Viaggiare oggi: turismo di massa, libertà, o... consumo?

Viaggiare: dal semplice consumo a un’esperienza autentica. Viaggiare è uno stato mentale. Ne parliamo con WeRoad!

Viaggiare: un’azione che ci ha affascinato dai tempi di Ulisse. Che si tratti di evasione, fuga, amore o turismo, il viaggio continua a trasformare le nostre vite. Viaggiare oggi significa riscoprire qualcosa di più grande, dentro e fuori di noi. Da staccare la spina alla propria quotidianità ad un atto terapeutico del XXI secolo, per molti, è sinonimo di libertà. Di ricerca interiore e riappacificazione con il mondo, osservato da una prospettiva diversa. Tuttavia, nell'epoca del consumo e dei voli low-cost verso le mete digitali, sorge un interrogativo piuttosto velato: viaggiamo ancora per scoprire, o stiamo solo consumando?

Viaggiare o consumare? Il dilemma del XXI secolo

Questa è una riflessione che potresti non aver ancora affrontato mentre scorrevi le offerte dei voli a 11€ di Ryanair. Ma non preoccuparti, sei in buona compagnia. Viaggiare nel XXI secolo è ancora sinonimo di un’esperienza da esteta, romantica e/o spirituale. Eppure, una sorta di rebranding, può averlo trasformato in un atto di consumo seriale verso il turismo di massa. La domanda quindi è: siamo così diversi dai turisti che critichiamo? Possiamo ancora essere viaggiatori come McCandless e Hesse? O come Jessica Nabongo e Eve Arnold? - Giusto per non essere come i classici turisti con una ‘bucket list’ in una mano e Google Maps nell'altra.

Revenge Travel: viaggio o consumo?

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia, il turismo sembra aver subito una metamorfosi. I mesi di confinamento hanno generato una sete insaziabile di libertà, spingendo milioni di persone a imbarcarsi in un fenomeno definito come "revenge travel". Una fuga di massa verso destinazioni non necessariamente nuove, ma vissute con una furia consumistica, quasi per compensare quel senso di privazione imposto dal lockdown. Viaggiatori affamati di avventure, o meglio, di esperienze preconfezionate, che spesso, possono essere le stesse per tutti.

Overtourism: come il turismo sta cambiando l'atto di viaggiare

Le compagnie aeree low-cost e mete preconfezionate hanno reso il viaggio parte di un'industria standardizzata e globalizzata. Avventure sì, ma spesso le stesse per tutti. Il fenomeno anche qui ha un nome: overtourism – e ne abbiamo parlato qui. Siamo tutti vittime, e in qualche modo complici. È il turismo stesso che, nella piega della sua forma attuale, ha iniziato a cannibalizzare l'essenza di ciò che un tempo significava viaggiare, o anche solo rilassarsi. Ed ecco così che il turismo diventa una fabbrica di ricordi impacchettati, un consumo di immagini, di cibi esotici. Di panorami che ci fanno sentire momentaneamente in capo al mondo ma che poi, ci lasciano poco o niente.

Turismo di massa

Pensiamoci bene, case che una volta erano dimore, ora sono Airbnb’s. I "locals" si sentono estranei o turisti nelle proprie città se non conti di essere di Massafra (e ci siamo capiti). Ristoranti che vendono “tradizione” a caro prezzo, talvolta senza farla vivere davvero – hai mai assaggiato la pizza alla carbonara? No? Meno male, perché se accetti quella all’ananas è già abbastanza. E così ci troviamo in un mondo dove l’overtourism più che un fenomeno, è un velo che nasconde la vera realtà dietro al viaggio autentico.

Ne abbiamo parlato con WeRoad

Diciamocelo, si viaggia soprattutto per scoprire, ma —purtroppo— anche per consumare. Eppure, c'è un altro modo: quello del viaggiatore consapevole, che riscopre l’essenza autentica di un luogo, non per forza vicino alle folle e ai percorsi di massa. Proviamo dunque a ribaltare la narrativa. Vogliamo davvero vivere il mondo del viaggio nelle sue infinite sfaccettature? Oggi, proviamo a darvi qualche spunto. E a rispondere ai nostri dubbi sarà Andrea D'Amico, Chief Executive Officer di WeRoad con oltre 25 anni nel settore dei viaggi nonché ex booking.com.

Questo progetto nasce come ‘Tour Operator’, e sta riscrivendo le regole del viaggio di gruppo. L’obiettivo di D’Amico è infatti chiaro: “Essere leader paneuropeo entro il 2025 nei viaggi di gruppo”. E oggi, il raggio operativo di quest’organizzazione è sempre maggiore. Ora WeRoad è nota anche in Francia, Germania, Inghilterra e Spagna. Quindi, a chi non potevamo non chiedere qualche nota di chiarimento per un viaggio “fai da te”?

Qual è la differenza tra un “turista” e un “viaggiatore”

«Per me, la differenza fondamentale sta nell'approccio all'esperienza. Il turista spesso cerca di ‘consumare’ una destinazione, spuntando mete predefinite e seguendo itinerari già battuti. Il viaggiatore, invece, è qualcuno che si immerge davvero nel contesto, esplora con curiosità e desidera conoscere la cultura, le persone e le storie del luogo».

Non si tratta solo di visitare un luogo, ma di lasciarsi ispirare e cambiare da esso.

«Per esempio, nel nostro viaggio in Perù, passiamo – ovviamente – per Machu Picchu, ma ceniamo e dormiamo con la popolazione locale per immergerci nella loro quotidianità. Oppure penso al “Gorilla Trail”, disponibile nel viaggio in Uganda. O ancora, l’itinerario sulle orme della Bauhaus in Germania».

