La Gen Z non ha più paura della morte?

In occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale affrontiamo un tema spesso messo in secondo piano: la percezione della morte nella Gen Z.

La morte rappresenta da sempre il più grande mistero per l’uomo, fonte di paura, in alcuni casi terrore, ma che ha spinto nel corso dei millenni tantissime menti geniali a cercare di cogliere quella verità occulta che si cela dietro la fine della vita.

È proprio dalla morte che sono nate mitologie, religioni, comportamenti sociali volti in alcuni casi ad esorcizzarla e in altri ad “attrarla”, utilizzandola cioè come uno strumento di potere nel corso della storia.


La percezione della morte sta cambiando

Seppure la paura in sé sia rimasta immutata, sarebbe un errore credere che l’uomo abbia sempre inteso la morte allo stesso modo. Oltre alle speculazioni filosofiche, che possono definirsi come nate con l’uomo, già diversi secoli prima del cristianesimo si erano sviluppate in Grecia complesse dottrine volte ad una valutazione razionale della morte. 


Dall’antichità ai giorni nostri

Prima fra tutti è naturalmente quella di Epicuro che, nel IV secolo a.C. suggerì agli uomini il celebre “tetrafarmaco” affinché ci si liberasse definitivamente del tormento relativo alla morte, che - come affermò il grande filosofo di Samo nella Lettera a Meneceo[1] -

«quando noi siamo, la morte non c'è, e quando la morte c'è, allora noi non siamo più».

Sulla stessa linea si posero, secoli dopo, anche gli stoici che, seppur in termini diversi (alcuni di loro contemplavano una vita dell’anima dopo quella terrena), professavano l’apatia, ossia accettare la morte come un fatto naturale, un mistero così come lo è la nascita.

Dopo secoli di predominio della dottrina cristiana, di cui il pensiero sulla morte è ben noto a tutti, sembra essere ritornata, in un certo senso, la razionalità dei nostri lontanissimi antenati.


Un ritorno alla razionalità…

La percezione che una società ha della morte è un tema da non sottovalutare. Vivere con la speranza di una vita ultraterrena o vivere con la consapevolezza di non esperire una continuità dopo la morte risulta di fondamentale importanza per un individuo. 

Difatti, lo scopo della vita è per l’uomo il punto cardine della sua esistenza, che gli permette di dare un senso alle sue azioni e valori, senza cadere nella crisi nichilistica che bene aveva descritto Friedrich Nietzsche a fine ‘800 con il suo Gott ist tot (Dio è morto) per la prima volta ne La gaia scienza[2]

Dopo quasi un secolo e mezzo, nelle nuove generazioni si assiste ad un sostanziale quanto inevitabile allontanamento da tutto ciò che è metafisico, e dunque dalle religioni. Ma ciò sta provocando le catastrofiche conseguenze esposte dal filosofo tedesco?


La prospettiva sociologica

Affrontare un tema così delicato, declinato alla prospettiva giovanile, non è mai semplice. Come ci fa notare la sociologa e giornalista Tiziana Pasetti, infatti, 


È molto difficile affrontare la percezione di qualcosa di così inconoscibile utilizzando, o cercando di utilizzare, strumenti e vetero-categorie sociologiche. Si rischia di dire banalità, screditare i giovani che appartengono ad un’epoca nuova, definirli esseri senza valori, senza paure, senza legami, senza prospettive, senza sogni. Sono invece, i giovani di oggi, persone del loro tempo: hanno i loro valori, le loro paure, i loro sogni.


Non bisogna dimenticare le infinite sfumature che l’età evolutiva porta con sé, generando, soprattutto da un punto di vista interiore, una «battaglia feroce».


…o forse no

Al contrario di quanto si mostra ogni giorno, quella della morte è un’esperienza che accomuna tutti, abbattendo ogni muro di età e conflitti generazionali. In particolare, come affermato dalla Dott.ssa Pasetti,


il rapporto che chiunque ha con la morte, giovane o meno, è incomunicabile. Da una parte c’è la sfrontatezza adolescenziale, voler dimostrare di essere disincantati, non più bambini pieni di paura: ma queste sono maschere. Cosa si può dire? “Ho paura”, “Non ho paura”, “Cosa significa essere e poi non essere”? I giovani - ma di fronte alla morte si è giovani sempre, anche a 90 anni, perché inconsapevoli, nuovi ad un’esperienza mai vissuta – sperimentano il concetto di morte con categorie che appartengono alla vita: qualcuno ha fede (pochissimi, in Occidente), qualcuno no, qualcuno la sfida, qualcuno cerca in essa le attenzioni che non sente di avere e questo brivido del limite è anche il motivo del successo delle challange estreme.

(fonte)

Una sola parola: “fuga”

Ed è proprio l’ultimo concetto espresso nelle parole della Dottoressa che conduce ad una risposta relativa al rapporto che i giovani hanno con la morte. Più nello specifico, per comprendere meglio il tutto non si può non partire da un elemento caratterizzante della vita di tutti i giovani: i social. Per la loro natura e utilizzo i social sono ormai un fenomeno senza precedenti nella vita dell’uomo. Ma, nella loro unicità, i social sono per le nuove generazioni quella che la Dott.ssa Pasetti definisce come una «fuga».


Ogni società ha le sue fughe, le sue ‘evasioni’, i suoi cerotti: un tempo era il Mito, poi la religione, poi la filosofia, poi la letteratura, poi il cinema, la musica, poi i giochi di ruolo, poi i social. L’avvento delle piattaforme digitali ha permesso alla morte di diventare una sorta di specchio della vita: sempre di più giovani alle prese con malattie importanti affidano ai social il loro percorso di cura, sempre più giovani con problemi appartenenti alla sfera della psiche affidano ai profili la registrazione degli ultimi attimi di vita. La morte abbandona il corpo come un trasloco, il pubblico che legge, commenta e mette like (c’è un rapporto biunivoco tra dramma e successo, all’aumentare del primo aumenta in modo vertiginoso il secondo) ci fa sentire protagonisti di qualcosa di eroico. Stare male diventa eroismo, morire diventa eroismo.


Cosa comporta?

Alla luce di ciò, quella razionalità che sembra propria della generazione Z appare ora come una copertura ad una paura più grande, forse ancora maggiore di quella vissuta nelle generazioni antecedenti. 


Questo vuol dire che i giovani di oggi hanno una visione più razionale della morte rispetto ai giovani del passato? Probabilmente è, alla luce di quanto ho appena detto, vero il contrario. Oggi i giovani vedono la morte come qualcosa di esterno, fuori da sé, qualcosa che puoi dominare, superare, gestire. Non è razionalità, è una paura più grande, una fuga.


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