Sei la crybaby del gruppo? Non è detto che tu sia ipersensibile!

Non riesci a dire di no? Fai fatica a tracciare dei limiti e a dare priorità ai tuoi bisogni? Scoppi a piangere nei momenti meno opportuni? Allora questo articolo fa al caso tuo.

Gestire le proprie emozioni e la propria sensibilità – o ipersensibilità – non è semplice per tutti. Anzi, per alcuni è quasi impossibile: alcune persone non sanno dire di no, altre possono sembrare molto permalose, mentre altre ancora sono sempre disponibili, anche a costo di rimetterci. E poi c'è chi ha la lacrima facile. Insomma, non proprio il massimo quando si deve aver a che fare con un contesto sociale. Ma il pianto ha una sua funzione anche in questo senso: dalla nascita all’età adulta è un importante meccanismo di socializzazione, oltre ad avere funzioni fisiologiche. Ma facciamo un passo alla volta.


Fonte immagine: chedonna.it


Ipersensibilità: non è sempre people pleasing!


Se vi ritrovate nella descrizione appena data probabilmente vi avranno descritto diverse volte come dei people pleaser. Ma non preoccupatevi, non è detto che lo siate: potreste essere delle persone altamente sensibili o ipersensibili! E sì, la differenza c’è ed è parecchia.


Infatti, la difficoltà nel mettere paletti del people pleaser è funzionale al suo bisogno di approvazione e lode, tanto che arriverà a modificare i suoi comportamenti pur di essere accettato dal gruppo di riferimento. E se vi riconoscete in questa versione sappiamo bene che non è tutto rose e fiori per voi e che ve la vivete male. Stress, frustrazione e ansia costante sono solo alcune delle conseguenze del people pleasing. E non abbiamo alcuna intenzione di colpevolizzarvi per questo.


D’altra parte, l’ipersensibile e la persona ad alta sensibilità hanno tutta un’altra storia da raccontare. Entrambe sono personalità altruiste, comprensive, empatiche (raggiungendo livelli fuori dal normale) e dal pianto facile. La differenza sostanziale – afferma la Dottoressa Errico, psicoterapeuta del centro medico Santagostino – sta nel funzionamento del sistema nervoso centrale e, in modo particolare, l’ipersensibilità rappresenta un tratto innato che è presente anche in altre specie. Infatti, riflette un tipo di strategia di sopravvivenza: osservare prima di agire.


E sì, è vero che da un lato l’ipersensibilità può sembrare una maledizione, dato che percepire sempre tutto in modo amplificato non è sempre il massimo. Ma se invece la pensassimo come un superpotere? Insieme ad alti tassi di empatia, infatti, arriva anche tanta creatività, onestà, senso di giustizia, rispetto per l’ambiente e per tutti gli esseri viventi. E a noi queste sembrano tutte cose positive. Essere persone altruiste e gentili non è mai negativo, l’importante è non permettere agli altri di oltrepassare i limiti che, ricordiamocelo, è sano tracciare.


Il pianto frequente è sinonimo di ipersensibilità?


Fossimo dei Dik-Dik non dovremmo porci il problema: infatti, questa specie di antilope usa le sue lacrime – o il suo fluido ghiandolare pre-orbitale – per segnare il territorio. Ma nella nostra specie e nella società umana il pianto non viene associato immediatamente a una funzione fisiologica (come mantenere gli occhi idratati) e decisamente non è sinonimo di dominio: è soprattutto una risposta emozionale che, però, non ha necessariamente a che fare con l’ipersensibilità.


Fonte immagine: britannica.it


Secondo Darwin il pianto emotivo non aveva nessuno scopo ma ad oggi sappiamo che potrebbe avere un’utilità relazionale. La prima cosa che facciamo quando veniamo al mondo, infatti, è piangere. Fino a quando non impariamo a parlare è l’unico modo che abbiamo per comunicare che abbiamo bisogno di qualcosa a chi si prende cura di noi.


La Dottoressa Silvia Pepe, psicologa e psicoterapeuta, descrive in questo modo il pianto infantile:

«Il pianto è un tema molto studiato in psicologia. Credo che ognuno di noi del settore ricordi le ricerche del secolo scorso di Spitz (1945) negli orfanotrofi dove i bambini al quarto mese cessavano di piangere poiché non ricevevano alcuna cura. Avevano capito che non ci sarebbe stato nessuno a calmarli. Ciò aveva delle implicazioni anche sul sistema immunitario e di conseguenza, un impatto sul tasso di mortalità. Dunque, possiamo dire che il pianto ha anche una funzione evoluzionista poiché garantisce cura e protezione».


