli a restare vigili sui loro diritti e a metterli in guardia dal razzismo presente nel sud dell’America.

 

L’inizio di tutto

Sono state 3 le proteste che hanno fatto sentire la voce dei neri americani e che hanno contribuito alla creazione di un sentimento woke.

La prima è arrivata conseguentemente alla fine del primo conflitto mondiale e ha visto gli afroamericani spostarsi verso nord in cerca di un impiego, vista la forte povertà che aveva colpito i Paesi a guerra finita.

Chiamata anche l’Estate Rossa, nel 1921 bande di bianchi appiccarono il fuoco a Tulsa, la città commerciale chiamata anche “Black Wall Street”, lasciando centinaia di famiglie senza una casa e uccidendo circa 300 persone.

La miccia che accende la bomba delle rivolte è la scarsa difesa derivata dalla polizia, che condannò i neri e difese i bianchi.

La Seconda Guerra Mondiale porta con sé la seconda ondata di proteste: mentre l’America combatteva per riportare la democrazia in Europa, in casa gli episodi di razzismo erano sempre troppo frequenti. Questo paradosso non fece altro che alimentare la volontà degli afroamericani di protestare. Il Pittsburgh Courier si fece portatore della campagna “Double V”, dove si voleva affiancare alla vittoria contro il fascismo all’estero, la vittoria contro la supremazia bianca locale.

Gli anni di piombo in Italia sono stati anni duri in tutti i Paesi. La sempre più impellente voglia di ottenere diritti civili era ormai dilagata in ogni angolo del mondo, e così accadeva anche in America, dove da sempre c’era discriminazione razziale. 

Nel 1963 il corteo sfilato a Birmingham, capitanato da Martin Luther King, fu l’ennesimo caso di ingiustizia da parte delle forze dell’ordine: vennero usati cani da guardia e idranti antincendio contro i manifestanti pacifici.

Sono centinaia gli episodi come questi appena elencati che hanno portato un’inarrestabile frenesia nella ricerca dei diritti civili troppe volte negati.

Ed è per questo che è nato il movimento del Black Lives Matter.

 

Black Lives Matter: il primo movimento 

Fondato nel 2013 da Alicia Garza, Patrisse Cullors e Opal Tometi, il Black Lives Matter è un movimento politico interamente dedicato ai diritti dei neri. 

La sua creazione è avvenuta in seguito all’omicidio di Trayvon Martin, su cui un uomo aveva aperto il fuoco in Florida mentre il ragazzo ritornava a casa. Nonostante Trayvon stesse solo passeggiando, George Zimmerman fu prosciolto perché, secondo la legge americana, aveva agito per legittima difesa.

La bomba che ha permesso una diffusione globale del movimento è stata l’omicidio di Michael Brown, un ragazzo accusato di furto ucciso da un agente di polizia, Darren Wilson, in Missouri. Numerose furono le persone che si radunarono in piazza per protestare contro l’ennesima ingiustizia, permettendo all’iniziativa di permeare nel territorio e, man mano, nel resto del mondo.

Ad oggi, #BlackLivesMatter è uno degli hashtag più utilizzati sui social: basti pensare all’omicidio di George Floyd e di quante persone, celebrità e politici abbiano condiviso sostegno alla vittima e al movimento. Tra luglio 2013 e marzo 2016, l’hashtag è stato menzionato circa 11,8 milioni di volte, come si può leggere in un articolo della rivista SocietàMutamentoPolitica della sociologa Lucia Picarella.

 

Ma perché è diventato così virale?

L’omicidio di George Floyd sui social

È impossibile scappare dai social. Se prima un corteo che scendeva in piazza a protestare era (a volte) in grado di ribaltare la situazione legale di un determinato fenomeno, oggi milioni di persone che esprimono la propria opinione o condividono sui social post inerenti al fenomeno non possono far altro che aumentarne la popolarità. Nella settimana successiva all'omicidio, l'hashtag è stato usato quasi 50 milioni di volte su Twitter, mentre su Instagram, i messaggi di supporto per #BlackLivesMatter hanno superato i 21 milioni.

Ciò che è accaduto sui social riguardante l’omicidio di George Floyd è stato riportato dall’articolo sopraccitato.

La diffusione del video dell’aggressione da parte del poliziotto Derek Chauvin non ha fatto altro che alimentare l’ira di chi subisce queste ingiustizie o non le tollera: visionare un contenuto ha sicuramente maggiore impatto che sentirlo in televisione. Un video traduce l’immediatezza, ciò che vedi è ciò che è successo, nero su bianco; perciò, risulta qualcosa che non può essere ignorato.

La circolazione di hashtag come #ICantBreathe ha permesso a sempre più persone di assistere allo scempio subìto da Floyd, causando una maggiore presa di coscienza, rendendo più evidente il confine tra bene e male e, quindi, la parte da cui schierarsi.

 

I mutamenti dell’ideologia Woke

Sebbene “stay woke” fosse diretto agli afroamericani e ai loro diritti negati, come la possibilità di abitare negli stessi quartieri dei bianchi, salire su un autobus o votare, negli anni il movimento ha travalicato altri confini, sfumando verso altre forme di lotte sociali, come quelle per il femminismo o il gender.

Per farla breve, l’ideologia ora raccoglie tutte le battaglie per le minoranze.

