I genitori possono picchiare i figli? In Italia (e non solo) sì, ed è grave

La giurisprudenza in materia di punizioni fisiche durante l’infanzia sta cambiando anno in anno. Quali sono le conseguenze dal punto di vista psicologico? Ne abbiamo parlato con un esperto.

Per un bambino, la figura genitoriale non è solo la fonte principale di apprendimento e imitazione, ma è anche un polo fondamentale nello sviluppo cognitivo ed emotivo, su cui l’individuo - ancora in fase di sviluppo - rivolge tutte le proprie aspettative. Ciò rende il bambino particolarmente sensibile alle interazioni con il genitore, soprattutto se esse si configurano come esperienze negative.

Punizioni fisiche: tra cultura e giurisprudenza

Le punizioni corporali non sono soltanto accettate dalle società, ma addirittura promosse. La credenza che uno stile punitivo basato su violenze fisiche sia efficace nell’improntare la personalità del bambino verso l’obbedienza e la mitezza risulta infatti ancora molto diffusa. In merito, la scienza ci dice che ad essere determinanti siano le credenze culturali e religiose dei genitori[1]. Ma non è solo una questione culturale.

Cosa ci dice la legge?

Se ci concentriamo sulla sola Unione Europea, il quadro appare eterogeneo e in costante cambiamento. Difatti, soltanto negli ultimi anni i Paesi stanno promulgando leggi apposite per vietare una pratica a cui intere generazioni sono state sottoposte. Secondo quanto riportato da Save The Children, le punizioni fisiche sono illegali in Svezia, Norvegia, Finlandia, Austria, Cipro, Danimarca, Lettonia, Bulgaria, Ungheria, Germania, Romania, Grecia, mentre solo dal 2007 anche nei Paesi Bassi, in Portogallo e Spagna[2].

Un vuoto legislativo

Probabilmente vi starete domandando dell’Italia. Ebbene, l’attuale legislazione vieta espressamente le punizioni fisiche soltanto in luoghi scolastici o detentivi, secondo quanto espresso dall’ordinanza della Corte di Cassazione, sezione civile, n. 2876 del 29 marzo 1971. Ciò rappresenta un grave vuoto normativo, che - nei fatti - ammette la liceità di stili punitivi aggressivi nelle famiglie, ignorando completamente i numerosi appelli della comunità scientifica.

L’impatto psicologico delle punizioni fisiche

L’interazione diretta tra genitore e bambino risulta particolarmente sensibile alle sostanziali differenze che intercorrono tra le due parti. Più nello specifico, è bene considerare che il bambino - a causa del suo stato psicologico in via di sviluppo - presenta una incapacità di elaborazione delle informazioni, soprattutto legate alla sfera emotiva. Di conseguenza, eventi particolarmente intensi e stressanti vengono spesso elaborati male o non elaborati affatto, provocando nel bambino forti traumi che rappresentano fattori di rischio importanti. E ciò è particolarmente frequente se si considera che l’adulto ha in genere una sensibilità molto più ridotta del bambino, a causa del naturale sviluppo psicologico ed esperienziale.

Le conseguenze principali

Secondo uno studio del 2002, uno stile punitivo basato sulle punizioni corporali è associato non solo alla diminuzione dello sviluppo morale e ad un aumento dell’aggressività del

bambino, ma anche allo sviluppo di comportamenti criminali e antisociali, peggioramento

della qualità della relazione genitore-figlio, oltre che deterioramento della salute mentale del bambino. Sintomi che sembrano protrarsi sul lungo termine, aumentando così il rischio di abuso del bambino - in età adulta - sul proprio figlio o sul proprio partner[3].

Un fenomeno complesso

Al fine di approfondire meglio la questione, la Redazione si è messa in contatto con il Dottor Giovanni Battista Camerini, psichiatra e neuropsichiatra infantile, oltre che psicoterapeuta ed esperto in psicologia giuridica dell’infanzia e dell’adolescenza, che ringraziamo. 

Come ci ha spiegato, i fattori determinanti da prendere in considerazione nell’analisi di un fenomeno complesso sono numerosi e disparati, e dunque «occorre effettuare una valutazione in senso “dimensionale” considerando - nei comportamenti genitoriali violenti - la loro gravità e la loro frequenza, ovvero se rappresentano uno schema educativo ripetuto e in qualche modo “atteso” dal bambino». 

Non solo: l’età in cui avviene un’esperienza del genere può essere determinante per rintracciare e prevedere le forti conseguenze che ne derivano. I bambini affrontano infatti un rapido - quanto delicato - sviluppo, che porta a numerosi cambiamenti cognitivi e comportamentali. Alla luce di ciò, il Dr. Camerini fa notare come vada considerata «la fase evolutiva nella quale le violenze si verificano». Nello specifico, 

queste esperienze negative costituiscono quello che viene definito “trauma complesso”, ovvero sollecitazioni stressanti ripetute in grado di compromettere il sistema dell’attaccamento, la regolazione delle emozioni, la percezione di sé stessi e degli altri (nei termini di una mancanza di fiducia) e funzioni cognitive come l’attenzione e le capacità di concentrazione. 

