Il segreto creativo di Michele Bravi: ascoltare il Bambino che c'è in te
Parliamo di temi essenziali, centrali per la nostra generazione e non, che richiamano identità, la creatività, l’espressione. Le intuizioni di Michele Bravi sulle sfumature emotive rivelano un'esperienza umana più ampia.
Ostello Bello x Michele Bravi
Sai quando entri in un posto e ti senti bene, ma non sai dire esattamente perché? Succede a Ostello Bello, a Milano, pressoché tutte le mattine. Le luci sono giuste. C’è quella vibrazione sottile che ti mette a tuo agio. Ed è lì che incontriamo Michele Bravi, per un sano confronto. Michele - artista classe '94 - arriva sorridente, presente. Infatti, redivivo dalla sua ultima creazione cinematografica & primo esordio da regista (“Lo ricordo io per te”), ha l’agenda piena di impegni, ma mai la fretta di doversi spiegare troppo in fretta. Tratta i suoi pensieri con cura e si rispecchia in molti dei nostri valori, ormai intergenerazionali. Arriviamo infatti a parlare di identità, di creatività e di un bambino (interiore) di cui non si è ancora scordato – la parentesi era necessaria. Procediamo con ordine..
"Chi è Michele Bravi ora?"
Michele: «Sai, ora non sono più un ragazzo. Per anni mi ha accompagnato l’appellativo di “ giovane”, “inesperto” talvolta – insomma il viso pallido. Adesso mi piace definirmi uomo. Sono in quella fase della vita in cui si consolida una certa serenità nel riconoscersi e nell'attribuirsi una maturità acquisita. Una lucidità che, certo, ha ancora sete di esperienza, che ha ancora un percorso tutto suo da fare. Però ecco, quella forma un po’ acerba del "ragazzo" l'ho sentita scivolare via. Quando sei un ‘ometto’, certe cose le senti e le subisci. Quando sei un ‘uomo’, invece, quelle stesse cose le senti, ma le controlli. Va al di là del risultato discografico, del successo, dei numeri. È una cosa con cui impari a convivere. Diventa un lavoro, sì, ma anche qualcosa che sai ridimensionare. Ritorni un po’ di più sul sentimento del “che sogno che sto vivendo”, e un po’ meno sulla pressione di doverlo vivere».
“Cosa ha alimentato il tuo sogno da ragazzo?”
«Io volevo lavorare con lo spettacolo, in tutte le sue forme. Poi sai, sono una persona che viene da un contesto umile, culturalmente parlando. I miei nonni, che mi hanno cresciuto, sono stati reduci dalla seconda guerra mondiale. Ai tempi c’erano pochi strumenti culturali, poche possibilità. Eppure, nonostante tutto, c'era questa immensa forza interiore. Anche se non avevano granché, per i miei nonni era importante buttarsi in qualcosa che li facesse uscire da quella realtà, dal quotidiano. Non pensavano mai a risparmiare per la merenda, piuttosto risparmiavano per andare al cinema, o per comprare una cassetta musicale. Era una sorta di esigenza, qualcosa che non aveva a che fare con la cultura in sé, ma con l’emozione. Quella necessità di nutrirsi di un immaginario, di una visione. Di un’evasione. Questo mi ha sempre colpito tanto. Fin da piccolo ho sempre pensato: ‘Vorrei capire come si fa quella cosa. Vorrei capire come si strappa una persona da quella quotidianità più o meno tragica che può servire per innescare quel meccanismo creativo».

Chi crea lo fa da sempre. Solo che da piccoli lo chiamavano "giocare".
"Qual è stato il tuo primo contesto di creazione?"
«Sono state le poesie – Michele imbocca un grande sorriso –. Già da ragazzino scrivevo tante poesie. Tremende, ovviamente. Ricordo proprio che avevo strappato questi fogli da un grande quaderno di casa e avevo creato “Il libro delle mie poesie”. Quella è stata la prima vera opera che io abbia mai creato. Erano tre pagine, tolta quella della copertina - Michele Bravi ammicca un altro sorriso. E ora vi farò ridere: la mia prima poesia era dedicata a Gesù. Non chiedermi il perché! Forse era una visione, o forse una crisi mistica. Però ecco – riprende il filo – scrivevo queste poesie e le portavo a tutti in famiglia. «Questo è il mio libro!», esclamavo, fiero della mia creazione. Anzi, fierissimo! Questa cosa mi fa tenerezza e non l’ho mai persa.. Il fatto è che nello “scrivere” , ora la racconto con più o meno profondità, c'è una ricerca. Laddove c’è ricerca c’è sempre un esigenza. Ed è proprio lì che spunta sempre quel bambino che deve scrivere la poesia, e vuole esprimersi. E va, che ne so, dalla nonna e dice “Guarda che ho fatto. Guarda che ho fatto!”».
