La competizione nel dolore: chi soffre di più?
La competizione è insita nell'uomo, ma a volte contamina anche altri aspetti, come la sofferenza. Come si interrompe il circolo vizioso?
L’umano incarna la competizione. In ogni nostro gesto, risalta la voglia di primeggiare sopra gli altri, in qualsiasi ambito di vita.
A volte, il continuo confronto con gli altri può fare più danni di quanto non si pensi.
La competizione nella vita quotidiana
Che sia al lavoro, in famiglia o mentre si pratica un hobby, quasi sicuramente ci sarà qualcuno disposto a vendere la propria anima al diavolo pur di risultare migliore rispetto agli altri.
È una condizione senza dubbio fastidiosa, ma non così facilmente arginabile perché, quando si ha a che fare con altri individui, bisogna ricordarsi che ognuno ragiona a proprio modo.
Ogni persona è cresciuta in un contesto differente che l’ha portata a forgiare il proprio carattere sulla scia del suo vissuto.
«Le norme culturali e sociali rivestono un'importanza cruciale, creando un ambiente in cui la competizione è vista come qualcosa di positivo e giustificato. In molte culture, il confronto e la ricerca di superiorità sono incentivati, dando vita a una corsa incessante al “di più”: più successi, più visibilità, più approvazione. Questo desiderio di apparire “migliori” non riguarda solo il prestigio, ma può anche riflettere una profonda paura di perdere opportunità o di sentirsi inadeguati», analizza la psicologa e psicoterapeuta Ludovica Coluccia, intervistata da noi.
In amicizia
E tutto ciò, purtroppo, avviene spesso in contesti come i legami d’amicizia. La competizione per definizione porta qualcuno ad essere migliore di qualcun altro: negli affetti, questo pone le due persone, legate dal sentimento comune in questione, su due piani differenti, rendendo la relazione caotica e non lineare.
Basta aprire qualsiasi social network per imbattersi in video in cui le persone ammettono di aver chiuso un rapporto perché costantemente sminuite da chi avevano accanto.
Perché, in fin dei conti, primeggiare sugli altri significa anche farli sentire un meno, qualcosa e qualcuno che non merita di stare al primo posto.

Sul lavoro
I risvolti negativi dell’essere messi a confronto con gli altri si notano anche al di fuori del contesto in cui accade. In questo articolo venivano portate alla luce le conseguenze della società in cui siamo immersi: la Gen Z si sente oppressa da questo bisogno sfrenato di primeggiare.
La competizione che aleggia costantemente sulle nostre teste alza l’asticella delle aspettative, che non è detto tutti siano in grado di soddisfare. Questo porta a stress, ansia e a sentirsi inadatto.
Perché ci mettiamo in competizione con gli altri?
Come indicato sopra, la realtà in cui siamo immersi non è positiva per il nostro vissuto.
Una ricerca condotta da università del Regno Unito, Canada e Stati Uniti su 40.000 studenti, ha rilevato che, dal 1989, il 33% in più sente il bisogno di raggiungere la perfezione per ottenere l’approvazione.
Il perfezionismo viene definito anche come “paura del fallimento”, il terrore di arrivare secondi. In sostanza, ciò che conta è il risultato, e questo risultato deve essere il migliore.
Il senso di approvazione alimenta la natura di essere umano e per questo viene ricercato in lungo e in largo, dimenticandosi che il costante bisogno di primeggiare danneggia molti rapporti, in primis se stessi.
La competizione si regge su un sottile filo, basta un attimo per scavalcarlo e passare da “costruttiva”, quindi che sprona le persone a fare meglio, a “deleteria”, che porta ai dissapori accennati sopra.
«Il bisogno di approvazione sociale è un elemento fondamentale. Gli esseri umani, in quanto animali sociali, cercano costantemente riconoscimento e validazione da parte degli altri. Questo desiderio di approvazione può spingerci a confrontarci con i nostri pari, generando sensazioni di inferiorità o superiorità a seconda delle situazioni», continua Coluccia.
Competere nel dolore è deleterio?

