Non tutti soffriamo allo stesso modo: tu come affronti il dolore?
Alcuni piangono, altri lo reprimono o lo evitano: il dolore cambia in base alla cultura. Come funziona nel mondo? E sui social?
Non solo tu, non solo lei, lui, loro o noi. Il dolore accompagna tutti per l’intero arco della nostra vita. È normale ed è ciò che ci ricorda che siamo vivi.
Spesso, però, la sofferenza viene vissuta e interpretata in maniere differenti dalle persone.
È un fattore personale o sociale?
La paura del dolore
Molti rifiutano categoricamente di provare dolore fisico. Nel caso in cui questa condizione dovesse manifestarsi in maniera persistente, si potrebbe addirittura parlare di algofobia, un disturbo che porta le persone ad evitare situazioni che sono convinte porterebbero a sensazioni dolorose.
Escludendo chi soffre della patologia, le persone che evitano il dolore fisico o emotivo lo fanno rinchiudendosi in una corazza ben strutturata, che non permette a niente e nessuno di scalfirla.
Quante volte, quando un nostro amico o parente ci dice qualcosa di brutto, ci sentiamo pronunciare la frase «Dai, meglio non pensarci». Evitando di pensare al problema, pensiamo che esso passi indisturbato attraverso di noi senza che ce ne curiamo in prima persona, scavalcando tutte le sensazioni negative che ne deriverebbero.
Dolore fisico o emotivo che sia, entrambi ci fanno paura e, chi più e chi meno, tentiamo di aggirarlo.

Vivere il dolore
Se da una parte troviamo le persone terrorizzate dal provare qualsiasi sensazione negativa, dall’altra c’è chi le manifesta apertamente.
Sono molti i soggetti che considerano un buon pianto come il primo passo per alleviare le proprie sofferenze, siano esse fisiche o mentali. Non è un caso, infatti, che dopo aver pianto ci faccia male la testa: la risposta emotiva più primordiale del mondo coinvolge tutto il corpo ed è proprio il rilascio di endorfine e ossitocina a farci star meglio, a farci sentire più “leggeri”.
Talvolta anche urlare può aiutare a manifestare il dolore e al contempo a combatterlo, facendo apparire l’urlo non solo come la fuoriuscita della propria voce, ma anche di tutto ciò che si tiene dentro.
Esprimere esplicitamente il dolore significa accogliere le proprie emozioni e dargli vita, accettando di conseguenza lo stato mentale del momento.
Le differenti culture
È chiaro che esistono due categorie di persone quando si tratta di accettare ed esternare le sensazioni negative.
Ciò che le differenzia è sicuramente il carattere e l’ambiente in cui sono cresciute. Non tutte le culture, infatti, insegnano il dolore o, al contrario, lo demonizzano.
La definizione di cultura, secondo il dizionario Treccani, è chiara: “L’insieme dei valori, simboli, concezioni, credenze, modelli di comportamento, e anche delle attività materiali, che caratterizzano il modo di vita di un gruppo sociale” (Treccani).
Le differenze culturali si percepiscono sempre nei comportamenti delle persone; sono gli usi e i costumi che piantano le radici nella popolazione di riferimento e modificano, di conseguenza, il modo di vivere.
Tramite la storia del bambino selvaggio, abbiamo indagato cosa vuol dire crescere in una determinata società e come si apprendono i vari comportamenti che ne conseguono. Ogni cultura, quindi, riflette un gruppo sociale diverso.
La gestione del dolore
In un articolo formulato da due psicologhe, Sue Peacock e Shilpa Patel, viene approfondito il tema del dolore e di come le diverse culture insegnino a gestirlo.
Viene spiegato che spesso i fattori sociali e culturali influiscono sulla gestione delle emozioni, talvolta è la religione stessa a impartire lezioni sulle sensazioni negative.
L’elaborato in questione fa anche riferimento agli immigrati e a come riescano ad adattarsi alla comunicazione del dolore solo qualora risultassero abbastanza consci della cultura del nuovo Paese. Insomma, basta addentrarsi un po’ in una nuova società per capire subito come funziona.
Nelle culture anglo-europee e occidentali, per esempio, si tende a tirar fuori tutto il dolore e a esprimerlo nella sua interezza: una ricerca dell’Università di Tilburg ha dimostrato che il Paese dove si piange più spesso sono gli Stati Uniti, al contrario della Cina che risulta all’ultimo posto. Infatti, le culture confuciane insegnano a trattenere il dolore, specialmente in ospedale dove la richiesta di farmaci per lenirlo risulterebbe inappropriata, poiché significherebbe mettere in dubbio la capacità del medico di sapere quando prescrivere una medicina.
Cultura individualista e interdipendenza
Paesi come la Cina e il Giappone sono caratterizzati da un tipo di cultura che promuove l’interdipendenza tra le persone. Al polo opposto troviamo gli Stati Uniti o anche gli Stati europei in cui a fare da padrone è l’individualismo.
