Stiamo tornando a parlare il dialetto?
Sei stai riscoprendo il dialetto sui social, sappi che non sei l'unico. Ed è davvero molto Gen Z da parte tua.
Se ce lo chiedeste, vi diremmo: «Aspettate, vediamo». Ma se ce lo chiedeste in un momento di debolezza diremmo (o almeno io, da siciliana, n.d.a): «Aspittati, viremu».
E, infatti, rispondere a questa domanda non è così scontato come sembra.
I fattori da prendere in considerazione sono tanti, e come spesso accade non esiste una risposta univoca. Ma andiamo con ordine!
Il contesto di provenienza, un fattore essenziale
Il primo fattore da considerare, che porta con sé una differenza che non possiamo ignorare, è il contesto socio-culturale e socio-economico in cui vivono i giovani a cui ci riferiamo.
Una ricerca, anche se non recentissima (2001), condotta da Giovanna Alfonzetti, professoressa di Linguistica Italiana presso l'Università di Catania e pubblicata dal Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, ci aiuta a centrare il discorso.
Nei giovani provenienti da una realtà socioeconomica e culturale più marginalizzata e bassa l’uso dei due codici linguistici si configura come una sorta di bilinguismo più bilanciato che «consente la produzione di un testo in cui la componente dialettale presenti maggiore consistenza».
Italiano e dialetto nei giovani con un background medio-alto
E se si ha background socio-culturale medio - alto? Si notano altri fenomeni, come il code switching e la dilalia:
«L’ampia sovrapponibilità funzionale tra italiano e dialetto nella situazione sociolinguistica italiana [...] favorisce il contatto nel discorso, una cui importante manifestazione è la commutazione di codice, adoperata dai parlanti soprattutto nelle situazioni informali come strategia comunicativa dotata di una vasta gamma di micro funzioni specifiche» (Alfonzetti, 2013).
Sempre la studiosa, nella ricerca sopra citata (2001), spiega cosa si intende, in questo caso, per code switching: «commutazione di tipo interfrasale che si realizza come inserzione di brevi e semplici frasi dialettali in un testo in cui la lingua base è l’italiano [...]; commutazione non molto dissimile al tag switching propriamente inteso, in quanto come quest’ultimo presuppone una competenza minimale del dialetto».
Quest’ultima si esemplifica nell’uso del dialetto per fini espressivi o, addirittura, emotivi.
Immaginiamo di star parlando con un amico, siamo arrabbiati e vogliamo sottolineare un concetto, ma non troviamo le parole giuste in italiano.
Cosa facciamo? Le cerchiamo proprio lì, nel dialetto.
«Mbare staiu parrannu cu tia, ascutimi» Sto parlando con te, ascoltami. Si perchè ciò che ti ho appena detto, è stato studiato:
«Atti soprattutto, anche se non soltanto, espressivi, nei quali si manifestano affetti per lo più negativi e aggressivi (ad es. insulti, imprecazioni, derisioni, ecc.) o, più raramente, di segno positivo (...).» (Alfonzetti, 2013).
L’utilizzo del dialetto si riscontra anche per scopi ludici; in questo caso è accompagnato anche dal linguaggio non verbale e, in particolar modo, dalla risata, gli sguardi, un tono di voce differente.
Questo è l’unico modo in cui il dialetto sopravvive.
Ma negli ultimi anni sta avvenendo una rivalutazione del dialetto?
Il sociologo Zygmunt Bauman coniò l’espressione “società liquida” per indicare quella in cui viviamo. Caratterizzata da strutture «che si vanno decomponendo e ricomponendo rapidamente, in modo vacillante e incerto, fluido e volatile» (Treccani). Il vacillare, l’incerto e la consapevolezza che alcuni punti fermi li stiamo perdendo sta portando a una riscoperta significativa del dialetto. La lingua ha, infatti, un potere identitario fortissimo: ci fa sentire di appartenere ancora a una realtà intima e non troppo globalizzata.
È questo il sentimento che proviamo quando parliamo il dialetto, il nostro.
La rivalutazione del dialetto, inoltre, sembra avere delle cause legate al genere. Nei giovani - in particolare nei maschi - ha lo scopo di dare loro «un’immagine di sé più virile e spavalda» (Alfonzetti 2013).
Il polylanguaging: un fenomeno per riflettere sul nostro rapporto attuale con la lingua
In una società fluida e globalizzata come quella in cui viviamo anche i confini tra i codici linguistici che usiamo nei nostri discorsi appaiono meno netti. Il termine che descrive questo fenomeno è “polylanguaging”, coniato dalla sociolinguistica della globalizzazione (Blommaert 2010).