La prospettiva psicosociale

Più in generale, per il bambino «qualsiasi forma di violenza costituisce sempre un attacco confusivo e destabilizzante alla personalità in formazione», inserendosi in una relazione causale basata sulla «multicausalità - per cui l’effetto di ogni singolo fattore di rischio dipende dal momento in cui interviene e dalla combinazione con altri fattori - e sulla equifinalità (diverse combinazioni di fattori di rischio possono portare allo stesso tipo di disturbo)», secondo quanto illustrato dal modello di Psicopatologia dello Sviluppo, indicato dal Dr. Camerini come «il modello interpretativo clinico e psicosociale che offre il maggior numero di “evidenze” scientifiche, e quindi più utile per comprendere queste condizioni».

Tutto ciò si traduce in ripercussioni importanti sulla salute fisica e psichica del bambino, in merito ad aspetti come «l’organizzazione della personalità, la regolazione degli affetti, lo sviluppo dei pattern di attaccamento, lo sviluppo dell’autostima, le relazioni con i coetanei e l’adattamento sociale».

Violenza: non solo fisica

Come ci fa notare il Dr. Camerini, le conseguenze descritte in precedenza non si limitano soltanto all’aspetto corporale, ma sono estese ad ambiti «non necessariamente sanzionabili penalmente». È il caso dell’abuso verbale, il quale sul piano clinico «produce effetti altrettanto severi e pervasivi rispetto alle percosse». 

Ma c’è di più: a gravare sul bambino è una generale compromissione del rapporto con la figura di accudimento primaria, esponendo a legami di attaccamento disorientati o evitanti. Una condizione che - secondo quanto riferito dal Dr. Camerini - espone a disturbi gravi, come depersonalizzazione e derealizzazione, disturbo da attacchi di panico con o senza agorafobia o il disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi del comportamento alimentare, disturbi da uso di sostanze e disturbi somatoformi, oltre a generare profonde instabilità emotive e disregolazione delle emozioni, compromettendo in alcuni casi la coerenza del sé ed esponendo peraltro a ulteriori disturbi, come quelli dell’umore.



Punizioni fisiche: è il momento di cambiare

Le parole del Dr. Camerini ci fanno riflettere maggiormente sullo stato di arretratezza della giurisprudenza mondiale in merito al fenomeno degli abusi sui minori, in grado di avere effetti pesanti - come abbiamo visto - anche se perpetrati verbalmente. Il rischio più grande è una vera e propria compromissione della vita di un individuo innocente, che può divenire potenzialmente pericoloso per la società, che sia dal punto di vista specifico - e quindi legato a futuri partner e figli - o a livello generale. 

Cosa si può fare?

Nel corso degli anni, la scienza si è interrogata spesso su quali siano le strategie genitoriali più efficaci e adattive da attuare, arrivando a conclusioni ormai condivise dalla maggioranza delle associazioni psicologiche, pedagogiche e psichiatriche. Secondo uno studio del 1994, lo stile genitoriale più efficace è il cosiddetto stile autorevole, basato su un’alta attenzione e forte comunicazione, offrendo un costante sostegno e stabilendo obiettivi e aspettative realisticamente raggiungibili[4].

I risultati dello studio sono peraltro confermati dallo stesso Dr. Camerini, secondo cui «Il bambino è dotato di resilienza, di competenze adattive e creative e ha bisogno di ostacoli per crescere, perché lo sviluppo, fin da quando siamo neonati, si nutre di mancate sintonizzazioni, incomprensioni ed equilibri ritrovati». Di conseguenza, i genitori sono chiamati all’individuazione di «modalità educative all’insegna di un giusto equilibrio, all’interno di uno “spettro” nel quale la violenza punitiva e l'eccessiva permissività rappresentano gli estremi».

Insegnare l’empatia

Un aspetto fondamentale in grado di predire un corretto sviluppo del bambino come agente sociale adattivo e rispettoso è l’insegnamento dell’empatia. Essere empatici non solo permette all’individuo di comprendere meglio le emozioni degli altri e attuare modalità di risposta adeguate, ma gli permette di entrare in profondo contatto con la propria interiorità, avendo gli strumenti per comprenderla. Da questo punto di vista, il genitore deve configurarsi come un attento osservatore dei comportamenti del bambino, che in alcuni casi possono basarsi sull’aggressività

Per esempio, diversi studi scientifici hanno dimostrato come minacciare o picchiare un bambino che ha fatto del male ad un suo pari non solo sia inutile, ma addirittura controproduttivo. Questo perché il bambino non avrà realmente compreso il problema della sua azione (aver ferito l’altro), ma riceverà violenza in risposta alla propria. Al contrario, negli stessi studi è messa in risalto l’efficacia di una strategia basata sullo spiegare al bambino le conseguenze emotive causate sull’altro e il motivo per cui il suo comportamento è sbagliato, insegnando al bambino stesso risposte adeguate per chiedere scusa e farsi perdonare[5].

Oltre le difficoltà

Essere genitore è tra le esperienze più complesse della vita di un individuo. Probabilmente quello della genitorialità è un tema ancora lontano per il lettore, di cui conoscerà indirettamente gli ostacoli, le difficoltà nel rispondere correttamente alle necessità di un bambino, sopportando la frustrazione di volere il meglio per lui senza esserne però completamente capace. Tuttavia, per quanto lontano, avere un’ampia conoscenza su di esso risulta profondamente importante, in quanto essere preparati può fare una fondamentale differenza. Perché - in fin dei conti - genitore non si nasce, ma si diventa.

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