Quando andare avanti è complicato: che cos’è il disturbo da stress post-traumatico

Spesso si sente parlare di disturbo da stress-post traumatico, ma si conoscono meno le sue caratteristiche e implicazioni. Oggi le vediamo insieme.

Nella vita di un individuo, ci sono eventi che lasciano un segno indelebile. Spesso prendono alla sprovvista, durano un istante e lasciano un vuoto incolmabile, senza neanche la possibilità di una timida reazione. L’individuo resta così confuso, in preda alla paura e al disorientamento, avvolto da tutta la propria vulnerabilità

Il DSPT: un fenomeno complesso

Un trauma può manifestarsi nei modi più disparati, che sia all’improvviso o in maniera continuativa, può colpire la persona, la famiglia o un proprio caro. Ciò che non cambia - però - è il forte impatto psicologico che ne deriva. E se è vero che molti riescono a superarlo, altri vivono una vera e propria frattura esistenziale.

Disturbo da stress post-traumatico: che cos’è?

Con “disturbo da stress post-traumatico” ci si riferisce ad una particolare condizione di sostanziale permanenza della sintomatologia tipicamente associata al trauma, per una durata superiore ad un mese. In particolare, il Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali (DSM) illustra come i pazienti con DSPT riportino costanti stati negativi dell’umore - che possono coincidere con disturbi d’ansia e depressivi - e generale anedonia, oltre a ipervigilanza, irritabilità ed evitamento di luoghi fisici o di pensieri potenzialmente disturbanti.

Una prospettiva psico-neurofisiologica

Al di là dell’aspetto nosografico, il disturbo da stress-post traumatico genera sensazioni di vuoto e straniamento nei confronti della propria identità, oltre a creare nei pazienti sentimenti di incapacità a vivere come prima[1]. Come riportato da uno studio congiunto di università inglesi, la disregolazione emotiva tipica di questo disturbo deriverebbe da una disfunzione del talamo e della corteccia cingolata anteriore[2], più specificatamente riferita ad una ridotta funzionalità di queste aree cerebrali[3].

Non a caso - oltre a provocare una frammentarietà del ricordo dell’esperienza - l’alterazione neurofisiologica a seguito di un trauma comporta un peggioramento delle difese immunitarie: lo ha dimostrato uno studio del 1997, il quale ha riscontrato minore efficienza delle cellule immunitarie (nello specifico, le cellule Natural Killer) nei soggetti colpiti da DSPT in seguito all’Uragano Andrew[4].

DSPT e traumi irrisolti

Non sempre però è possibile “osservare” un trauma. Per quanto spiacevoli e gravi siano i sintomi del disturbo da stress post-traumatico, può accadere che eventi traumatici restino nell’inconscio dell’individuo, il quale ne perde poi memoria. L’aver dimenticato resta tuttavia un fenomeno parziale, in quanto l’esposizione a precisi stressor può determinare l’improvvisa manifestazione della sintomatologia traumatica.

I trigger emotivi

Sono quelli che in ambito tecnico vengono chiamati “trigger emotivi”, ovvero precisi stimoli in grado di suscitare nell’individuo una risposta più o meno consapevole di natura traumatica. Questo fenomeno si lega naturalmente ad una scarsa elaborazione del trauma, ed è dunque più presente in individui che hanno subito un trauma in infanzia. Difatti, la letteratura scientifica conferma una sostanziale incapacità elaborativa e integrativa dei bambini riguardo eventi avversi, una condizione che li espone tra l’altro ad un maggiore rischio di dinamiche dissociative[5].

Curare il DSPT: è possibile?

Data la gravità del fenomeno, nel corso dei decenni sono stati numerosi gli studiosi che hanno cercato di sviluppare tecniche efficaci per il trattamento del trauma. Parliamo di trattamento poiché, per quanto efficaci, le tecniche terapeutiche non possono eliminare dalla vita delle persone eventi che inevitabilmente hanno segnato un “prima” e un “dopo”. Piuttosto, l’obiettivo è sostenere e aiutare l’individuo nel ristabilire un equilibrio interno e una condizione di generale benessere psicologico.

Una tecnica in evoluzione: l’EMDR

Parallelamente alle tradizionali terapie di natura cognitivo-comportamentale, negli ultimi anni ha preso piede una tecnica all’avanguardia, di cui sono ancora dibattute le fondamenta ma che ha dimostrato un’alta e consolidata efficacia. Stiamo parlando della Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), introdotta nel 1989 dalla psicologa statunitense Francine Shapiro, che per prima osservò una desensibilizzazione emotiva dei ricordi traumatici grazie a rapidi movimenti oculari durante la rimuginazione di essi. Per comprendere meglio la tecnica, ci siamo messi in contatto con il Dottor Carmelo Ingegnere, psicologo e psicoterapeuta EMDR.

Come ci ha spiegato, la terapia in questione «ha come fondamento teorico il modello AIP (Adaptive Information Processing) che riguarda i ricordi non elaborati che possono dare origine a molte disfunzioni». Non a caso, l’utilizzo di EMDR non è limitato soltanto a disturbi di natura traumatica, ma esteso a «numerose psicopatologie inclusi la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto acuto, i sintomi somatici e le dipendenze», superando peraltro i canoni metodologici: secondo il Dr. Ingegnere «qualsiasi terapeuta formatosi in qualsiasi approccio può utilizzare l'EMDR senza per questo risultare incoerente da un punto di vista epistemologico».

Foto di SHVETS production

Non solo EMDR

Come dimostrato da recenti studi scientifici, l’efficacia terapeutica della tecnica EMDR si deve ad un sovraccarico della memoria di lavoro, impiegata per ricordare e raccontare un evento traumatico e le sue implicazioni emotive. La stessa memoria di lavoro è infatti richiesta anche per lo svolgimento di alcuni compiti, come seguire con gli occhi le dita del terapeuta durante il racconto, una modalità classica impiegata da psicoterapeuti EMDR. Ciò genera una competitività cognitiva, per cui il cervello è portato a ridistribuire le proprie risorse cognitive per adempiere efficacemente a entrambe le mansioni, depotenziando così la forte componente emotiva legata al trauma[6].

Infine, da diversi anni le nuove tecnologie sono sempre più impiegate nel trattamento di disturbi psicologici. È il caso della Virtual Reality Exposure Therapy, che permette l’esposizione del paziente a trigger emotivi senza dover realisticamente interagire con essi. Studi scientifici molto recenti hanno valutato la VRET come altamente efficace nel trattamento di DSPT, tanto quanto le terapie tradizionali se non di più[7]

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