«Capacità di conoscere e parlare più lingue, di esprimersi in diversi modi; convivenza di più lingue all’interno di uno stesso ambiente sociale o culturale» (Treccani).
Al giorno d’oggi, infatti, entriamo in contatto e impariamo a utilizzare una moltitudine di strumenti linguistici; e lo facciamo in maniera più o meno informale (internet, social media, chat). L’aspetto interessante risiede nel fatto che non è necessario avere una completa conoscenza delle lingue per usarle. Ma come mai? Adoperiamo ogni strumento linguistico adattandolo al contesto in cui ci troviamo, ma anche in base alla padronanza che abbiamo di esso.
Dobbiamo immaginare che ognuno di noi abbia in mente un grande cassetto pieno di codici linguistici più o meno padroneggiati. Repertorio - questo - che dipende da più fattori: contesto di provenienza, esperienze di vita, rete sociale. Da questo cassetto peschiamo ciò che riteniamo utile ogni volta che parliamo o scriviamo.
Questo fenomeno tocca anche il dialetto, e non solo il nostro (pensiamo al romanesco). Dai, raga, chi non hai mai usato “daje” in un discorso? E scusateci romani se la pronuncia non è perfetta.
Ma perché usiamo molto il romanesco? (Anche se non siamo romani)
È essenziale partire da un fatto: a Roma, così come in Toscana, i confini tra dialetto e italiano non sono così netti tanto che spesso non si definisce un dialetto, ma più una parlata.
«Ma si dispongono lungo un continuum all’interno del quale è difficile separare il dialetto dalla varietà regionale bassa di italiano (l’“italiano de Roma”, per riprendere la felice formula di Ugo Vignuzzi)» (Paolo d'Achille, Treccani).
Ma perché? Per capirlo bisogna partire dal Medioevo. Il romanesco, all'epoca, presentava dei tratti più meridionali e vicini al napoletano. Ma nel ‘500 accadde qualcosa che ne cambiò le caratteristiche: dopo il 1527, con il sacco borbonico, la città si ripopolò e il dialetto assunse così dei tratti profondamente toscani.
Dopo la presa di Porta Pia (1870) la città, divenuta Capitale, subì un ulteriore ripopolamento sia da nord (piemontesi della corte sabauda e della dirigenza dello Stato) che dal Sud del Paese e questo fenomeno portò a un’italianizzazione ancora più consistente.
Si ebbe, poi, un parziale riavvicinamento al dialetto:
«lo spostamento forzato dei nuclei popolari dai rioni del centro alle borgate della periferia, l’ulteriore crescita demografica della città in seguito alle nuove ondate immigratorie, prevalentemente meridionali, del Secondo dopoguerra [...] con la costituzione di un vasto hinterland, ma anche una sorta di «demotivazione normativa» (Pietro Trifone) dei romani nelle scelte linguistiche – si sono avuti la riemersione e persino lo sviluppo (presso le generazioni più giovani) di nuovi tratti dialettali, che hanno progressivamente allargato la forbice tra romanesco e italiano».
Distanza che non ha però resistito alla nazionale perdita di prestigio dei dialetti dagli anni ‘70 agli anni ‘90.
La sua debolezza e poca compattezza strutturale causate dalla storia che abbiamo appena delineato fa sì che, ad oggi, il dialetto della Capitale sia compreso, con facilità, da tutti gli italiani. E quindi accolto nel parlato anche da chi romano non è.
Nella diffusione del “parlar romano” hanno concorso, last but not least, la TV e il cinema, che rappresentano delle casse di risonanza culturale e linguistica.
E dicendo questo ci riferiamo anche a una motivazione puramente logistica: la Rai e Cinecittà con sede a Roma ci esponevano e ci espongono tutt'ora all’ascolto giornaliero e consistente della varietà dell'italiano della città.
Questo ci porta, anche involontariamente, alla sua accettazione e al riconoscimento di un suo prestigio linguistico e sociale.
Dialetto e social media: cosa c’entrano?

Forse, al giorno d’oggi, per comprendere quanto un fenomeno sia attuale basta porsi una domanda: lo troviamo sui social media? E, in effetti, la riscoperta Gen Z dei dialetti si vede anche da lì.
Boom di contenuti e pagine instagram: “siciliansays”, ma anche “sardiniansays”. Per non parlare di “spokenveneto” o “Roma is more”. L'elenco sarebbe infinito e ci aiuta a inquadrare la portata del fenomeno.
