Hustle Culture vs Slow Life: quale approccio al lavoro funziona meglio?

Preferisci lavorare per vivere, o vivere per lavorare? In questo articolo analizziamo due fenomeni altri antipodi che ci sono sul posto di lavoro.

Lavorare per vivere o vivere per lavorare? 

È una delle battaglie su cui si basa la società odierna: benché per vivere serva il denaro, c’è chi crede che basti lavorare quel tanto per guadagnare lo stipendio, e chi invece dedica buona parte delle proprie energie nel lavoro.

C’è una fazione vincente?

 

Hustle Culture: vivere per lavorare

 

Sui social non è raro imbattersi in post con frasi motivazionali di imprenditori che spingono le persone a svegliarsi alle 5 del mattino per prefissare gli obiettivi della giornata e poi andare dritti a lavorare per dieci, dodici ore al giorno.

La Hustle Culture prevede proprio questo: dedicarsi totalmente al lavoro per raggiungere le vette più alte della scalata al successo. In un articolo dell’emittente radiotelevisiva BBC, ci viene detto che questo tipo di mentalità si è diffusa a partire dal boom imprenditoriale degli anni ’90, quindi oltre due decenni fa.

Quali sono gli effetti di questo stile di vita?

 

I pro…

 

Dedicare anima e corpo a un lavoro può, per l’azienda, offrire molti benefici. Per molti imprenditori e lavoratori è imprescindibile il concetto per cui più lavori, più produci: è matematico, più tempo dedichi a un’attività più la perfezioni, o, addirittura, riesci a fare più cose allo stesso tempo.

L’Hustle Culture promuove anche una continua lotta al successo che porterebbe i lavoratori a sviluppare un forte senso di competizione. Tendenzialmente il dipendente inizierà a prefissarsi da solo degli obiettivi ambiziosi pur di spiccare all’interno dell’azienda, o anche solo per ricevere gratificazione. 

Al culmine di ciò, c’è chi davvero riesce ad ottenere la promozione per cui sperava tanto, quindi tutte le ore dedicate al lavoro vengono finalmente ripagate con il successo ricercato.

 

… e i contro

 

Non è oro tutto ciò che luccica e lo sappiamo bene. E purtroppo, per quanto la Hustle Culture possa sembrare una pratica vantaggiosa per le aziende, non sempre lo è per i dipendenti, ignari dei suoi effetti fin quando non ci si ritrovano in mezzo.

Le tante ore passate a lavorare, spesso magari senza pause, possono portare la persona a un burnout, uno stato di esaurimento emotivo e psicologico in seguito allo stress lavorativo.

La dicotomia vita privata-lavoro viene messa fortemente in discussione, in quanto la prima passa di netto in secondo piano, favorendo invece la vita lavorativa. L’azienda diventa la vera casa e il mondo esterno potrebbe trasformarsi solo in un intralcio alla propria carriera.

La continua competizione, in ultimo, porterebbe forti stress e ansia, poiché non è detto che l’azienda premi il duro lavoro. A volte, quando si dà il dito, le persone si prendono il braccio.

 

La dipendenza dal lavoro

 

Ebbene, la Hustle Culture altro non è che una forte dipendenza dal lavoro. Questa condizione colpisce il 15% dei lavoratori, ma non è detto si traduca in un lavoro migliore, anzi. Proprio perché si tratta di un disturbo, le persone che ne sono affette hanno difficoltà a staccarsi dal lavoro ignorando le conseguenze fisiche e psicologiche.

Ci sono alcune posizioni lavorative che, per il loro contesto, accentuerebbero questo rischio: lavori manageriali o personalità particolarmente competitive potrebbero sviluppare più facilmente un mindset stile Hustle Culture.