Il pianto in età adulta: dallo sfogo emotivo alla funzione sociale


Il primo pensiero, se pensiamo al pianto, va alla tristezza. Ma non è l’unica spiegazione che possiamo dare. Diverse teorie si soffermano sul ruolo del pianto nella socializzazione: infatti, le lacrime sono qualcosa che gli altri possono vedere e di conseguenza attivano in loro la compassione e l’empatia. Proprio per questo motivo, si pensa anche che – come leggiamo su State of Mind, il pianto possa avere una funzione manipolatoria, in quanto funziona come inibitore della rabbia. Pensiamo a quando litighiamo con la dolce metà: quante volte finiamo la discussione e perdoniamo perché magari si inizia a piangere?


Fonte immagine: cinefilos.it


La Dottoressa Pepe spiega, infatti, che il pianto ha anche una funzione sociale, oltre emotiva, psicologica e fisiologica: 

«Il pianto è attivato dal sistema simpatico. È la modalità che abbiamo per scaricare una tensione positiva o negativa, per esprimere le emozioni, gli stati d’animo e i sentimenti, per processare eventi critici e traumatici. Spesso il pianto è “liberatorio” e può trasformare i sentimenti di tristezza in sorriso, gioia, speranza, coraggio. Dopo il pianto spesso si è più lucidi e in qualche modo rigenerati. Vi è una sorta di recupero emotivo, un sollievo d’umore, per una condizione interna di ritrovato equilibrio ma a volte anche per la reazione di vicinanza dell’altro che assiste, che può procurare un maggior benessere».


Soffermandosi sul ruolo sociale delle lacrime, afferma:

«Negli adulti il pianto facilita il legame sociale. Si è visto che il pianto favorisce la vicinanza dell’altro, l’empatia, i comportamenti altruistici e solidali. Esso muove dunque l’altro all’affetto e alla benevolenza. Tuttavia, il pianto può suscitare nell’altro anche sentimenti contrastanti come fastidio, rabbia e senso di colpa. Questo soprattutto quando il pianto è volto ad ottenere ciò che si vuole, per “portare a sé”, e dunque un pianto seduttivo, inappropriato, manipolatorio ovvero utilizzato a proprio vantaggio, per avere potere, condizionare/influenzare l’altro. Ma in questi casi il “pianto non autentico”, se così vogliamo dire, può essere riconosciuto sulla base anche di altri tipi di comportamenti che la persona mette in atto (come ad esempio bugie, lusinghe, ecc.)».


Il pianto come indicatore di patologie e pregiudizi di genere


Inoltre, la Dottoressa ci spiega che il pianto può essere un sintomo di qualche tipo di patologia: in questo caso – afferma – «varierebbe per frequenza, intensità, situazione, oltre al livello di consapevolezza che la persona ha degli effetti che il pianto stesso può provocare».


Ma ci ricorda anche che non bisogna dare attenzione solo al perché si piange. Anche le lacrime che tratteniamo hanno la loro importanza:

«Infine, ci sarebbe da considerare tutte quelle situazioni e le conseguenze ad esse associate in cui vi è difficoltà a concedersi al pianto, un po’ per condizione personale (vergogna, fragilità, debolezza e/o difficoltà a contattare in modo più intimo le proprie emozioni) e/o sociale, basti pensare ai pregiudizi di genere ad accettare la sofferenza maschile spesso negata e/o repressa».


La Dottoressa Pepe conclude il suo intervento ricordandoci l’importanza del pianto:

«Indipendentemente da tutto, il pianto rimane una potente espressione del nostro stato dell’animo, possiamo dire universale, che permette di creare relazioni e connessioni con noi stessi e con gli altri».


Piangi sempre? Nessun problema!


Insomma, il pianto non è sempre e solo sinonimo di ipersensibilità e debolezza d’animo, per questo motivo trattenere le lacrime non serve e può anche essere controproducente. Le lacrime servono ai nostri occhi per rimanere idratati e servono ai nostri amici per capire se qualcosa non va. In fondo, “Inside Out” ce l’ha spiegato bene e con semplicità: quando qualcuno ci vede tristi viene a tirarci su di morale. Quindi, ogni tanto, è bene ricordarsi di piangere.

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