Smontiamo la retorica del leone e della gazzella
Spesso e volentieri chi difende il consumo eccessivo di carne fa riferimento al fatto che in natura gli animali si mangiano tra di loro. Più nello specifico viene tirata fuori la retorica del leone e della gazzella. Noi, però, non viviamo in un contesto naturale ma sociale e mangiare carne non ha nulla a che vedere con la nostra sopravvivenza: è una scelta.
«Gli animali in natura si mangiano tra di loro!». Quante volte sentite ripetere questa frase quando si parla di alimentazione, soprattutto vegetale? Quante volte viene tirata fuori la retorica del leone che mangia la gazzella? Ma fare riferimento agli altri animali solo per un singolo comportamento suona un po’ come una decontestualizzazione. In natura vengono fatte tante altre azioni che all’interno della nostra società – quella umana – non sono praticate e tantomeno accettate. Alcune sono considerate addirittura aberranti, lasciar morire i piccoli in primo luogo.
Inoltre, viviamo in un contesto in cui l’essere umano si è voluto separare dal mondo naturale a tutti costi; abbiamo cercato per secoli qualcosa che ci differenziasse dagli altri animali, che ci rendesse speciali, unici, di maggior valore. Una considerazione della nostra specie che ancora persiste in molte culture, quella occidentale in primis. Diciamo, quindi, che usare la natura solo per difendere delle scelte alimentari – riferendoci a un unico elemento e ignorando tutto il resto – sembra più che altro un espediente, usato solitamente per giustificare il consumo eccessivo di carne.
Ma vediamo più nel dettaglio perché questa affermazione non si regge poi così tanto in piedi.
Leone e gazzella sono preda e predatore, l’essere umano e la carne sono consumatore e prodotto
Fonte: Pexels
Fare riferimento alla natura solo quando ci fa comodo è intellettualmente scorretto. Noi – in quanto esseri umani – viviamo in un contesto sociale che si è distaccato da molto tempo dal mondo naturale. Il cibo di cui ci nutriamo lo troviamo pronto al supermercato, ci basta tirare fuori la carta di credito ed è nostro: ad esclusione di contesti particolari – come quello rurale – non dobbiamo coltivarlo, cacciarlo o allevarlo. Non abbiamo più nessun tipo di relazione con gli alimenti che mangiamo. E il legame con questi è proprio il nodo da sciogliere, soprattutto quando si parla di carne.
Di questo si è occupato Roberto Marchesini – etologo, filosofo ed esperto di zooantropologia – nel suo testo “Contro i diritti degli animali?”. È qui che riflette sul rapporto che c’è tra predatore e preda, un rapporto che nella società umana non esiste. Il leone insegue la gazzella, la quale ha la possibilità di scappare, salvarsi e lasciare il felino a bocca asciutta. Noi l’unica cosa che rincorriamo è l’offerta più conveniente: compriamo l’animale solo dopo che è stato trasformato in carne.
Non abbiamo nessun tipo di legame o interazione con l’individuo che mangiamo, che arriva a noi solo dopo che gli è stata data la forma di un oggetto commestibile. Tutto ciò avviene lontano dai nostri occhi e dalle nostre orecchie, in capannoni e macelli posizionati ben lontano dai centri urbani.
L’impatto ambientale degli allevamenti
In natura la predazione è una lotta per la vita, mentre nella società umana il consumo di carne è una scelta. Una scelta con un certo impatto ambientale, essendo gli allevamenti intensivi una delle maggiori cause di emissioni di gas serra e di inquinamento. Come afferma il WWF, il 79% delle emissioni generate dal settore agricolo sono causate proprio dagli allevamenti, così come il 40% di emissioni globali di metano, mentre il 70% dei terreni agricoli europei serve per produrre mangime per gli animali.
Fonte: GreenMe
Si potrebbe pensare che acquistarla locale possa essere un buon compromesso, ma anche questa convinzione è stata smentita: nemmeno comprarla a Km 0 basta per ridurre l’impatto ambientale. I prodotti di origine animale hanno un’impronta ecologica più alta rispetto agli alimenti di origine vegetale indipendentemente dalla loro provenienza, perché la maggior parte delle emissioni proviene dall’uso del suolo e dai processi agricoli.