La colonna portante, o uno dei fondamenti, pare essere la “Cancel Culture”, direttamente collegata al politicamente corretto.

 

Cancel Culture e politicamente corretto: cosa sono e perché vengono contestate

La Cancel Culture è una presa di posizione da parte di molte persone che esercitano giudizi o pressioni su una determinata persona affinché essa cambi il comportamento ritenuto sbagliato. Ne è un esempio il caso di Kevin Spacey, accusato di molestie sessuali la cui partecipazione al film “Tutti i soldi del mondo” è stata ritirata.

Cosa viene “cancellato”? tutti i comportamenti non ritenuti corretti, politicamente corretti.

Ciò non avviene solo su celebrità, può anche capire a qualsiasi utente sui social che scriva opinioni in maniera brutale, maleducata o offensiva.

Il politicamente corretto raggruppa tutti i comportamenti considerati più corretti, quelli per cui il mondo dovrebbe girare nel verso giusto. Il massimo rispetto verso chiunque.

L’espressione è nata anch’essa in America, e ha portato molti benefici, come la sostituzione della parola “negro” con “afroamericano”, per esempio.

Entrambe, però, non sono esenti dalle critiche: la Cancel Culture viene accusata di essersi spinta troppo oltre, di aver travisato il significato di molte storie, come accadeva per il bacio non consensuale della fiaba di Biancaneve. 

Il politicamente corretto è incolpato di togliere libertà di espressione, accusa infondata nel caso in cui, chi esprime la propria opinione, lo fa con cattiveria. 

Combattere per i diritti non è mai sbagliato, però bisogna prendere atto del fatto che non tutto ha un doppio significato nascosto, o comunque non è detto che il bacio giudicato non consensuale di Biancaneve istighi alla violenza, come molti avevano affermato. In questo caso, gli occhi dei bambini che guardano Biancaneve sono innocenti. D’altro canto, potrebbero essere effettivamente spinti a replicare il gesto.

Contribuire a far aprire gli occhi agli individui che prendono come modello persone sbagliate può evitare che gli stessi schemi di comportamento dannosi vengano replicati. Mettere alla gogna pubblica è il modo più immediato per farlo, e ciò non fa altro che alimentare l’attenzione verso questi approcci.

 

Gli scontri con la destra

La politica è formata da Destra e Sinistra, agli antipodi, l’una contro l’altra. Storicamente, la Sinistra è sempre stata più indirizzata verso ideali liberali e il loro relativo rispetto.

L’ideologia Woke è la rappresentazione più realistica degli ideali della Sinistra, e come tale si colloca dalla parte opposta della Destra.

I governi conservatori rigettano i Woke e tutto ciò che rappresentano: in America, per esempio, il governatore della Florida Ron DeSantis ha espresso pubblicamente il suo rifiuto verso tale iniziativa. Anche in questo editoriale del giornalista conservatore Bret Stephens, la critica smossa verso i Woke è che tentano di rendere la normalità ingiustizie che accadono solo a volte, molto spesso tramite proteste violente.

In Italia, l’espressione “Woke” non viene utilizzata dai nostri politici, è presente più che altro sui social, però sono innumerevoli le volte in cui la politica conservatrice italiana si è schierata contro i diritti promossi dall’ideologia, di cui un esempio qui.

 

To be Woke” sui social media

Da sempre i social fanno da amplificatore per chiunque abbia una voce e la usi. Se a protestare, a girare video di ingiustizie, a pubblicare notizie di fatti gravi passate in sordina, sono migliaia di utenti, l’eco si sente e smuove un po’ tutto. È lì dove la maggior parte delle proteste prende piede, perché in poco tempo si ottiene una grande attenzione.

“Essere svegli” sui propri diritti è fondamentale e spetta ad ognuno di noi, così come il denunciare ingiustizie.

Il troppo, come sempre, stroppia: occuparsi di tutte le problematiche presenti nel mondo è una responsabilità parecchio pesante e totalmente impossibile.

Il faro puntato sui Woke c’è perché molti adottano questa ideologia e, sebbene non tutti magari la esercitino attivamente, quelli che lo fanno riescono ad ottenere una grande considerazione, che li pone al centro di un dibattito sempre molto spietato: i social.

La doppia faccia della stessa medaglia: il luogo in cui le ingiustizie possono essere denunciate in maniera immediata, è anche lo stesso in cui vengono un po’ tutti messi alla gogna. A volte i Woke, a volte chi viene “cancellato”.

In questo potrebbe esserci un punto di incontro. 

Chiunque è libero di esprimere la propria opinione, anche sui diritti inalienabili. Giusto o sbagliato che sia, dobbiamo sempre ricordare che non abbiamo tutti la stessa testa. Se così fosse, se davvero tutti fossero d’accordo sugli stessi diritti e si trattassero l’un l’altro con il massimo rispetto, di certo non ci sarebbero le guerre.

Tanti, troppi fattori si nascondono dietro i ragionamenti di chiunque di noi. La libertà di espressione non può essere negata, ma non si può nemmeno parlare senza cognizione di causa ed educazione, altrimenti si cade nell’offesa.

I social sono un potente strumento in grado di mettere fine alla carriera di una persona o di denunciare intere situazioni, se usati bene, possono fare del bene.

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