Vita vera e salute mentale: Federica Abbate oltre il 'TILT'

Con l’intervista di Federica Abbate, a Ostello Bello Duomo di Milano, parliamo di salute mentale, dismorfofobia vissuta da artista e cervello che va in TILT (ma non è sempre un male)

Siamo tornati da Ostello Bello, e anche stavolta l’atmosfera ha fatto centro. Sulla scia della solita Milano fast, ci lasciamo cullare da due chiacchiere con i foresti in piena Design Week (rigorosamente in inglese), caffé che girano e l’energia che sale. Insomma, il mood giusto per presentarvi un’altra “sconosciuta” che poi tanto sconosciuta non è: Federica Abbate.

Penna di platino” della musica italiana, madre di testi che hai urlato in macchina (anche senza sapere che li aveva scritti lei) e oggi voce che si prende il suo spazio. Federica Abbate è l’energia di chi conosce bene la città nella sua mondanità, ma vive felice tra cani, galli e zucchine in campagna. Ma lasciamo che sia lei a raccontarsi.

Ecco le 7 cose che probabilmente non sai di Federica Abbate

1. “Sono sempre stata una strana. Salvavo i piccioni e dicevo: un giorno scriverò canzoni”

«Sono sempre stata una bambina un po’ fuori, una ragazzina che a scuola veniva comunque reputata ‘strana’. Salvavo gli uccellini e dicevo: “Un giorno scriverò canzoni”. Gli altri ridevano: Sì, sì, Federica certo”. Nessuno ci credeva davvero, e in Italia c’è questa mentalità un po’ chiusa: se dici che vuoi fare qualcosa di grande, ti vedono distante. Mio padre, super pragmatico, sicuramente avrà pensato almeno una volta “questa nella vita cosa combinerà”? Mamma invece diceva: “Bisogna supportare i sogni”. – Insomma, testa tra le nuvole ma piedi per terra, questa dualità che Federica sembra che viva da sempre –. E poi, io sono sempre stata super sensibile, fragile emotivamente. Piangevo per tutto, avevo reazioni forti. Solo col tempo ho imparato a canalizzare questa sensibilità e a trasformarla in musica».

Piccolo disclaimer: «Papà semplicemente respirava concretezza. Spiegava come chiaramente è una cosa talmente complicata, come sia talmente difficile realizzare un sogno di questa portata. E un genitore ha paura ed è una cosa legittima. Però diciamo che a quel tempo mi sentivo anche, per certi versi, un po' abbandonata a me stessa».

2. Il periodo EMO in adolescenza: “Oggi mi sento me stessa” 

«Io da ragazzina mi vestivo da Emo. Cosa c'entrava con me? (Non lo so). Le mode, no? Vedi, che so, il tuo cantante preferito che si veste in un certo modo e ti associ a quell'idea. Chiaramente se uno non ha ancora capito bene cos'è dentro, tendenzialmente tende a omologarsi: cerchi il match dall’esterno piuttosto che dall’interno. Quante volte, ancora oggi, capita di vedere gruppi di ragazzi tutti vestiti allo stesso modo? Forse perché in realtà sono ancora in cerca di qualcosa, della propria identità giustamente. Io, chiaramente, nel tempo, mi sono resa conto che quel mondo emo non c’entrava niente con me. Ora, so benissimo cosa sento, chi sono. Ad un certo punto accogli quello che sei. Oggi sono vestita così e mi sento me stessa. Conosco la mia presenza, l'energia che voglio trasmettere. Ho iniziato ad amare il fatto di poter veicolare all'esterno qualcosa che io provavo all'interno».

3. “All’inizio non riuscivo a guardarmi in foto”. Federica Abbate come SIA

«Pensandoci, all'inizio Sia – proprio come me – faceva l'autrice. Ma poi col tempo, anche abbastanza in là con la sua età, ha iniziato a fare il suo progetto solista. Inoltre, tra le altre cose, non si faceva vedere molto in volto. Mi sono anche ispirata a lei, proprio perché all'inizio facevo fatica a guardarmi. Non riuscivo a vedermi in foto. Infatti il mio primo EP, una raccolta di brani, lo chiamai “In foto vengo male. Sentivo di risultare “goffa”. Con il tempo questa cosa ho iniziato ad accettarla. E oggi ho imparato ad accettarmi e anche a mostrarmi e da lì sono andata a piacermi tantissimo».