Quindi, non stiamo dicendo che il turismo sia il nemico. Piuttosto, stiamo pensando a come possiamo recuperare o scoprire l'essenza di un viaggio fatto completamente a modo vostro.

Viaggi consapevoli e lontani dal consumo

L’atto di viaggiare, una volta scardinato dalla teoria del consumo e dell'overtourism, non è semplicemente andare da un punto all’altro. È uno stato mentale, una “formae mentis" di completa sincronia con l’universo all’apice dell’ignoto che si porta dietro – e no, non scoprirai da dove veniamo. Ma potrai comunque trovare l’intuizione primordiale che ci guida tra le complessità dei casi eccezionali della vita – e sì, anche tra il ristorante da scegliere.

Vi è mai capitato, in alcuni momenti del viaggio, che tutto si allinei perfettamente senza aver programmato quasi nulla? Come se il nostro percorso combaciasse con il nostro obiettivo, facendoci imbattere proprio nella persona/esperienza che stavamo inconsciamente cercando, o in un luogo che non sapevamo di voler vedere. Oppure ancora in una chiacchierata con uno sconosciuto che forse si trasformerà in un’amicizia.

Viaggiare significa anche sapersi perdere

E qui arriva la svolta. Siamo ossessionati dal controllo (sì, se te lo fossi perso ne abbiamo già parlato qui). È proprio invadente in noi la necessità di programmare ogni dettaglio, come se potessimo prevenire ogni imprevisto, evitare ogni errore. Ma i momenti migliori, quelli che ricordiamo con un sorriso nostalgico, non sono forse quelli nati dal caos? Una strada sbagliata, una decisione presa d’impulso, una conversazione casuale che ti cambia la prospettiva e a volte, persino l’umore. Quante volte abbiamo pianificato di perderci? Esatto, mai. Eppure, ci perdiamo sempre. Ed è proprio in quel disorientamento che il viaggio inizia a fare il suo vero “lavoro” su di noi.

Il viaggiatore consapevole

Anche questo fenomeno potrebbe avere un nome. Parliamo di ‘Sincronicità’, un concetto piuttosto esteso, definito dallo psicoanalista Jung come «un principio di nessi acausali». Le coordinate spazio/tempo si intersecano con il tuo qui e ora. Non conta più da dove vieni e chi sei stato. Conta soltanto chi sei ora e cosa hai davanti, e spoiler: ti senti più vivo che mai. Ma tutto questo è reale? O solo un'interpretazione di una favola che raccontiamo a noi stessi mentre viaggiamo con la testa per dare un senso all’imprevedibilità del mondo? A furia di sentire questi frasi, ne abbiamo capito il peso ancor prima di viverlo. E alla fine, come sempre, dipende da te, da cosa cerchi– e dal contesto obv.

Viaggiare 2.0: come si può fare la differenza?

Per WeRoad, ad esempio, --continua D'Amico-- questo si traduce nel fatto che «La nostra vision recita “connettere persone, culture e storie” e lo facciamo attraverso esperienze autentiche fuori dal turismo di massa, formando viaggiatori consapevoli». Inoltre, questa è una community nata da viaggiatori per viaggiatori.

«Scegliamo itinerari che si distaccano dal turismo di massa. Proponiamo esperienze fuori dai circuiti tradizionali, con gruppi piccoli e itinerari flessibili. L’esperienza è costruita intorno ai viaggiatori stessi, che scelgono in fase di prenotazione un mood di viaggio che li rispecchi. Questo ci permette di offrire esperienze personalizzate, creando un equilibrio tra la scoperta personale e il viaggio condiviso».

“Ascoltare, ascoltare e ascoltare”.

«Inoltre, prestiamo sempre molta attenzione all'ascolto di esperienze della nostra community. Miglioriamo costantemente grazie ai loro racconti e suggerimenti per rinnovare assiduamente i nostri viaggi e mantenere vivo lo spirito di scoperta in ogni avventura».

Partire da soli, o in gruppo?

Anche qui Andrea D'Amico sembra essere piuttosto chiaro riguardo alla filosofia che ha aiutato WeRoad a espandersi. «Il viaggio di gruppo è l’occasione perfetta per incontrare persone con background diversi, ma con la stessa curiosità e apertura mentale. In WeRoad il valore aggiunto principale è sicuramente la possibilità di condividere momenti di scoperta, avventura e meraviglia con altri che hanno la stessa passione per il viaggio. Le esperienze condivise spesso creano legami profondi e immediati, che possono trasformarsi in vere amicizie».

«Inoltre – entriamo nello specifico – secondo me viaggiare in gruppo può anche aiutare ad abbattere le barriere, soprattutto per chi magari si sente un po’ più timido o riservato. In un ambiente inclusivo e accogliente come quello dei nostri viaggi, si crea un’atmosfera dove tutti si sentono liberi di essere sé stessi e di connettersi agli altri in modo naturale e autentico. Per molti viaggiatori solitari, questo diventa il valore aggiunto più grande: poter mantenere la propria indipendenza, ma allo stesso tempo sentirsi parte di qualcosa di più grande».

«Chi vuole può vivere momenti personali, esplorare a proprio modo o prendersi del tempo per sé, e, in WeRoad, c’è sempre l’opportunità di condividere esperienze di gruppo arricchenti».

Conclusione

Il vero lusso del viaggio non è vedere tutto, ma guardare con attenzione ciò che hai davanti. Viaggiare è diventato consumo? Forse sì, ma solo se lo permettiamo. In questo mondo sovraesposto ogni angolo è già stato esplorato e fotografato. Ma questa non è una tragedia. Anzi, potrebbe essere addirittura un vantaggio. Perché, come direbbe Kerouac:

“Si può sempre andare oltre, oltre – non si finisce mai.”

Ora quindi, qual è il tuo ‘oltre’?

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