La dipendenza dal lavoro e la Hustle Culture sono soluzioni che fanno prettamente comodo alle aziende. Il problema è che sembrano essere delle pratiche utili nel breve periodo, non a medio e lungo raggio. Spesso non si tratta, infatti, di dedicarsi particolarmente a un solo progetto per rispettarne le scadenze, ma diventano sempre di più i progetti. Perché, ad oggi, abbiamo sempre fretta. C’è sempre qualcos’altro da fare, da finire. Non facciamo in tempo a godere di un traguardo perché vediamo già la prossima pista su cui correre.

Questo meccanismo dannoso è ciò che alimenta la Hustle Culture, ma non è l’unico.

 

Gli influencer sulla Hustle Culture

 

Come accennato all’inizio dell’articolo, la promozione di questo stile di vita avviene principalmente sui social. 

Gli influencer sono persone con molti followers – in generale appartenenti alla Gen Z, quindi che stanno entrando ora nel mondo del lavoro – a cui viene attribuita una forte inclinazione a influenzare chi li segue. 

La Hustle Culture è promossa da questi fenomeni social, ma perché?

I pregiudizi su questa figura li conosciamo e li leggiamo un po’ ovunque: persone che “dal nulla” hanno ottenuto un grosso successo. La Hustle Culture sembra ciò che di più distante potrebbe esserci. Eppure, gli influencer non perdono occasione di promuovere questo stile di vita.

La motivazione si nasconderebbe dietro l’immagine che il mondo ha di questa figura: promuovere pratiche come la Hustle Culture gli permetterebbe di utilizzare la narrazione del “mi sono fatto da solo”, “ho dovuto faticare per arrivare qui”, smontando l’ideale tipico degli influencer e al contempo facendo quello che sanno fare meglio, influenzare.

Se si vuole ottenere qualcosa, bisogna lavorare duramente. È questo che troviamo su molti dei loro profili che spesso ignorano le diversità delle condizioni socioeconomiche delle persone. Certamente promuovere l’impegno può essere un bel messaggio, però dipende sempre dal contesto in cui viene fatto. Soprattutto se si considera che il 40% di chi segue influencer afferma che si sentono più capiti da loro rispetto che dai loro amici.

 

·      Per approfondire leggi qui: L’onestà e il mondo delle influencer, due rette parallele o qualcosa che può incontrarsi?

 

Le conseguenze di questi modelli sbagliati

 

Vedere gli influencer che più ci piacciono promuovere la Hustle Culture può avere, su di noi, non poche conseguenze.

Insoddisfazione, odio, frustrazione, sono solo alcune delle sensazioni che la Gen Z può provare di fronte a questo fenomeno. Vedere che c’è chi riesce a raggiungere il successo può essere sì stimolante ma anche molto corrosivo.

Ciò porterebbe i ragazzi a lavorare sempre di più per guadagnare sempre più soldi che, nella situazione economica in cui ci troviamo, non sembrano mai bastare.

Se l’influencer che seguiamo ci dice che è riuscito a crearsi la sua carriera dal nulla, allora sicuramente ci riusciremo anche noi. Ma è davvero la verità?

E se noi non ci riusciamo? Ci sentiamo falliti, arrabbiati con noi stessi perché avremmo potuto dare di più, fare di più, fare come loro.

La società in cui siamo immersi ha fatto sì che il modello di lavoro non potrebbe essere nessun altro: in tutti i posti di lavoro viene inculcato questo modus operandi, non esiste lavorare con calma. Ogni secondo libero è utile per essere riempito con qualche mansione, per ottimizzare all’ennesima potenza la forza lavoro.

 

Slow life: lavorare per vivere

 

Non tutti sembrano volersi piegare alla Hustle Culture. Sono sempre di più le persone che adottano, o cercano di avere, la Slow Life. Vita lenta.

Uno stile di vita che rivoluziona il mondo del lavoro spiegato fino ad ora. Un contesto in cui il 67,7% degli occupati vorrebbe ridurre il tempo dedicato al lavoro. Il 34,7% dei giovani occupati dichiara di rifiutare straordinari e chiamate fuori dal lavoro, dedicando all’azienda solo il tempo strettamente necessario.

