Tu di solito viaggi per passione o per i like?
Spiagge caraibiche, mare azzurro cielo, vallate in montagne che si estendono per kilometri. Quei posti sono davvero reali, o siamo influenzati dai social media?
Spiagge caraibiche, mare azzurro cielo, vallate in montagne che si estendono per kilometri. Quante volte ci capita di trovare foto di posti da sogno, in cui vorremmo trascorrere quanto più tempo possibile?
Quei posti sono davvero reali, o siamo influenzati dai social media?
Fickle Traveler Syndrome
Una tendenza sviluppatasi negli ultimi anni, conseguentemente all’uso dei social media, riguarda la forte influenza che questi ultimi hanno sulla scelta della destinazione di viaggio delle persone. La Fickle Traveler Syndrome, chiamata così dall’agenzia di marketing Tint, vuole indicare quanto le persone risultino volubili di fronte ai post sui social.
Un sondaggio su più di 25.000 persone condotto dall’agenzia ha mostrato come il 34% dei partecipanti abbia cambiato i propri piani di viaggio dopo aver visto un post su Instagram: oltre alle mete, ciò che maggiormente viene influenzato sono i post da visitare in loco, i ristoranti in cui mangiare o le esperienze da fare.
Vi sarà capitato almeno una volta di guardare un video sul posto che dovevate visitare “Ecco 5 esperienze da fare”. Inutile dire che probabilmente avete inserito nel vostro itinerario questi suggerimenti.
Ma perché ci facciamo condizionare così?
I social che influenzano
Fanno parte della nostra vita, sono diventati la seconda casa in cui ci rifugiamo o a cui chiediamo consiglio quando non sappiamo che far. I social condensano amicizie, amore, luoghi, esperienze; gli elementi che servono nella vita di una persona.
Vedere la storia della nostra amica che in un mercoledì qualsiasi è ai mercatini di Natale di Vienna, o l’amico che si trova a Sharm El Sheik, ci fa provare un po’ di invidia.
Questi post diventano uno spunto per i nostri viaggi e decidiamo di prenotarle. Arriviamo al luogo e al terzo giorno scopriamo di aver vissuto la Sindrome di Parigi, aspettative alte, nate in modo del tutto naturale dopo aver visionato a foto e video del posto in cui ci troviamo, che non sono rispettate. Non ci piacciono gli abitanti, o magari la cultura, o la città stessa.
Questo accade quando si idealizza qualcosa, in questo caso un luogo. È molto facile applicare un filtro, trovare l’inquadratura giusta e il gioco è fatto: il post raggiungerà un pubblico sempre più ampio che non vedrà l’ora di assistere con i suoi occhi a tale bellezza.

Che impatto hanno?
I social risultano essere un enorme agglomerato di utenti in cui tutti posso scrivere i propri pensieri, pubblicare contenuti ed interagirvi. Questo fa sì che siamo costantemente sottoposti al giudizio altrui, e che a loro volta anche gli altri verranno osservati da noi.
Nel saggio di alcuni professori della Queensland University of Technology questo processo viene indicato come una forte peso che agisce sui comportamenti ed emozioni di un individuo a partire dall’iterazione con altre persone.
Lo psicologo Herbert C. Kelman definisce questo cambiamento dei comportamenti come un’adesione al conformismo per ottenere l’approvazione esterna, l’interiorizzazione di questa influenza derivante da valori e obiettivi simili e come forma di identificazione.
Sui social siamo abituati a vedere contenuti in linea con i nostri interessi – grazie agli algoritmi, perciò sarà naturale omologarsi a chi ha le nostre stesse passioni.
I viaggi sui social
In ambito vacanze, è da sempre il passaparola il metodo per scoprire luoghi a noi sconosciuti. I social hanno ingigantito questo fenomeno, motivo per cui, se prima le persone che ascoltavano i consigli altrui su un luogo erano poche, ora sono migliaia.
Se, come detto sopra, gli individui tendono a conformarsi e a identificarsi in questi nuovi modelli di comportamento, ciò che faranno sarà cercare conferme nel gruppo identificativo.
Al termine di un viaggio, infatti, sarà capitato almeno una volta a tutti di cercare il luogo visitato sui social e verificare di aver avuto le stesse esperienze degli altri.
Le vacanze sono accompagnate dalle aspettative che nascono dopo aver visionato foto, video e recensioni dei luoghi: la propria vacanza deve essere come quelle foto che si hanno appena visto.
Ciò che spesso si dimentica è che i viaggi sono esperienze molto soggettive, perciò il carico emotivo diventa triplo: il luogo deve rispettare le nostre aspettative, che a loro volta devono essere congrue a quelle osservate sui social, rispettando però anche i nostri gusti.
Ecco che quindi, spesso, ciò che appare sui social noi non lo viviamo, o lo viviamo in maniera differente, o ancora ci accorgiamo che non ci interessano le “5 esperienze da fare assolutamente”. La ricerca della conferma deve allineare esperienza e aspettative. Se ciò non accade, si vivrà la Sindrome di Parigi.

