Perché continuo a rimandare? Risponde la scienza

La procrastinazione è un fenomeno psicologico molto diffuso, soprattutto in ambito accademico. Le sue implicazioni sono diverse, così come le cause. Scopriamole insieme.

Che sia nello studio, nel lavoro o nelle faccende di casa, la procrastinazione accompagna molti di noi attraverso le “sfide” della vita quotidiana. E il fenomeno prende forma proprio lì dove ci sono scadenze precise da rispettare. Definire la procrastinazione è in realtà un compito più arduo di quanto si possa immaginare, considerando anche la distinzione che negli ultimi anni è stata fatta tra procrastinazione attiva e passiva. Ma andiamo con ordine.

La procrastinazione dal punto di vista scientifico

La letteratura scientifica si è interessata al fenomeno relativamente di recente, e ancora oggi esistono nuove frontiere - soprattutto dal punto di vista eziologico - che sono ancora materia di ricerca.

Che cos’è?

Una definizione piuttosto esaustiva viene data dalla psicologa Katrin Klingsieck che - estendendo la definizione data da Piers Steel nel 2007[1] - definisce la procrastinazione come il «rimando volontario di un’attività pianificata, necessaria e/o importante, nonostante ci si aspetti potenziali conseguenze negative che possano superare le conseguenze positive del rimando»[2].

Da cosa è causata?

Alla luce della definizione data, sorge una domanda: perché tendiamo a compiere un gesto pressoché controproducente? Le risposte possono essere diverse.

Innanzitutto, a gravare maggiormente sembra essere il grado di volizione e di motivazione dell’individuo. Diversi studi hanno infatti rilevato una minore manifestazione della procrastinazione in attività che sono autodeterminate - e quindi scelte in autonomia dalla persona - e più in generale intrinsecamente motivanti [3][4] . Tali conclusioni si legano peraltro ai risultati di ulteriori studi che confermano una minor presenza di procrastinazione in individui con alta autoefficacia e locus of control interno[3][5].

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A cosa è correlata?

Oltre a indagare le cause intrinseche del fenomeno, negli anni molti studiosi hanno cercato di capire piuttosto se la procrastinazione sia una conseguenza di disagi o disturbi più rilevanti dal punto di vista clinico.

Ciò che risulta è una correlazione con ansia da prestazione e stress, mentre in ambito psicopatologico si registra una presenza della procrastinazione in casi di depressione, oltre che di disturbi della personalità caratterizzati da comportamenti ansioso-timorosi ed evitanti, come il Disturbo Ossessivo-Compulsivo [6][7].

Una forma di ADHD?

La procrastinazione potrebbe presentarsi - in forma di conseguenza secondaria - nella sintomatologia del Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività, a causa della natura stessa del disturbo. Ciò tuttavia non significa che una tendenza a procrastinare possa segnalare un possibile ADHD in chi non presenta ulteriori sintomi. A chiarire meglio la questione è uno studio dello psicologo J. R. Ferrari, il quale rileva una correlazione tra ADHD diagnosticata e procrastinazione cronica, mentre non si registra alcuna correlazione tra tendenza a procrastinare e disturbi relativi all’attenzione in persone senza una diagnosi di ADHD[8].

Procrastinazione: non per forza negativa

È uso comune definire la procrastinazione come un qualcosa di assolutamente negativo. Questa può essere definita una verità a metà

Alcuni studiosi considerano infatti fondamentale una distinzione tra gli individui che rimandano le proprie attività per un blocco, per stress o per ansia - i cosiddetti procrastinatori passivi - e coloro che invece rimandano consapevolmente e strategicamente poiché - per esempio - preferiscono lavorare sotto pressione. Quest’ultimo caso riguarda i procrastinatori attivi, i quali mostrano caratteristiche psicologiche - come motivazione, locus of control e autoefficacia - più simili ai “non-procrastinatori” rispetto a quelli di tipo passivo[9].

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