L’interdipendenza ha fatto sì che i bambini appartenenti a questa cultura risultassero meno emotivamente espressivi, quasi come se dovessero essere sempre molto composti. Fin dall’infanzia viene insegnato il miglioramento personale, perciò manifestazioni come il pianto tendono ad essere considerate immature.
Nonostante la nostra società promuova l’individuo come essere a sé stante che non ha bisogno di nessuno accanto, siamo una di quelle che più promuovono l’espressione delle emozioni.
· Per sapere di più sul dolore nella nostra società: La competizione nel dolore: chi soffre di più?

Il pianto sui social
Appurato che esistono diversi tipi di persone nella gestione del dolore, oggi è un fenomeno sempre più diffuso quello di ragazzi e ragazze che si riprendono mentre piangono.
Si passa, quindi, dal nascondere le sensazioni negative, ad esternarle a migliaia di persone. Cosa spinge gli individui a mostrarsi vulnerabili?
«A mio avviso alcuni giovani, soprattutto in tempi più recenti, utilizzano i social per postare e rendere pubblica buona parte della loro vita; I social-media risultano essere il canale preferenziale non solo poiché trattasi di palcoscenici particolarmente ed emotivamente facili da “cavalcare” ma anche perché essi offrono una visibilità massima ed esponenziale; gli attori dei video, preferiscono di gran lunga confidare a “chi che sia” i propri stati d’animo, anche quelli più dolorosi, poiché ben consapevoli che la quasi totalità degli spettatori sono loro coetanei; ovvero dei pari che sovente si ritrovano e rispecchiano nelle medesime situazioni». I social, quindi, costituiscono un mondo in cui la Gen Z si sente al sicuro nel condividere spaccati di vita quotidiana. Ciò sarebbe giustificato dalla presenza di ragazzi e ragazze con gli stessi problemi, innescando inconsciamente la sensazione di appartenere a un grande gruppo.
«Importante aggiungere anche che, ad oggi, la genitorialità (fortunatamente non sempre) è poco presente oltre che parecchio distratta ed una delle cause di tale “sbadataggine” è data dal fatto che entrambe le figure parentali devono (vista la forte crisi economica che il nostro Paese attraversa) dedicarsi fortemente al lavoro per poter far fronte alle spese impellenti quotidiane e future», analizza Andrea Manca, dottore in Psicologia dello sviluppo e dell'età evolutiva ed educatore professionale socio-pedagogico.
Abitudini che abbattono le barriere di internet
La corrispondente del Sud-Est asiatico per Sky News Siobhan Robbins, in un articolo riportato dall’emittente televisiva, ha indagato il fenomeno dei “selfie piangenti”, confrontandosi con alcuni psicologi.
Sebbene la tecnologia sia presente in ogni aspetto della nostra vita e ciò comporti un coinvolgimento totale degli aspetti quotidiani, alcuni sostengono che una reazione naturale come il pianto, se immortalata diventi qualcosa di artefatto.
Altri sostengono invece che questa nuova abitudine sia un suggerimento importante su come si stia evolvendo la società: internet risulta da sempre molto impersonale; perciò, vedere un video di qualcuno che piange potrebbe simboleggiare una spalla a cui appoggiarsi, come a dire “non stai male solo tu, ma anche io”.
La tecnologia spinge da sempre a grandi agglomerati di persone ottenendo come unico effetto quello della solitudine per chi lo utilizza; quindi, mostrare una parte così vulnerabile come il pianto abbatte tutti questi pilastri su cui si fonda internet.
Vivere con o senza dolore?
Illustrare come le diverse società affrontano il tema del dolore serve a capire che, in fondo, siamo tutti uguali, e proviamo tutti le stesse emozioni. Scegliere di esternare o meno il dolore non cancellerà le sensazioni negative che si provano. Si tratta di tenerle nascoste all’altro, ma dentro di noi, seppur in fondo, sappiamo che ci sono.
«La società, i media, a volte anche il luogo di lavoro e addirittura la scuola, culla di individui in piena fase di formazione, richiedono e premiano caratteristiche individuali quali forza, carisma e tenacia; ci si dimentica però, in questo modo, che il dolore è un’emozione certamente negativa ma allo stesso tempo tale da poter essere utilizzata come occasione di crescita personale», conclude Manca.
Ciò non toglie che la cultura va rispettata e non cambiata con la forza. I due tipi di società sopra analizzati ci mostrano due facce della stessa medaglia: non esiste giusto o sbagliato perché ognuno guarda il mondo dal proprio punto di vista, e in questo caso si tratterebbe di due opinioni ovviamente opposte.
L’unica costante, in questa grossa antitesi che è il mondo, resta che tutti proviamo dolore.
Le foto presenti in questo articolo provengono da internet e si ritengono di libero utilizzo. Se un’immagine pubblicata risulta essere protetta da copyright, il legittimo proprietario può contattare lo staff scrivendo all’indirizzo email riportato nella sezione “Contatti” del sito: l’immagine sarà rimossa o accompagnata dalla firma dell’autore.
Mi piace: 0
Commenti: 0