E no, non è un’opinione, ma un dato di fatto: Hanna Ritchie – ricercatrice a Oxford – lo ha affermato in un articolo pubblicato su Our World in Data, dove confronta nero su bianco l’impatto dei prodotti animali con quelli vegetali. I risultati dicono che il rapporto tra emissioni e chili di produzione è di 60:1 per la carne di manzo, mentre di 1:1 per i piselli. Una differenza notevole.
Il leone non si ammala se mangia la gazzella
Un altro motivo per cui questa retorica non funziona riguarda la nostra salute: la carne – specialmente se assunta in grandi quantità – ci fa male. L’AIRC – l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro – ha da tempo affermato che la carne lavorata – come, ad esempio, i salumi – è sicuramente cancerogena, tanto da essere stata affiancata ad alcol e fumo. Per quanto riguarda la carne rossa, invece, è considerata probabilmente cancerogena, mentre sulla carne bianca non si ha certezza.
Ma il cancro non è l’unica patologia che può causare: le persone che seguono una dieta ricca di proteine animali sono più soggette anche a diabete, infarto, problemi cardiovascolari e obesità.
Fonte: Pexels
Ridurne il consumo, quindi, sarebbe già un buon punto di partenza. Secondo i dati, però, è più facile a dirsi che a farsi: in molti – non solo nutrizionisti e dietologi – fanno riferimento alla dieta mediterranea come modello di alimentazione corretto da seguire. E fin qui, tutto bene. Quando passiamo alla pratica, però, le cose cambiano: secondo quanto riporta l’Istituto Superiore di Sanità, infatti, solo il 5% della popolazione italiana segue la dieta mediterranea a pieno regime.
Le alternative alla carne esistono, quindi perché non dargli una possibilità?
Se il discorso sulla predazione non vi ha convinto, quello ambientale nemmeno e della salute poco vi importa, c’è un altro motivo per cui nella nostra società la retorica del leone e della gazzella non regge: abbiamo a disposizione una marea di cibo, comprese alternative alla carne. Se non si è disposti a rinunciare ad essa, nessun problema: burger, salsicce, wurstel, cotolette sono solo alcuni dei prodotti che sono stati riprodotti in chiave vegetale, spesso con un sapore identico all’originale. E non è tutto: abbiamo anche la carne coltivata!
Fonte: Il fatto alimentare
La carne prodotta in laboratorio è la soluzione perfetta, ha il potenziale di mettere d’accordo animalisti, ambientalisti, salutisti e consumatori di carne. Richiede infatti una quantità nettamente inferiore di risorse rispetto agli allevamenti e riproduce fedelmente muscoli e nervi. Attendiamo solo l’ok dell’EFSA – l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare.
L’alimentazione si conferma come elemento chiave per limitare l’impatto ambientale
Gira che ti rigira, sempre di cibo si finisce a parlare: seguendo una sana alimentazione facciamo del bene a noi stessi e anche all’ambiente. La nostra specie è onnivora – non carnivora – e questo ci dà l’opportunità di nutrirci di diversi alimenti, nonché di scegliere cosa mettere nel piatto. Questa decisione può essere influenzata anche dalle sempre più numerose alternative agli alimenti di origine animale e dalle infinite possibilità che l’innovazione porta con sé, anche nel mondo della cucina.
Ad oggi, possiamo dire che consumare carne non è necessario, almeno non nella nostra società: in alcune parti del mondo le proteine animali sono ancora una fonte nutritiva fondamentale e non vanno demonizzate, ma - come al solito - il contesto a cui ci si riferisce è fondamentale. Mangiare carne rimane comunque una scelta personale e proprio per questo motivo è bene farlo con la consapevolezza dell’impatto che ha sull’ambiente e sulla salute, due cose che ci riguardano molto da vicino.
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