Sulla disabilità: dimmi che non sei inclusiva senza dirmelo, inizia l'Italia
Siamo inclusivi quando si parla di disabilità? In teoria sì. In pratica forse è meglio ritentare la prossima volta.
Il 3 dicembre si celebra la Giornata internazionale delle persone con disabilità. Proclamata nel 1992, ha il suo focus sulla sensibilizzazione e sull’inclusione… potremmo continuare e dirvi che promuove la tutela dei diritti e del benessere delle persone con disabilità, ma la verità è che per quanto queste giornate fanno luce, e anche tanta, non bastano.
E a dircelo sono i dati.
Mondo del lavoro e disabilità, in teoria…
La giurisprudenza italiana prevede il collocamento lavorativo delle persone con disabilità, disciplinato, infatti, dalla Legge del 12 marzo 1999 n. 68 recante “Norme per il diritto al lavoro dei disabili”. Essa ha il fine dichiarato di «promozione dell'inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato».
All’articolo 3, per esempio, leggiamo: «I datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad avere alle loro dipendenze lavoratori appartenenti alle categorie di cui all'articolo 1 nella seguente misura:
a) 7% dei lavoratori occupati, se occupano più di 50 dipendenti;
b) due lavoratori, se occupano da 36 a 50 dipendenti;
c) un lavoratore, se occupano da 15 a 35 dipendenti».
O, ancora, nell’articolo 8, è dichiarata l’esistenza di uno specifico elenco «tenuto dai servizi per il collocamento mirato» che permette, se lo si desidera, alle persone con disabilità di trovare più facilmente un’occupazione conforme alle loro capacità lavorative.
Inoltre, un Decreto Ministeriale del 14 settembre 2015 prevede lo snellimento della procedure esistenti «a carico di cittadini e imprese» con il fine di favorire maggiormente l'inclusione lavorativa.
E in pratica?

Secondo i dati diffusi dall’Osservatorio Persone con disabilità e il lavoro il 4 ottobre 2023, ottenuti grazie all'utilizzo delle Comunicazioni obbligatorie e del Collocamento mirato, la percentuale di occupati nel campione 2018-2022 si attesta sotto il 50% sia per le donne che per gli uomini.
In particolare, nell'anno 2022 abbiamo il 46,6% di lavoratrici con un impiego contro il 43,3% del 2018. La percentuale nel campione maschile era invece del 40% nel 2018, con un aumento di 4,1 punti percentuali nel 2022.
Nella fascia Gen Z (15-24) colpisce positivamente l'aumento dell’occupazione femminile, pur restando sotto il 60%. Le giovani donne occupate nel 2022 sono 59,1%, con un incremento del 14,5% rispetto al 2018.
Se consideriamo però i dati generali dell’ISTAT (non solo relativi agli iscritti al collocamento mirato) vediamo come le percentuali si abbassano nettamente. Nella fascia 15-64 anni, su circa 3 milioni di persone disabili presenti in Italia, solo il 32% ha un lavoro retribuito contro il 59,9% della media nazionale.
Ma il quadro di (non) inclusione purtroppo non finisce qui. In Italia le barriere non sono solo simboliche, ma anche pienamente concrete
E stiamo parlando di quelle architettoniche.
Barriere architettoniche e disabilità: un ostacolo che ci sta troppo stretto
Prima di capire perché le barriere architettoniche ci stanno troppo strette, capiamo cosa sono.
E per comprenderlo, prendiamo in prestito la definizione che ci fornisce Treccani:
«Una barriera architettonica è un impedimento che limita o rende impossibile la fruizione di spazi, edifici e strutture, ostacolando in particolare il passaggio a bambini, anziani e persone con difficoltà motorie (portatori di handicap costretti a muoversi su sedia a rotelle), sensoriali (persone prive della vista) o psichiche (persone con disturbi mentali che si ripercuotono sulla capacità di spostamento)».
Si, sono proprio quei gradini, quelle scale, quei posti troppo stretti che, se non abbiamo alcuna disabilità, al massimo malediciamo nei giorni torridi d'estate.
Ma nelle nostre città rappresentano un ostacolo al pieno raggiungimento dell’inclusione nel campo della mobilità.
In Italia abbiamo una Legge sulle barriere architettoniche (che è un po' come se non esistesse)
In Italia abbiamo una legge sulle barriere architettoniche (che sembra non ricordare nessuno, nda): è la n°13 del 9 gennaio 1989, che mette nero su bianco le «Disposizioni per favorire il superamento e l'eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati».
Per farci un'idea, prendiamo in considerazione il report ISTAT sull’inclusione scolastica degli alunni con disabilità anno 2022-2023. Il 60% delle scuole sul territorio nazionale non è accessibile agli alunni con disabilità motoria. Solo il 17% degli edifici scolastici risulta, inoltre, adeguato ad accogliere ragazzi e ragazze con sordità e solo l’1,2% alunni con cecità o ipovisione.
Ma in cosa si concretizzano le barriere architettoniche? Quella più diffusa è sicuramente la mancanza di un ascensore adatto per le persone con disabilità (50%).
Rispettivamente il 26% e il 24% delle scuole non ha invece bagni a norma o strutture architettoniche che permettono il superamento di dislivelli interni alle strutture.
La situazione appare ancora più grave focalizzandoci sugli alunni con disabilità sensoriali.
Solo il 17% degli edifici è provvisto di segnalazioni visive per studenti con sordità e un trascurabile 1,2% possiede percorsi tattili e mappe in rilievo.
Disabilità e accesso alle cure
Anche sul fronte Sanità la situazione non migliora.
Secondo uno studio condotto dall’Istituto Serafico di Assisi 2022 operante nell’ambito dell’assistenza di persone con disabilità plurime, il 63% delle persone con disabilità deve uscire dalla propria regione per effettuare anche una visita di routine e il 79,6% deve recarsi presso più di una struttura prima di ricevere una consultazione adeguata.
Significativo, inoltre, è un report dell’Organizzazione Mondiale dello stesso anno che inquadra la questione a livello globale. Secondo quanto emerge, infatti, «le persone disabili hanno un’aspettativa di vita fino a 20 anni in meno per colpa delle disuguaglianze sanitarie».
Alla luce di quanto emerge dal rapporto il direttore generale dell'OMS, il dottor Tedros Adhanom Ghebreyesus, dichiara:
«Fa luce sulle disuguaglianze che le persone con disabilità affrontano nel tentativo di accedere alle cure di cui hanno bisogno. L'Oms si impegna a sostenere i Paesi con la guida e gli strumenti di cui hanno bisogno per garantire a tutte le persone con disabilità l'accesso a servizi sanitari di qualità».
Spostiamo lo sguardo...
Dati, questi che abbiamo portato alla luce, che non basta ricordare solo il 3 dicembre di ogni anno. Come non bastano le parole o gli slogan alla «siamo tutti uguali»
Dati che sottolineano un problema (anzi diversi) che fanno luce sulle crepe, sulle scale, sugli ascensori (mancanti) del nostro Paese, che tanto «Bel» spesso non è.
E, forse, è proprio da questi che dovremmo iniziare a ripensare e a ripensarci come comunità dialogante che si interroga, si mette in discussione e si problematizza. Per farlo non bisogna guardare dall'alto - tutto bello da là - ma osservare in basso e dal basso, per renderci conto che, forse, quel gradino è di troppo. O forse è troppo poco perché accanto, no, non c'è una rampa.
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