La paura di avere una malattia può essere un disturbo? Sì, e spesso si sottovaluta

Tra i disturbi da somatizzazione più conosciuti, il disturbo da ansia di malattia è spesso sottovalutato. Ma che cos’è? Da cosa è causato?

Per la rubrica Metapsicologia, questo mese abbiamo deciso di fare chiarezza su un disturbo spesso sottovalutato, eppure diffuso: il disturbo da ansia di malattia.

Disturbo da ansia di malattia: le caratteristiche principali

Al contrario di quanto possa suggerire il nome, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) colloca il disturbo all’interno della categoria dei disturbi da somatizzazione

Ansia e somatizzazione: come sono legati?

Il motivo alla base di tale classificazione risiede nei criteri diagnostici stabiliti dallo stesso DSM. Affinché si possa parlare correttamente di disturbo da ansia di malattia è necessario infatti appurare la presenza di livelli sproporzionati di preoccupazione e ansia relativi al proprio stato di salute per un periodo non inferiore ai 6 mesi. Inoltre, i soggetti affetti da tale disturbo tendono tipicamente a rivolgersi continuamente a professionisti della salute o - in alcuni casi - a non farlo affatto, a causa della scarsa fiducia riposta nei risultati da essi presentati. L’individuo in tal senso è investito dalla convinzione di aver contratto una malattia non diagnosticata o è tormentato dal pensiero di ammalarsi, mettendo in atto una risposta comportamentale dettata dal significato soggettivo che viene attribuito a sintomi auto-diagnosticati[1].

Tra catastrofismo e somatizzazione

Risulta alquanto peculiare in questo disturbo la percezione che il soggetto ha del proprio stato di salute. Non è un caso infatti che spesso ad essere auto-diagnosticate siano malattie gravi, e la sola presenza di sintomi lievi - spesso sconnessi da qualsiasi patologia invalidante - vengono visti come una conferma di tale convinzione[1].

Foto di Engin Akyurt

Le cause del disturbo da ansia di malattia 

Lo studio delle cause del disturbo da ansia di malattia condivide una base eziologica importante con gli altri disturbi da somatizzazione. Da questo punto di vista, le ricerche hanno una storia secolare.

La prospettiva psicodinamica

Già Sigmund Freud si interessò allo studio dell’ipocondria, classificandola come una “nevrosi attuale”, termine col quale si riferiva ad uno stato patologico di conflitto adulto, e cioè non derivante da conflitti risalenti all’infanzia.

Il punto di vista neurofisiologico

Legandosi alla prospettiva psicosomatica - per cui ad essere cruciali sono lo stile attributivo di malattia, il comportamento di malattia oltre ad eventi stressanti e psicosociali[2][3] - i neurobiologi hanno collocato le funzioni della cosiddetta “intelligenza emotiva” nel sistema limbico. A giocare un ruolo cruciale sembrano essere l’ipotalamo e l’amigdala, principalmente coinvolti nella comunicazione di informazioni al corpo attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Di conseguenza, un’alterazione di tali strutture potrebbe giocare un ruolo eziologico determinante[4].

Disturbo da ansia di malattia: come trattarlo?

Ad essere centrale nell’intervento terapeutico è sicuramente l’obiettivo di permettere al paziente di gestire e riconoscere i propri stati psicosomatici. Da questa prospettiva sono stati costituiti diversi approcci terapeutici volti al trattamento dei disturbi da somatizzazione, incluso quello da ansia di malattia.

Dal rilassamento alla CBT

Tra gli interventi più interessanti rientra il rilassamento, una tecnica studiata già nel 1938. Essa consiste nella gestione degli stati emotivi tramite la contrazione di precisi gruppi muscolari, che si è rivelata efficace nel trattamento di tali disturbi[5]. Una tecnica più recente - il biofeedback - sottopone il paziente alla rilevazione dei propri parametri fisiologici, presentando un segnale acustico o visivo di intensità pari al grado di attivazione registrato[6]. Questi interventi rappresentano soltanto alcune delle possibili metodologie applicabili, oltre a poter essere coadiuvati da altre terapie, come quella cognitivo-comportamentale (CBT), anch’essa rivelatasi efficace nel trattamento di questi disturbi[7].

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