L’intelligenza artificiale prenderà il posto degli psicologi?

Negli ultimi anni è stato approfondito il possibile impiego dell’AI in contesti clinici. Cosa è emerso?

Il tema dell’intelligenza artificiale è stato, è e sarà al centro del dibattito collettivo su quello che può configurarsi come il fulcro del prossimo futuro che ci aspetta. Ad oggi, l’AI è già impiegata in numerosi ambiti. Grazie alla sua capacità di elaborare un’enorme mole di dati in tempi minimi, l’intelligenza artificiale si presta come un potentissimo alleato per mansioni complesse, dall’industria alla ricerca fino alla sanità. 

AI e salute

La comunità scientifica non è di certo rimasta indifferente alle ingenti innovazioni che hanno fatto seguito all’introduzione di uno strumento di tale portata. Nello specifico, molti studiosi si sono interrogati riguardo le possibili applicazioni dell’AI in ambito sanitario, al fine di coadiuvare e catalizzare il lavoro di medici, psicologi e operatori. Come si è detto, il vantaggio più grande riguarda innanzitutto la forte riduzione dei tempi di analisi dei dati clinici raccolti.

E la salute mentale?

Abbiamo incluso anche gli psicologi tra quelle figure che si stanno interrogando sempre più sull’AI e le sue implicazioni. Tuttavia, il caso specifico della salute mentale solleva dubbi e incertezze ancora maggiori rispetto ad altri ambiti. Sembra infatti che la natura stessa della pratica psicologica e psicoterapeutica vada inevitabilmente a divergere dai presupposti offerti dall’AI.

AI e psicoterapia

Chi ha intrapreso percorsi di sostegno psicologico o psicoterapie conosce bene l'importanza di quella che in gergo tecnico è chiamata “alleanza terapeutica”. Con questo termine ci si riferisce non solo al complesso - quanto fondamentale per la buona riuscita del trattamento - rapporto che necessariamente deve crearsi tra psicologo e paziente ma anche alle numerose implicazioni etiche e - più in generale - umane che caratterizzano tale relazione.

AI: non abbastanza intelligente 

Proviamo ad immaginare uno scenario futuro ipotetico, in cui il paziente non dovrà più interfacciarsi con un professionista in carne ed ossa, ma con un terminale intelligente. Al fine di poter considerare il lavoro dell’AI quantomeno sufficiente, sarebbe necessario che questa possegga la capacità di captare ed interpretare non solo ciò che il paziente riferisce, ma anche il non detto, il significato dei silenzi, le associazioni e le manifestazioni motorio-espressive, aspetti che in fase pre-diagnostica accomunano - in termini diversi - la maggioranza degli approcci attualmente impiegati.

Ad oggi, tali capacità sono lontane anni luce dalle possibilità offerte anche dalla più avanzata intelligenza artificiale. Gli attuali sistemi si basano infatti su complessi modelli statistici che - tuttavia - basano la loro operatività su un’enorme fondamenta di dati pre-inseriti, precludendo così ogni forma di ragionamento interpretativo ed empatico completamente autonomo e non prestabilito.

La questione etica 

Al di là di tali implicazioni - che si estendono anche alle difficili integrazioni epistemologiche - un dubbio fondamentale riguarda la regolamentazione etica dell'ipotetico lavoro terapeutico svolto dall’AI. Attualmente, i professionisti della salute mentale sono chiamati a rispettare rigorosamente un codice deontologico frutto di anni di studi e finalizzato a garantire la salute e la privacy del paziente.

Chi avrà la responsabilità di una terapia svolta da AI che peggiora lo stato di salute del paziente o che lo espone al rischio di gesti estremi? 

Photo by SHVETS production

I possibili vantaggi dell’AI

Proviamo ora a guardare il rovescio della medaglia. Dove l’intelligenza artificiale può aiutarci nel potenziamento del lavoro clinico?

Velocità e accuratezza

Come anticipato precedentemente, la velocità dell’AI di elaborare dati complessi e numerosi offre anche ai contesti clinici di ambito psicologico la possibilità di revisionare statistiche, dati e criteri di una diagnosi, al fine di verificarne l’accuratezza rispetto a fondamenti teorici o statistici. Naturalmente, con l'avanzare dello sviluppo tecnologico, ciò rappresenta un vantaggio non da poco, soprattutto per i sistemi sanitari nazionali.