Il dolore
La sofferenza è quanto di più personale e allo stesso tempo condivisibile un umano possa mai provare. Che sia per un trauma, il comportamento sbagliato di qualcuno o cause esterne, il dolore lo proviamo solo noi, per ciò che ci viene fatto sulla nostra pelle.
Ma non siamo gli unici.
In quanto società, in quanto individui che vivono circondati da tante altre vite, non possiamo pensare di essere gli unici a provare l’esperienza del dolore, qualcosa di strettamente collegato all’essere umano.
Questo concetto, se osservato sotto un’altra lente, potrebbe essere utilizzato come “merce di scambio”. Insomma, soffrendo tutti, potremmo spalleggiarci, evitando quindi la competizione.
Perché si soffre?
Nell’articolo della rivista “Cognitivismo Clinico”, redatto dallo psichiatra Francesco Mancini e dalla psicologa Claudia Perdighe, vengono indagate le motivazioni che si celano dietro il dolore.
Gli esperti sostengono che la sofferenza nasce nel momento in cui l’individuo non accetta la compromissione di un suo scopo, perciò una discrepanza tra ciò che si vive e ciò che si desidera. Anche la minaccia che incombe sul raggiungimento di uno scopo costituisce motivo di preoccupazione, quindi qualcosa che ancora non ha forme definite, una possibilità.
Spesso, le persone desiderano qualcosa che non si può ottenere: la sofferenza di una vedova può nascere dal desiderio di riavere il proprio amante, ma ciò viene compromesso dal fatto che è morto.
Il dolore nascerebbe proprio dalla mancata accettazione, da parte di un individuo, di una compromissione.
Al netto di tutto, perché la sofferenza di qualcuno dovrebbe essere più importante di quella di qualcun altro?
La compromissione può avvenire per i motivi più disparati, è difficile poi che siano uguali tra le persone, così come anche la risposta emotiva del singolo; perciò, mettere a paragone due sofferenze non porterebbe a niente di costruttivo.

La competizione nel dolore
Per capire come si arrivi a competere su chi sta peggio, vediamo le parole della psicologa Coluccia: «C’è anche da considerare il ruolo delle aspettative sociali. Viviamo in una cultura che celebra la resilienza e la capacità di affrontare le avversità. Quando qualcuno condivide la propria sofferenza, spesso si sente il bisogno di dimostrare di poter affrontare anche situazioni peggiori, come un modo per affermare la propria forza.
Se una persona racconta di una delusione e l'altra risponde con un’esperienza ancora più dolorosa, potrebbe farlo nel tentativo di dimostrare che, nonostante il dolore, si è capaci di superarlo. Tuttavia, questo atteggiamento può ostacolare la vera condivisione emotiva e il sostegno reciproco».
«[…] Quando stiamo male, spesso cerchiamo comprensione e sostegno da chi ci circonda, ma invece di ricevere l’empatia che ci aspetteremmo, possiamo trovarci di fronte a un atteggiamento competitivo che ci fa sentire "non riconosciuti".
Questa mancanza di empatia non solo delude le nostre aspettative, ma ci rende vulnerabili. La fiducia che riponiamo nell’altro influisce sulla nostra percezione di autostima e identità; se il nostro dolore viene sminuito o messo a confronto, possiamo finire per dubitare della legittimità delle nostre emozioni, percependoci come deboli o eccessivamente sensibili e, in alcuni casi, mettendo in discussione la qualità della relazione stessa».
Come si comunicano in maniera efficace le proprie sofferenze?
Abbiamo visto come fare a gara a chi sta peggio non porti a nulla di buono, sebbene spesso non sia un comportamento volontario. Con un po’ di impegno e attenzione, però, si può interrompere questo circolo e permettere a tutti di sentire le proprie emozioni come validate.
«In questi casi, adottare una comunicazione assertiva può rappresentare una
soluzione concreta: è la capacità di esprimere i propri sentimenti e bisogni in modo
chiaro e rispettoso, riconoscendo e dando spazio alle emozioni dell’altro, creando un
ambiente di sostegno autentico».
«La competizione riguardo al dolore riflette le nostre vulnerabilità e le dinamiche relazionali che ci legano. Invece di vedere il dolore come una gara, possiamo scegliere di considerare questi momenti come opportunità per rafforzare la nostra connessione con gli altri. Essere capaci di ascoltare, condividere e sostenere può trasformare queste interazioni in esperienze di empatia e comprensione reciproca.
Comprendere queste dinamiche relazionali è un'importante occasione di crescita, che può arricchire le nostre interazioni quotidiane e favorire legami più autentici. In questo modo, possiamo imparare a conoscerci meglio attraverso gli altri, trasformando la competizione in connessione», termina la psicologa Coluccia.
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