"Come funziona Michele Bravi?"
«Sai qual è una vera scoperta? Che uno riesce a essere davvero creativo solo quando si annoia. È proprio nella noia che accade qualcosa. Ti metti lì, davanti a una cosa, e arrivi al punto di ripeterti "Non so che fare, non so che fare, non so che fare..." E a un certo punto, forse per una questione di pura sopravvivenza mentale, inizi a giocare. Inizi a tradurre creativamente quello che hai intorno. Come i bambini: all'inizio vedono soltanto un foglio bianco e non sanno che farci. Poi, piano piano, iniziano a disegnare. Da piccolo, l’Umbria mi annoiava; stupidamente forse, ma io la vivevo così. Non trovavo stimoli. Ora, facendo anche spettacoli lì, in Umbria, non è più così. Capisco che era proprio quello lo stimolo. Quella noia mi dava lo spazio per buttarmi nella mia testa, per dire: “Questa cosa la traduco così, quest’altra la racconto così...”. Nella grande città, a Milano, ho faticato un po’ all’inizio. Non avevo quasi mai modo di annoiarmi. Stavo sempre troppo tempo fuori, e meno dentro».
L’atto creativo secondo Michele Bravi
«Vedi, la tecnica, per me, è un appoggio incredibile. Ma non solo per chi sta dall’altra parte – il pubblico – che giustamente ha bisogno di una “geometria” dell’opera, di una stabilità in ciò che l’artista presenta. No, la tecnica aiuta prima di tutto chi crea. È come un paracadute. Ti butti nel vuoto, nella vertigine della creatività, e la tecnica è lì che regge il peso dei tuoi pensieri. Perché la creatività è anche pericolosa. Se ci pensi, storicamente, è il mestiere che ha creato più follia. I creativi, prima o poi, tutti quanti un po’ svalvolano – si accende una risata di gruppo. Perché passi le giornate a fissare un fatto, a osservarlo, smontarlo, reinventarlo per poterlo raccontare, disegnare, scrivere… e poi finisci per fare il giro al contrario e perderti. La tecnica, invece, ti dice: “Ok, resta lì. Osserva. Racconta. Ma proteggiti.” È un'imbracatura. Ti ancora mentre stai lì a oscillare tra dentro e fuori. E poi, se posso dirla tutta, stiamo vivendo un momento in cui c'è proprio bisogno di questo. Di un equilibrio, di una forma, di un po’ di sana noia».
Ricordati di ricordare
Michele Bravi non è un minimalista. Anzi, sono proprio i dettagli quelli che ama. La sua visione ritaglia screenshot di specifici stati d’animo, che nella sua ultima creazione arrivano a toccare temi più ampi come la malattia dell’Alzheimer e del caregiver. La sostanza primigenia rimane la stessa: è creatività, una spinta inarrestabile verso un immaginario che ci trascende, che ci connette a qualcosa di più grande. Michele Bravi, alla sua prima incursione nel mondo del cinema con "Lo ricordo io per te" - interpretato da Lino Banfi - tratta proprio il dolore di chi non ricorda più. L'Alzheimer è una malattia che ha toccato da vicino la sua storia familiare attraverso l'esperienza dei nonni che lo hanno cresciuto. Proprio questa malattia diventa una narrativa sociale tutta da indagare nel contesto odierno. Ma di questo ne parliamo qui. Leggi anche: In Italia 7 milioni di caregiver senza diritti. Michele Bravi: "non è un caso che che siano soprattutto donne"La demenza: il lutto dei caregiver familiari
"Lo ricordo io per te", ecco dove guardare il corto diretto Michele Bravi, ora disponibile in streaming su YouTube. Il progetto artistico esce il 4 aprile ed è composto da una canzone, un cortometraggio e un libro. La canzone racconta la promessa d’amore di Nonno Luigi e Nonna Graziella e l’intrusività dell’Alzheimer. Il cortometraggio, con Lino Banfi e Lucia Zotti, è scritto e diretto da Michele Bravi, mentre per il libro bisognerà aspettare l’autunno del 2025.
Perché, ecco, qui abbiamo visto che Michele si porta dietro una persona coltivata, posata in un dolce “trovarsi” e ritrovarsi. E scopriamo che, con le parole di Michele Bravi, «si può essere sensibili, ma anche cinici. Si può essere introspettivi, ma possiamo anche essere le persone più superficiali del mondo per un’istante. O forse per un po’ di più. L’importante è non perdersi e sapere che più contraddizioni possono convivere dentro di noi». E noi, come generazione, di contraddizioni ne sappiamo parecchio.
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