Quando «le emozioni prendono il sopravvento»: il parere di un’esperta sulla strage di Paderno

Sono passati solo pochi giorni dal triplice omicidio avvenuto a Paderno Dugnano, ma gli inquirenti hanno già raccolto informazioni sufficienti per ricostruire l’accaduto. Noi di Nxwss abbiamo deciso di analizzare, grazie all’aiuto di un’esperta, il fatto dal punto di vista psicologico.

La ricostruzione

Paderno Dugnano, nord di Milano. È l‘1:55 della notte tra sabato 31 agosto e domenica 1 settembre quando arriva una chiamata al 118 da parte di un giovane che afferma di aver appena ucciso suo padre. Immediatamente giungono sul posto anche i Carabinieri, che trovano un ragazzo di 17 anni appoggiato al muretto che si trova davanti casa sua, ancora sporco di sangue. Quello che troveranno, di lì a poco, all’interno dell’abitazione sarà invece una scena agghiacciante: il fratellino dodicenne, colpito da decine di fendenti, e poco vicino i corpi del padre e della madre, entrambi colpiti alla gola.


Il primo depistaggio e la confessione

Se inizialmente il ragazzo aveva tentato un depistaggio, asserendo di aver ucciso il padre poiché l’uomo, a sua volta, aveva ucciso suo fratello e sua madre, è bastato un unico (lungo) interrogatorio per scoprire la verità. Oltre a riconoscere la propria responsabilità per il triplice omicidio, peraltro aggravato dalla premeditazione, il 17enne ha spiegato agli inquirenti i motivi del gesto, quasi come a «liberarsi di un peso», come dichiarato da Sabrina Ditaranto, Procuratore del Tribunale dei minori di Milano.


Il ragazzo parla di un «malessere», della necessità di liberarsi da un'oppressione che lo portava a sentirsi solo, isolato ed estraniato anche quando si trovava in compagnia di amici o degli stessi familiari, a tal punto da essere sempre incapace di instaurare un dialogo trovandosi dunque costantemente incompreso[1].  

Una confessione, quella del giovane di Paderno, che suscita non poche riflessioni, e altrettante preoccupazioni sullo stato della salute psicologica dei giovani. Per questo motivo, noi di Nxwss abbiamo contattato Giada Lauretti, neuropsichiatra infantile e docente di neuropsichiatria e neurologia dell’infanzia e dell’adolescenza all’Università Europea di Roma, che ringraziamo per il prezioso intervento.

© (fonte)


Le parole dell’esperta

Oltre al lavoro degli inquirenti, per la professoressa Lauretti «è importante riflettere su come funziona il cervello di un adolescente, per comprendere le forme che può assumere il disagio giovanile», aggiungendo che

durante l'adolescenza, il cervello è in fase di sviluppo e, oltre a offrire grandi potenzialità, presenta anche aspetti di vulnerabilità. Le emozioni spesso prendono il sopravvento sulla capacità di riflettere, perché la corteccia prefrontale quella parte del cervello che ci aiuta a ragionare e a controllare i comportamenti - non è ancora completamente matura.


Come avvenuto per il 17enne di Paderno, la professoressa fa notare che

anche se consapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, gli adolescenti possono ignorarle, agendo d'impulso e cercando soluzioni rapide a situazioni che percepiscono come insopportabili. Vivendo nel presente, senza una connessione forte con il passato e senza proiettarsi nel futuro, qualsiasi sofferenza può sembrare infinita.

Inoltre,

sentono di non avere un ruolo definito, sia nel gruppo di amici che in famiglia o nella società, e questo aumenta il senso di isolamento in un'età in cui l'identità è ancora in formazione. Se mancano l'ascolto e il supporto emotivo da parte degli adulti, possono sentirsi facilmente persi. In quei momenti, a volte, si attivano le reazioni primitive e non sociali del nostro cervello, quali la fuga, l'aggressione, l'immobilizzazione o il collasso; altre volte, si coltivano fantasie irrazionali sull'eliminazione di problemi che non si riescono a comunicare.


In questo contesto, «il ruolo dell'adulto è fondamentale».


Per la professoressa Lauretti

gli adulti dovrebbero essere punti di riferimento solidi e aiutare i giovani a modulare quelle emozioni intense che il loro cervello, ancora in via di sviluppo, non è in grado di controllare del tutto. Bisogna cominciare dai primi anni di vita. Attraverso l'ascolto, il dialogo e la presenza empatica costante, gli adulti possono insegnare a tollerare la frustrazione e a gestirla in modo più efficace.
Così facendo, è possibile aiutare gli adolescenti a non sentirsi soli nei momenti difficili, a trovare il coraggio di affrontare le sfide con maggiore consapevolezza e senso di realtà e a chiedere aiuto a persone di fiducia quando ne hanno bisogno

sottolineando, infine, l’importanza di continuare a trattare questi argomenti «indipendentemente dalle notizie di cronaca». Infatti, come fa notare,

non sempre i segnali di disagio sono evidenti ed è importante prestare ascolto ai silenzi e alla chiusura rispetto ai vissuti emotivi, per dare voce a ciò che non viene detto.

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