Se ti chiamano “polentone” o “terrone” ti offendi?
Polentone e terrone: la storia di due termini che dividono l'Italia
L'Italia divisa in due: a nord i polentoni e a sud i terroni. (Si accettano idee per i nostri connazionali del centro Italia, n.d.a.).
Ma poniamoci una domanda: ci sentiamo offesi quando usano questi termini nei nostri confronti?
Abbiamo affrontato questo argomento con due ricercatori italiani che lavorano nel Regno Unito: il Dott. Stefano Coretta, docente presso l’Università di Edimburgo e la Dott.ssa Jessica Hampton (Università di Liverpool).
Insieme al Dott. Simone De Cia (Università di Manchester) stanno conducendo il primo studio italiano sistematico ed esteso sulla vitalità delle lingue minoritarie del Nord Italia e sulla percezione del termine “polentone” come discriminatorio o meno.

Polentone e terrone: l'origine
Secondo il Grande Dizionario della Lingua Italiana, il termine “terrone”, con l'accezione attuale, si sarebbe diffuso negli anni ‘50 nei centri urbani dell'Italia settentrionale per indicare in modo scherzoso o dispregiativo i cittadini meridionali. Usato infatti come sinonimo di "contadino", “villano” con riferimento a una società come quella meridionale basata su un'agricoltura maggiormente arretrata e di conseguenza percepita come fortemente legata alla terra. Sempre il GDLI, riporta però altre origini. Una delle quali segue l’analogia con “polentone” ossia mangiatore di polenta, piatto tipicamente e stereotipicamente associato al Nord Italia.
Il termine si sarebbe diffuso con il significato attuale negli anni ‘40 e sarebbe entrato nell'uso in contrapposizione a “terrone”, un modo insomma da parte dei cittadini meridionali per ripagare con la stessa moneta quelli settentrionali.
«Il termine, infatti, aveva prima una connotazione scherzosa» - afferma la Dott.ssa Hampton - «solo in un secondo momento ha assunto un carattere dispregiativo».
Ma il loro significato è cambiato nel tempo

Il Dizionario etimologico della Lingua Italiana (DELI), porta alla luce la presenza del cognome “Terronus” a Caffa, in Crimea già nel 1344.
La prima attestazione di questo cognome già molti secoli fa ci porta a pensare che l'etimologia sia quindi molto antica.
Pare, infatti, che fu portato in città da due mercanti genovesi con il significato di “della Terra”. Ancora oggi sono vive due varianti del cognome: “Terroni” nel nord Italia e “Terrone” in Puglia e in Campania.
L'Accademia della Crusca sintetizza così la storia del termine: «È certamente un derivato di terra che, indicando in prima istanza un ‘cumulo di terra derivante dall’aratura’, venne probabilmente usato in seguito come nome per i contadini, fino a divenire un cognome. E l’uso di terrone, in quanto contadino, con valore dispregiativo, si affiancherebbe a parole come villano e cafone».
Leggiamo, invece, per la prima volta (o meglio la prima che ci sia nota, n.d.a) il termine “polentone” nel 1798 in una novella dello scrittore Simone Batacchi, per descrivere una persona lenta e pigra, dalle movenze goffe.
Con il significato attuale invece l'attestazione risale - come detto - al 1942.
“Terrone” e “polentone”: tra discriminazione e rivendicazione