L’AI durante il colloquio 

La questione si complica invece quando si parla di un vero e proprio affiancamento dell’intelligenza artificiale durante le sedute terapeutiche. Al di là di problemi puramente tecnici - come un possibile stravolgimento e corruzione del setting terapeutico - sorgono dubbi anche in merito alla raccolta e l'utilizzo di dati che - inevitabilmente - verranno gestiti da terzi e su cui il professionista non potrà avere un effettivo controllo, mettendo a serio rischio la privatezza delle delicate informazioni scambiate durante i colloqui. 

Nonostante ciò, possiamo immaginare un sempre maggiore investimento nel ruolo coadiuvante dell’AI in fasi terapeutiche più “pratiche” che interpretative, come il suo utilizzo nello svolgimento di esercizi basati su terapie cognitivo-comportamentali (CBT), sempre più diffuse a livello clinico. 

AI e psicologia: il parere dell’esperto

Al fine di approfondire meglio la questione, la Redazione si è messa in contatto con il Dottor Mirko Casu - Psicologo clinico e dottorando in Informatica - che ringraziamo.

AI: una visione d’insieme

Il Dr. Casu ci ha spiegato che - nonostante tutto - l’intelligenza artificiale resta «uno strumento, e come tale va interpretato». Più in particolare, sono due i contesti applicativi evidenziati.

Innanzitutto, l’AI può supportare il professionista nel suggerire ipotesi diagnostiche o di trattamento, sfruttando la grande mole di dati su cui è stata addestrata; in secondo luogo, l’AI potrebbe essere d’aiuto a riorganizzare gli appunti sulla seduta appena svolta, nonché, se accordato col paziente e con consenso informato, potrebbe riassumere dettagliatamente una registrazione sonora della seduta.

Ciò non solo permetterebbe allo psicologo o psicoterapeuta di «non perdere alcun dettaglio» ma - in generale - di «ottimizzare l’esito del percorso terapeutico».

Come la utilizzerebbe uno psicologo oggi?

Per saperne di più, abbiamo chiesto al Dr. Casu in che modo implementerebbe l’AI nel proprio lavoro. Oltre all’ambito post-colloquio, essa avrebbe applicazione come potenziamento della realtà virtuale.

Questo strumento viene ampiamente e da lungo tempo utilizzato in tanti modi, in particolare nel trattamento delle fobie o dell’ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività). Tramite sistemi di AI, sarebbe possibile personalizzare il trattamento in maniera estremamente precisa, modificando, ad esempio, il mondo virtuale in tempo reale sulla base dei movimenti, dello sguardo, o delle azioni in generale del paziente.

Attenzione alle iniziative autonome

Il dottor Casu si è occupato in prima persona - in uno studio congiunto con colleghi ricercatori e professori dell’Università di Catania - sull’efficacia dei chatbot applicati all’ambito clinico e terapeutico[1].

Nonostante i risultati siano incoraggianti, il dottore ha toccato punti critici affrontati anche nel suo studio.

Una tendenza allarmante riguarda l’uso di modelli di intelligenza artificiale come sostituti di terapeuti, soprattutto tra i più giovani. Ad esempio, per citarne uno, ChatGPT di OpenAI viene spesso utilizzato dagli adolescenti, in particolare nella sua modalità vocale, come confidente e investito di un ruolo terapeutico che, tuttavia, non gli appartiene e non gli apparterrà: di fatto, parliamo di un’ottima calcolatrice. Alcuni pazienti, inoltre, lo utilizzano come rimpiazzo del terapeuta quando questo risulta irreperibile (ad esempio, orari notturni).

In merito a questo, il Dr. Casu sente di «sconsigliare e scoraggiare dall’uso di questi sistemi a fini terapeutici, a meno che non si tratti di sistemi conversazionali (chatbot) opportunamente addestrati e supervisionati da psicologi».

Una questione resta sicuramente ferma: «l’educazione a questo strumento».

Ad essere in gioco è pur sempre la salute mentale propria o quella altrui, che va sempre e comunque tutelata.

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