La nascita della Slow Life non è casuale ma consequenziale alla pandemia. Restare chiusi in casa ha permesso alle persone di riappropriarsi del proprio tempo, di dedicarsi ad attività migliori del lavoro, riscoprendo i piaceri della vita. Anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, le persone sono rimaste ancorate a queste nuove abitudini, rendendo difficile abbandonare qualcosa che li fa stare bene.

Negli scorsi anni si è assistito al mito del sacrificio, ora sembra non servire più. Le persone preferiscono non sacrificare qualcosa di importante come il tempo, per un lavoro che forse nemmeno li premia.

Una prospettiva che non ci vede più tutti di fretta, tutti già impostati su un nuovo obiettivo, quanto più sul godersi la vita, il tempo a disposizione. 

Lavorare sì, ma senza strafare.

 

Considerazioni sulla Vita Lenta

 

Il lavoro appare come uno status, perciò fare il minimo indispensabile, senza spiccare o dedicarsi interamente a questa attività, a molti potrebbe apparire come controproducente, come una cosa mediocre. Inoltre, la Slow Life sembrerebbe uno stile di vita lontano dai comuni mortali, adatto a chi ha già una situazione agiata alle spalle.

E invece, non si sta parlando di non lavorare. Bensì, di capire quando fermarsi. Niente è più importante della propria salute e il Bornout non giova a nessuno. 

Gli ideali di perfezionismo che le aziende stesse impongono sono alle volte irraggiungibili; quindi, perché sprecarsi tanto per qualcosa che già in partenza si sa essere impossibile? Perché perdere tempo prezioso che potremmo dedicare ad attività più proficue per noi?

Il gioco non vale la candela, in certi casi. Ognuno dovrebbe valutare la situazione che gli si pone davanti e decidere se tentare di giocare il tutto per tutto per quella mansione lavorativa o meno. 

In questo articolo viene analizzata la situazione lavorativa in Italia e ben presto capiamo perché la Gen Z, in particolare, sia più attenta al tempo libero e alla vita fuori dall’azienda.

 

Quiet Quitting & Great Resignation

 

Ecco che dopo la fine dell’emergenza sanitaria, sono sempre di più i ragazzi che aderiscono alla Slow Life e, conseguentemente al Quiet Quitting: riconoscendo la mancanza di crescita professionale nelle aziende, la Gen Z tende a evitare straordinari e lavori extra a parità di retribuzione. Insomma, il loro lavoro è direttamente proporzionale allo stipendio ricevuto.

Un po’ più estremo è invece il fenomeno della Great Resignation, in cui i dipendenti spesso si licenziano pur di recuperare tempo ed energie per sé stessi. Accade anche senza che abbiano trovato un altro lavoro. Il 36%dei dipendenti Gen Z ha lasciato il proprio lavoro poiché incompatibile con la vita privata.

Le conseguenze di questi fenomeni sono due facce della stessa medaglia: per i dipendenti rappresentano la soluzione più ragionevole ai propri problemi, ma le aziende non sono dello stesso parere: un team poco motivato porta a una produttività minore, inoltre ci sarà un alto ricambio di organico se in molti seguono la tendenza della Great Resignation.

 

Aziende che offrono un ascolto attivo e una cultura lavorativa incentrata sui dipendenti e sulle loro esigenze sono quelle che riescono ad affrontare meglio questo genere di situazioni.

La Hustle Culture è lentamente schiacciata da fenomeni come la Slow Life, poiché le condizioni socioeconomiche in cui ci troviamo non valgono più il dispendio di energie così elevato sul luogo di lavoro. 

La forza lavoro è il motore dell’azienda, con dipendenti motivati, rilassati e che si sentono accolti si potrebbe raggiungere la stessa produttività – se non maggiore – che spremendoli fino al midollo, poiché a lungo andare questa situazione porterebbe al Quiet Quitting o alla Great Resignation.


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