In linguistica “terrone” e “polentone” appartengono a quelli che sono definiti “slur” cioè dei termini denigratori che hanno, per definizione, un gruppo target ossia la categoria di persone a cui quella discriminazione è rivolta. In questo caso specifico, trova le sue motivazioni nell’appartenenza a un determinato territorio.
I vocaboli di questo tipo però subiscono una dinamica affascinante che possiamo chiamare “riappropriazione”. Quello che abbiamo definito gruppo target inizia a usare lo slur in opposizione all'accezione negativa. Nello studio “Insulti e appropriazione: un resoconto ecoico” della linguista Claudia Bianchi, per citarne uno, questa dinamica è motivata da ragioni di orgoglio, appartenenza e intimità.
Una significativa ricerca dello psicologo Galinsky [2003, 2013] in ambito psicologico ha evidenziato, inoltre, che l'auto-attribuzione del termine discriminatorio aumenta la percezione del nostro potere sia interiormente che agli occhi dell'altro.
Slur territoriali: li reputi offensivi?
La chiacchierata con la Dott.ssa Jessica Hampton e il Dott. Stefano Coretta ci ha dato l'occasione per verificare davvero se i cittadini - del nord nel caso specifico della loro ricerca - trovino offensivo lo slur “polentone”:
«Il polentometro, così si chiama il sondaggio facente parte del nostro studio che misura quanto sei polentone in base alle tue risposte» - afferma la Dott.ssa - «ha fatto emergere che sulle attuali 1000 persone circa che hanno risposto, 350 ritengono che il termine “polentone” non sia per nulla offensivo, 500 si schierano tra chi lo reputa poco offensivo e chi invece ha dato una risposta neutra» e aggiunge: «80 lo reputano abbastanza offensivo, le restanti 10 dichiarano di percepirlo come molto offensivo. Ma stiamo ancora raccogliendo le risposte quindi se siete del nord o ci vivete potete ancora partecipare!».
I risultati del resto non sorprendono. Gli italiani, secondo un sondaggio di Focus del 2009, percepiscono “terrone” come insulto a offensività medio-alta (1,4 su una scala con valore massimo 3); il termine “polentone” si ferma invece a 0,8.
«“Polentone”» - afferma il Dott.Coretta - «è sentito come scherzoso e non tanto come dispregiativo».
Questa differenza potrebbe essere associata a un motivo ben preciso.
Il termine “terrone” porta con sé pregiudizi di natura socioculturale e socioeconomica nell'ottica del binomio nord ricco e trainante e sud povero, arretrato e parassita.
Pregiudizi linguistici: il caso del Veneto e dell’Emilia Romagna
Tutti i punti che abbiamo finora toccato, si legano a un solo concetto: il pregiudizio.
Parlare una lingua è come ogni atto umano politico e come tale ha delle conseguenze in chi ascolta. Conseguenza che si amplificano se si sceglie - consapevolmente - di usare una lingua locale e/o minoritaria che subisce numerosi stereotipi linguistici. In uno studio di quest'anno [Hampton e Coretta 2024] e in quello che stanno conducendo attualmente i tre ricercatori, si evidenzia che esistono dei pregiudizi ricorrenti (sia positivi che negativi) nei confronti di chi parla veneto ed emiliano:
«Prendiamo per esempio quattro aggettivi: istruito, amichevole, gentile e raffinato, comuni a entrambi gli studi. Possiamo notare» - sostengono Hampton e Coretta - «che entrambe le lingue ottengono valutazioni simili, con punteggi bassi per "raffinato" e più alti per le altre tre caratteristiche.
Questo evidenzia che le lingue sono ancora in parte stigmatizzate come non raffinate (volgari), pur essendo considerate familiari (gentili e amichevoli), il che si allinea con il loro ruolo storico di lingue parlate in ambito domestico e locale.
Di particolare interesse è il punteggio relativo alla distinzione tra urbano e rurale per il veneto, che mostra una tendenza a percepire i parlanti come appartenenti maggiormente alla città rispetto alla campagna».
Quest'ultimo aspetto appare significativo perché si potrebbe ricollegare in un certo qual modo all'idea, sottolineata in precedenza, che una società maggiormente legata all’elemento terra è percepita come più volgare.
Eppure proprio quel legame essenziale e identitario con il territorio che tanto demonizziamo e sottolineato dalla frase, tra le altre, di un celeberrimo intellettuale, Benedetto Croce:
«Molta parte dell'anima nostra è dialetto».
E, sì, perché proprio questo testimonia la sedimentazione della nostra storia territoriale e linguistica nella nostra identità individuale e collettiva, non importa se essa sia polentona o terrona, ma rimane comunque profondamente nostra: della Penisola e del suo fichissimo spettro cromatico.
Ah, ecco, dimenticavamo: se anche tu vuoi scoprire quanto sei polentone, clicca qui! :)
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