Il potere delle recensioni
Capita di frequente di utilizzare siti come Booking per prenotare il proprio alloggio per il viaggio. Una delle cose che viene controllata di più sono le recensioni di altri utenti circa il soggiorno nell’hotel o appartamento.
Nell’articolo delle professoresse della University of Nevada Sarah Tanford e Rhonda Montgomery, è stato dimostrato come le recensioni influenzino la scelta dell’alloggio degli individui. La situazione che si trovano a vivere ricade nella dissonanza cognitiva, poiché una sola opinione negativa sull’alloggio da loro scelto gli farebbe rivalutare la decisione e cercare in lungo e in largo recensioni positive che confermino la loro scelta, tornando così in condizione di congruenza cognitiva.
Contano le apparenze
I social media sono fatti per mettere in mostra la nostra vita. Tutti, quando viaggiamo, non vediamo l’ora di postare foto o video del luogo, e ciò che ricerchiamo è il consenso di chi ci guarda.
Spesso, questa tendenza offusca il motivo del viaggio: scoprire un luogo. Diventa più importante trovare la location giusta per le foto, l’inquadratura perfetta, tutto a misura di storia o post di Instagram. Infatti, l’articolo dell’agenzia di comunicazione Travel Insight ci suggerisce che il 42% delle persone sceglie i propri viaggi in base a quanto la destinazione risulti “instagrammabile”, e il 32% cerca strutture fotogeniche da immortalare. Molti luoghi stanno spostando la propria comunicazione sui social in voga, ad esempio TikTok, per attirare maggiore pubblico e quindi possibili turisti.
Una conseguenza di questa situazione, però, è il fenomeno dell’overtourism, che porta le destinazioni a non essere preparate a un tale flusso di turisti, finendo per ottenere l’effetto contrario: città invivibili che non rispettano la propria bellezza.
· Se vuoi sapere le conseguenze dell’Overtourism: Overtourism: conseguenza della società o dei social?
In sostanza, viaggiare per avere delle belle foto da postare fa perdere il gusto di questa attività: scoprire persone, cultura e luoghi diversi da ciò a cui siamo abituati, con la conseguenza che il viaggio in sé non diventa più un’attività di piacere, quanto più un qualcosa che si deve fare.

I social ci hanno omologati?
Stesse destinazioni, stessi luoghi visitati e stesse foto – ne è un esempio la classica foto che i turisti si fanno davanti al famoso camper di Formentera – rendono l’esperienza sui social uguale per tutti. Le persone stesse si omologano al gruppo sociale di cui fanno parte.
Il conformismo e l’interiorizzazione portano ad avere la stessa esperienza di viaggio, una standardizzazione di ciò che si vive in vacanza.
Nascerà una sensazione di comunità negli individui, di appartenere alla rete di viaggiatori che hanno già visitato quel luogo. Quindi, verrà interiorizzata una nuova parte di sé.
I viaggi sono un’esperienza soggettiva, che tutti dovrebbero fare perché permette di vedere con un occhio diverso la realtà che ci circonda. Sentirsi parte di qualcosa, di un gruppo, è un desiderio insito nella natura umana, ma se questo desiderio di comunità sovrasta quelli che sono i reali interessi, allora ne vale la pena?
Se desideriamo visitare un luogo perché ci piace, ci ispira, allora il viaggio sarà inevitabilmente più personale. Ma seguire le masse social solo per poter dire “Ci sono stato anche io”, cosa ci lascia? Ci ricordiamo il luogo, o la sensazione dei like ottenuti?
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