Abbiamo parlato con uno dei fondatori di queste realtà: Giacomo Moceri di siciliansays.
Giacomo è siciliano, ha vissuto quattro anni a Parma, tre a Venezia per ragioni di studio e lavoro e anche grazie a siciliansays è ritornato a vivere nell'isola, a Mazara del Vallo (TP) per la precisione.
«Il progetto nasce nel Marzo 2019. Era un periodo di stallo, non sapevo come impegnare le mie giornate perché mancava un mese e mezzo alla discussione della tesi.
Proprio in questo periodo ho notato la nascita di questi profili, in particolar modo io l'ho notato da “sardiniansay” e “Roma is more” da cui ho poi ripreso un po' il format, comune a più pagine in tutta Italia, e l'ho adattato un po' alla mia personalità».
Alla base di queste realtà social vi è spesso la volontà di dare un’immagine più fresca, giovane del dialetto, spogliandolo anche dai pregiudizi che gli girano intorno.
«Ciò che mi ha spinto a creare la pagina è una mia personale passione verso ciò che è raccontare un territorio, già lo facevo su scala più piccola e in chiave satirica per raccontare il mio paese d'origine: Castelvetrano. Ed era anche un modo per sentire meno la mancanza di casa».
Queste realtà stanno anche facendo crollare un tabù linguistico presente all’interno delle famiglie italiane fino a qualche decennio fa. Anni in cui, soprattutto tra il 1980 e 1990, l'italiano rappresentava uno status symbol, un modo per emergere. E il divieto di parlare il dialetto imposto dai genitori ai figli alimentava quella speranza.
«Con questi progetti social si è avuta una presa di coscienza, di consapevolezza di un patrimonio culturale ossia il parlato, il dialetto locale».
«Patrimonio da preservare, perché si rischia di farlo morire. Io, per esempio, sono stato al Parlamento Europeo con una delegazione di creator, artisti, docenti siciliani per proporre l'insegnamento del siciliano e arrivare alla stesura di un protocollo comune da far adottare alle scuole».
E, in effetti, nel 2023 l’europarlamentare Ignazio Corrao ha organizzato un paio di giorni dedicati alla valorizzazione e al riconoscimento della lingua siciliana, ospitando circa 150 persone. In un’intervista rilasciata a Palermo Today ha dichiarato:
«[...] Siamo riusciti a fare qualcosa di miracoloso: mettere insieme le tante anime che hanno dedicato la loro vita alla lingua e alla cultura siciliana e stringerli attorno a quello che abbiamo definito il ‘Manifesto di Bruxelles’, ossia una storica dichiarazione di intenti nel cuore dell'Europa da parte di tutti i partecipanti, che condividono principi comuni e la volontà di attivarsi e collaborare, ciascuno per le proprie competenze, per la tutela e la valorizzazione del siciliano».
Come abbiamo già accennato, stiamo riscoprendo non solo il nostro dialetto, ma un patrimonio “pluridialettale”.
Un’indagine condotta da “Baci Perugina” in occasione del lancio dell’edizione speciale “Parla come… Baci” ha fatto emergere che ad accendere la nostra curiosità sono un po' tutti i dialetti.
Il 59% è spinto dalla volontà di scoprire il significato e l’utilizzo di espressioni tipiche locali. Questo sentimento nasce, forse, da un sempre maggior numero di relazioni a distanza (amicali, amorose, lavorative) che ci portano a conoscere sempre più persone al dì fuori della nostra città o regione d’origine.
Supposizione confermata anche da Giacomo di siciliansay:
«Trovo un fortissimo interesse da parte di ragazzi e ragazze non siciliani. Qualche tempo fa mi ha scritto una ragazza per ringraziarmi. La pagina la sta aiutando a capire alcune espressioni usate dal suo ragazzo siciliano».
«E, inoltre, siciliansays è diventato anche un progetto editoriale su scala nazionale: con Giunti ho pubblicato “Amunì” una raccolta di espressioni siciliane spiegate, così come su Instagram, in inglese. Con l'aggiunta di un approfondimento in italiano».
Quindi, per concludere, il dialetto sta tornando di moda nella nostra generazione?
La verità è un’altra: il dialetto non è mai scomparso. Ad oggi, lo stiamo riscoprendo, rivalutandolo in maniera peculiare. È, infatti, impossibile non tener conto dei cambiamenti sociali. Ma sta accadendo qualcosa di meraviglioso: stiamo prendendo consapevolezza della sua essenzialità a livello identitario e storico e, seppur minimamente, lo custodiamo gelosamente nei nostri discorsi.
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