Connettersi senza Wi-Fi: il potere di un abbraccio
In occasione della Giornata Mondiale dell’Abbraccio, approfondiamo questo intimo e innato gesto da un punto di vista psicologico.
Nei propri confronti sociali, gli esseri umani utilizzano numerosi canali di comunicazione, che differiscono per natura e consapevolezza. Un’emozione - ad esempio - può essere espressa sia direttamente, tramite le parole, sia indirettamente, mediante gesti e manifestazioni somatiche inconsce.
Il ruolo dell’abbraccio
Tra questi, l’abbraccio ricopre senza dubbio un ruolo centrale. Nella nostra cultura abbracciare non significa soltanto esprimere affetto ad una persona cara, ma anche comunicare vicinanza ad un amico, confortare un conoscente.
Perché abbracciamo?
Alla luce di ciò, è possibile comprendere come l’abbraccio sia un gesto tutt’altro che scontato, così come le cause che portano ad esso. In particolare, ci siamo affidati al parere della Dottoressa Janira Marangi - psicologa - per approfondire questo tema. Per la Dottoressa, abbracciamo innanzitutto poiché «siamo progettati per la connessione». Inoltre, l’abbraccio - nel mondo di oggi - diventa «un ritorno alla semplicità» superando «parole, messaggi e notifiche».
Paese che vai, abbraccio che trovi
Nonostante un certo grado di universalità legato a questo gesto, risultano particolarmente rilevanti le interpretazioni perpetrate dalle diverse culture del mondo. È vero, tutti abbracciamo, ma lo facciamo in modalità e contesti differenti. Come spiega la Dr.ssa Marangi, se nell’Europa e America meridionale il gesto «esprime affetto, amicizia e accoglienza, ed è spesso usato quotidianamente come saluto, anche tra conoscenti», in Nord Europa e in Asia esso risulta «riservato a situazioni più intime o significative, ed è meno comune utilizzarlo come gesto di routine». Un aspetto è però certo: dovunque ci troviamo, l’abbraccio «è sempre un segnale di connessione emotiva».

La psicologia dell’abbraccio
Al di là delle implicazioni culturali, la Dr.ssa Marangi ci ha spiegato come l’abbraccio sia cruciale per rafforzare i legami emotivi, oltre a farci sentire più vicini a chi amiamo. E, all’interno di questi processi, la chimica gioca un ruolo fondamentale.
Cosa accade nel nostro cervello?
I processi neurofisiologici che riguardano aspetti psicologici e comportamentali sono sempre complessi, in quanto coinvolgono numerose aree cerebrali, oltre all’azione di diversi neurotrasmettitori. L’abbraccio non è da meno, tanto da essere definito dalla Dr.ssa come «una vera esplosione chimica nel nostro cervello».
Nello specifico, durante l’abbraccio «il nostro corpo rilascia ossitocina, conosciuta anche come “l’ormone dell’amore”» che - oltre ad un effetto di rilassamento e connessione - «abbassa i livelli di cortisolo, riducendo lo stress», una prospettiva confermata inoltre da recenti studi scientifici[1].
Abbracciamo abbastanza?
Come riportato in uno studio del 2010[2], una riduzione dello stress e l’aumento dei livelli di ossitocina a seguito di un abbraccio può avere effetti benefici a lungo termine, sia sulla qualità della vita che sull’insorgenza di malattie cardiovascolari, grazie anche alla riduzione del battito cardiaco sistolico e diastolico durante il gesto. Tuttavia, affinché si possa sperimentare a pieno l’effetto dell’ossitocina, lo studio precisa che l’abbraccio debba avere una durata di almeno 20 secondi. Il problema? Un altro studio condotto nel 2011 rileva che un abbraccio dura in media 3 secondi, indipendentemente dal genere e dalla cultura di appartenenza[3].
Non dovremmo dunque soltanto abbracciarci di più, ma dovremmo farlo per molto più tempo!
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