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4. “La laurea in sociologia che si scontra con la musica” Federica Abbate ha sempre avuto un piano B (o Sempre meglio avere un piano B)

«Con la lode, regà. Con la lode! Se faccio una cosa la faccio bene. Il fatto di avere sempre la libertà di essere lucida mi aiuta a concretizzare tutte le cose. Anche se ormai lavoro con la musica da 12 anni, sicuramente anche nelle mie canzoni c'è tanta sociologia. Magari non me ne rendo neanche conto, però sicuramente quello che ho letto, chiaramente studiando, mi ha formato e mi ha dato una lente diversa da cui far passare la lettura della mia realtà. Poi chiaramente nella musica c'è tanta poetica. Cioè anche io ho ascoltato da ragazzina testi assolutamente diseducativi, non è che sono diventata una persona che fa una vita dissoluta. Anzi. Che poi, nelle canzoni se tu dici la verità, la gente se ne accorge. Se tu dici una bugia, la gente lo nota. La genialità è scrivere canzoni vere. Non c’è faccia, non c’è hype che tenga: conta solo la canzone».

5. "La campagna mi riporta alla vita vera. Vivo con sei cani, due gatti e due galli & amo i volatili"

«Vivo in campagna, non ho nessun tipo di ordigno elettronico perché, involontariamente, finisco per romperlo. Quindi in campagna chiaramente c’è molta natura. Sono mattiniera e mi sveglio piena di energie. Mi sono innamorata di una casa che ho acquistato e ora vivo il mio sogno. E poi, dato che ho tantissimi animali (veramente tantissimi), avevo bisogno di un posto che avesse tanta terra. Ho sei cani: Brunilde, Garibaldi, Sia, Elle, Gaston e Olivia. (Gaston è il più stupido). Poi ho due gatti, Chopin e Duchesse, e due galli: Wendo e Reginaldo. A Milano ci vado solo per lavoro, ma la mia vita vera è in mezzo alla natura, alle piante, agli animali. É lì che mi ricarico. Riesco a trovare la lentezza che mi serve per ritrovare me stessa. Non uso il computer, vivo più analogica che digitale». 

6. Tilt è un brano che le appartiene davvero 

«All’inizio scrivevo solo per altri. Volevo fare l’autrice, era la cosa che mi gasava: scrivere, stare dietro le quinte. Ma poi ho capito che alcune canzoni, se non le canto io, perdono la verità. Tilt, ad esempio, è mia. Nessun altro può metterci dentro la mia verità. Il Tilt per me non è un problema, anzi: è un reset. Rompersi è necessario, perché solo se ti rompi puoi rimarginarti. È quasi come spegnere tutto, andare in blackout, e poi riaccendere, e quando lo fai, hai nuove prospettive. Il Tilt ti porta ad accettare chi sei davvero

In pratica, normalizzi il fatto che tutti possiamo avere dei svarioni... ed è proprio necessario averne. Questa cosa ti cambia la prospettiva. Ti faccio un esempio, se uno ha un corpo e lo mette in una fase di stasi: quel corpo non si rompe e non si rimargina più, e vuol dire che è morto. Quindi il fatto di rompersi e rimarginarsi è necessario per gli organismi viventi, per essere appunto definiti viventi. Quindi non è assolutamente pericoloso, è rischioso sì, però ognuno si deve prendere le proprie responsabilità per raggiungere poi le cose che vuole raggiungere e diventare quello che vuole essere».

7. SALUTE MENTALE: “Pensare troppo mi fa male“

«Pensare troppo mi fa male, e sì era una parte della mia canzone. D’altro canto, però, sono una persona talmente istintiva. Cioè, tendenzialmente ho dovuto imparare con l'età a far passare un secondo tra quello che penso e quello che faccio. Quindi tendenzialmente non ho mai avuto un gap, diciamo, tra quello che c'è nella mia testa e quello che vivo. Però poi a quel punto io questa cosa l'ammazzo dicendo cosa ho dentro, cosa voglio fare, cosa sento. E diventa automaticamente un “Perfetto facciamolo, male che vada, sbaglio. Male che vada ho sbagliato, ho cannato tutto”. Tilt, insomma. Però ho fatto quello che sentivo, perlomeno. E mi rivedo in quello che faccio». 

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Federica Abbate e il suo innaturale equilibrio

Federica Abbate è una singolarità nel mondo della musica italiana, come cantautrice e come persona. Aveva 23 anni quando ha iniziato, oggi ne ha 34 e ha visto la scena musicale cambiare radicalmente. Federica, classe 91, ha l’aria di sapere quello che fa. La sua musica respira energia contemporanea, senza alcuna ambiguità. La profonda “dualità” che vive – tra città e campagna, tra pop e urban, fra delicato e sfrontato – è perfettamente coerente con l’immagine complessiva che evoca. Non stupisce allora che nei suoi brani emergano temi di libertà interiore e cambiamento. Scopriamo così che anche le icone possono essere vulnerabili e rimanere punti di riferimento per la community che si creano. Sempre con i piedi ben per terra, ma con la testa tra le nuvole.

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