Terapie di conversione: un problema dimenticato
Hai mai sentito parlare di terapie di conversione? Nonostante da decenni la scienza abbia sottolineato i rischi di queste pratiche, molti Paesi - tra cui l’Italia - ne ammettono ancora un loro utilizzo.
La lunga storia delle violenze e dei soprusi perpetrati ai danni degli omosessuali è ormai ben nota. Nonostante questo, l’odio per qualsiasi cosa che sia diversa dal proprio ambiente di appartenenza - e che qualcuno presuntuosamente definisce “normalità” - è ancora ben radicato in diversi strati sociali che cercano di legittimare la propria aggressività e ignoranza sociale dietro fantomatiche “dittature delle minoranze” o narrazioni simili.
E nel retaggio di tali fenomeni, persiste un problema ormai caduto nell’oblio.
Terapie di conversione: un po’ di storia
Il contesto storico e culturale in cui nascono pratiche come le terapie di conversione è certamente diverso dal nostro. Fino agli ultimi decenni del secolo scorso era infatti diffusa l’idea di ritenere l’omosessualità come un disturbo mentale. Ma andiamo con ordine.
Cosa cercano di ottenere?
Lo scopo principale di queste pratiche è sostanzialmente invertire l’orientamento sessuale degli individui, partendo dal presupposto che l’omosessualità sia una tendenza disadattiva rispetto al “normale” sviluppo sessuale. Ecco quindi che si assiste ad una vera e propria strumentalizzazione delle risorse teoriche e pratiche presenti in letteratura per scopi ben lontani dal perseguimento della tutela della salute mentale.
L’evoluzione della posizione scientifica
Soltanto nel 1973 L’American Psychiatric Association escluse l’omosessualità dal DSM - principale riferimento diagnostico per i disturbi mentali - mentre risale al 1990 la rimozione dell’omosessualità dalla Classificazione Internazionale delle Malattie da parte dell’OMS.
Precedentemente, buio totale. In alcuni casi - come quello di Alan Turing - le terapie di conversione venivano somministrate con la forza dai governi.
Ad oggi le cose sono cambiate profondamente: oltre ai due casi citati, ormai le più importanti associazioni scientifiche sulla salute mentale - dall’APA al CNOP - riconoscono le terapie di conversione come nocive, infondate e completamente fuori dai propri codici deontologici.
Cosa spinge le persone a sottoporsi a tali terapie?
Per quanto riguarda i singoli individui, le motivazioni che portano persone omosessuali a ricercare interventi di questo tipo sembrano riguardare aspetti esteriori ed interiori.
Uno studio del 2004 rileva infatti una correlazione tra credenze religiose e propensione a ricercare terapie di conversione. Contestualmente, anche un mancato sviluppo dell’identità sessuale porta gli individui a rivolgersi a tali pratiche[1].

La pericolosità delle terapie di conversione
Il vero scopo di questo articolo è ben lontano dall’appoggiare qualunque movimento ideologico, woke o LGBT che sia. Al netto delle esasperazioni comunicative e dal fenomeno del conformismo sociale, ciò che più ci interessa è sottolineare la dannosità di queste terapie.
I rischi per la salute mentale
Oltre a rimarcare la dimostrata infondatezza di tali pratiche, sottoporsi a terapie di conversione aumenta il rischio di sviluppare ansia, depressione, disfunzioni relazionali oltre che omonegatività e - in generale - ci si espone ad un peggioramento generale della propria salute psicologica[2][3].
Cosa si può fare?
Contestualmente al contrasto di terapie pseudoscientifiche come quella in esame, risulta particolarmente importante la diffusione delle cosiddette terapie affermative, ovvero percorsi per riconoscere ed accettare il proprio orientamento e la propria identità sessuale (no, non si può far diventare un individuo omosessuale) abbattendo pregiudizi e conflitti interni.
Le terapie di conversione nel mondo
Nonostante possano apparire come pratiche appartenenti ad un passato ormai superato, è importante considerare una forte carenza per quanto riguarda gli interventi degli Stati nel contrasto di queste pratiche. Basti pensare che sono soltanto dieci i Paesi nel mondo ad aver reso illegali le terapie di conversione.
Il ruolo dell’UE
In questo contesto, un barlume di speranza potrebbe arrivare dalla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo, a cui è arrivata - lo scorso maggio - una proposta di legge d’iniziativa popolare per rendere illegali le terapie di conversione in tutti i Paesi membri, e che ha raccolto ben un milione di firme.
Quello che può apparire come un gesto superfluo, di secondo piano, significherebbe per molte persone vedere finalmente i propri Stati di appartenenza chiudere definitivamente con un passato oscuro che cerca ancora di reiterarsi.
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