Disturbo di conversione: mente o corpo?
Il disturbo di conversione ha giocato un ruolo fondamentale dal punto di vista storico e scientifico. Che cos’è? Quali sono le cause?
Quello di cui parleremo oggi non è un disturbo come gli altri. Lungi dal compiere una discriminazione delle psicopatologie: i pazienti interessati non posseggono alcuna caratteristica che li eleva rispetto agli altri. Tuttavia, la rilevanza è più storica che clinica.
Disturbo di conversione, l’inizio di tutto
Se ad oggi possediamo una letteratura scientifica vastissima di natura psicologica e se possiamo attualmente approfondire la nostra conoscenza riguardo il benessere mentale, lo dobbiamo proprio ai pazienti che convivono - o meglio convivevano - con il disturbo di conversione.
I primi studi
Furono infatti proprio loro ad attirare l’attenzione - nella seconda metà dell’Ottocento - di alcuni illustri neurologi francesi e austriaci, i quali non riuscivano a comprendere i particolari sintomi che caratterizzavano dei pazienti all’epoca definiti come “isterici”. Seppure la denominazione sia ormai superata, questa curiosa condizione fu alla base della ricerca scientifica di Sigmund Freud che - per quanto ad oggi diversi approcci si siano distaccati dalle sue teorie - è considerato quasi all’unanimità il padre della psicologia, e a loro modo quei pazienti le sono anch’essi genitori.
Il disturbo di conversione oggi
Dopo aver rappresentato una forte rivoluzione nell’ambito degli studi psicologici - eguagliata soltanto dagli studi sulla personalità borderline negli anni ‘50 del XX secolo - il disturbo ha ricevuto numerose evoluzioni e approfondimenti. Più nello specifico, è bene compiere una precisazione: il nome corretto è disturbo da sintomi neurologici funzionali. Questo ci permette di comprendere meglio i segni e sintomi principali.
Le caratteristiche principali
I pazienti con disturbo di conversione presentano sintomi riconducibili a condizioni neurologiche invalidanti, senza però alcuna base organica. In particolare, questi soggetti presentano spesso invalidità di tipo motorio e funzionale come - per esempio - l’impossibilità di muovere un arto, ma anche disturbi della vista e del linguaggio.
I criteri del disturbo di conversione
Ad oggi, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM) pone questa condizione tra i cosiddetti disturbi di somatizzazione, e ne specifica diversi criteri.
Il paziente affetto da disturbo di conversione, oltre a presentare uno stato di perfetta sanità fisica (appurata da specifici controlli medici), sperimenta le suddette invalidità in maniera saltuaria e incompleta, mantenendo quindi la capacità di muovere le estremità del corpo o di parlare in specifici contesti. Inoltre, spesso non vi è la presenza di particolari ansie e paure riguardanti la propria condizione.
Le cause del disturbo di conversione
In ambito psicopatologico, rintracciare una singola causa per lo sviluppo di un disturbo risulta impossibile, data la presenza di numerosi fattori e approcci concorrenti. Ciò è particolarmente vero per il disturbo di conversione che, più degli altri, presenta cause ancora incerte. Ma partiamo con ordine.
Perché “di conversione”?
Nel paragrafo precedente vi abbiamo illustrato come il nome più appropriato per questo disturbo sia “da sintomi neurologici funzionali”, in relazione alle principali manifestazioni di esso, abbandonando così la vecchia e inadatta etichetta di “isteria”. Ma da dove spunta fuori allora il concetto di “conversione”?
I sintomi tipici di questo disturbo - come si è detto - risultano del tutto affini a condizioni neurologiche, senza però alcun riscontro medico. Ciò non vuol dire però che i pazienti in questione fingano i sintomi, ma probabilmente questi ultimi non sono altro che la messa in atto di condizioni apprese più o meno consciamente dal soggetto interessato, che dunque imita - o converte appunto - qualcosa di visto o sentito.

Dal conflitto alla famiglia
Naturalmente, nel corso degli anni sono state proposte diverse prospettive eziologiche. Già Freud vedeva in questo disturbo l’esempio perfetto del fallimento di un meccanismo difensivo chiamato rimozione, che rilega all’inconscio emozioni, ricordi o sensazioni inaccettabili e disturbanti per l’individuo. Se la rimozione fallisce, la psiche può reindirizzare gli stimoli avversi in numerose direzioni, tra cui anche verso l’espressione somatica del conflitto, come in questo caso.
L’approccio psicodinamico conserva ancora oggi questa deduzione, mentre altri studiosi hanno individuato la causa del disturbo in precise distorsioni cognitive apprese dall’individuo.
Un’interessante ipotesi fa risalire invece il disturbo di conversione ad un ambiente familiare particolarmente iperprotettivo e controllante, in cui il bambino assume il cosiddetto “ruolo del malato”, un concetto ereditato dalla teoria sociologica di Talcott Parsons, enunciata per la prima volta nel 1951 all’interno della sua opera The Social System[1].
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