Medio Oriente: la guerra si amplia?
È iniziata ieri l'operazione di Israele in Libano: cosa sappiamo e quali scenari per il Medio Oriente.
È scattata l’operazione (parrebbe limitata) di terra israeliana in Libano; solo tre giorni fa Netanyahu aveva promesso di “andare fino in fondo” dopo la morte di Hassan Nasrallah, segretario del Partito di Dio. La morte di Nasrallah, il cui corpo è stato recuperato dalle macerie solo nella giornata di ieri, rappresenta l’ultimo evento di torsione prima del caos. Decapitati i vertici politico-militari di Hezbollah, l’ultimo giro di vite per mano israeliana sarebbe un’operazione di terra, ritenuta l’unico modo per eliminare la forza dei miliziani sciiti, almeno nella fascia che dal confine israelo-libanese arriva fino al fiume Litani.
Dopo ormai quasi un anno di guerra nella Striscia di Gaza, si apre un fronte a nord che rischia di trascinare, questa volta molto più profondamente di quanto si creda, l’intera regione in un ampio conflitto. I bombardamenti lungo tutto il confine e i carriarmati ammassati lasciano presagire che a Tel Aviv si sta decidendo, in queste ore, quale sarà il futuro del Medio Oriente. Ma come guardare a ciò che sta succedendo e capire con quali premesse portare avanti un’analisi chiara della situazione?
Ci sono alcuni elementi che permettono di tracciare una linea utile a rendere gli eventi degli ultimi mesi più chiari e che, per il loro peso, non possono essere tenuti fuori dalla disamina.
La guerra per Netanyahu: un fattore necessario alla sopravvivenza
Il 7 ottobre rappresenta, ad oggi, una data spartiacque nell’era di Netanyahu. Che il conflitto israelo-palestinese non sia nato nell’ottobre 2023 è un dato di fatto conosciuto, sarebbe infatti errato vedere l’attacco di Hamas come l’apertura delle ostilità tra la Striscia di Gaza e Israele.
Per prendere consapevolezza su ciò che sta accadendo bisognerebbe retrocedere, a volersi limitare, almeno al 1917, anno in cui la Gran Bretagna sostenne di guardare favorevolmente alla creazione di un nucleo ebraico in Palestina, ai tempi parte dell’Impero ottomano e futuro mandato inglese in Medio Oriente. Apertasi la questione mediorientale, questa è progredita incessantemente fino ad oggi, senza trovare mai davvero una soluzione giusta. Il 7 ottobre 2023, in ogni caso, sebbene sia stato un evento dal forte impatto, non ha lasciato perplessi i più che sulla questione erano ferrati.
Premesso ciò, è una data importante per l’operato Netanyahu. Se infatti, prima del 7 ottobre, il governo Likud a guida Netanyahu perdeva colpi a causa della riforma di giustizia approvata e per le profonde fratture interne, l’indomani dell’attacco di Hamas lo stesso governo diventava la leva per ricucire le ferite subite dal Paese. Netanyahu, politicamente ad un punto morto e vicino ad una eventuale incarcerazione, si è reso il commander-in-chief di cui Israele necessitava per affrontare il “nemico esterno”.
Non c’è da dimenticare, infatti, che, sebbene Israele risulti politicamente fratturato a livello interno, ha invece in politica estera una linea direttrice che nei decenni ha eguagliato, chi più chi meno, tutti gli operati esecutivi: la sicurezza nazionale e un “posto nel mondo” come fine ultimo dello Stato israeliano. Israele si vede infatti come Davide contro Golia, considerandosi un unicum tra le entità statali del Medio Oriente, differenti socialmente, politicamente, religiosamente e culturalmente.
Partire, poi, dall’idea dell’Eretz Yisrael come perno dell’ideologia sionista che sta alla base dell’esistenza dello Stato d’Israele, fa capire bene il sentimento di frustrazione che attanaglia Tel Aviv. Del grande Stato i cui confini andavano dall’Egitto a parte della Siria con il Giordano come spina dorsale, nella realtà poco e nulla si è dimostrato fattibile nella costruzione statale - per ovvie ragioni; lo Stato d’Israele, infatti, escludendo i territori palestinesi, il fiume Giordano ora lo vede solo come un confine esterno e non come il centro della nazione.
Unire questo e il fattore sicurezza fa intendere perché il “nemico esterno” è un elemento d’unione: può mai Israele essere colpito da forze ostili site in territori che lo stesso Israele ritiene - storicamente e religiosamente - propri? Agli occhi di Israele la risposta è negativa, alla fratturazione politica interna prevale l’unità nell’azione esterna, qualsiasi cosa tale risposta implichi, sia in termini militari, che economici e umani (da ognuna delle parti in conflitto).
La comunità internazionale contro Israele?
Reuters riporta che il Presidente turco Erdogan abbia chiesto, poco prima degli inizi delle “operazioni mirate” in Libano, un’azione delle Nazioni Unite, nello specifico del Consiglio di Sicurezza, per fermare Israele anche con l’uso della forza. In realtà la richiesta della Turchia sarebbe indirizzata all’Assemblea Generale, che dovrebbe sostituirsi al Consiglio di Sicurezza in base a una risoluzione del 1950. Il Consiglio di Sicurezza, unico organo che può effettivamente autorizzare l’uso della forza per il ristabilimento e il mantenimento della pace, si ritrova però in un’impasse non nuova.
Abbandonando qualsiasi ipotesi di via secondaria e ritenendo possibile che una richiesta come quella turca arrivi al tavolo del Consiglio di Sicurezza, questa rimarrebbe penna su carta. Israele è infatti una delle questioni divisive all’interno dell’organo ONU, nel quale Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si trovano opposti al blocco russo-cinese che appoggia l’autodeterminazione palestinese e le motivazioni del mondo arabo. Pensare che si possa arrivare all’approvazione di una risoluzione che richieda l'utilizzo di “ogni mezzo necessario” per fermare Israele è un’ipotesi pressoché irrealistica.
Gli interventi del Consiglio in questo senso sono rari (spicca sempre il caso del Kuwait nel 1990), specialmente perché quest’ultimo ha preferito ricorrere a strumenti sostitutivi. Alla Turchia gioverebbe forse una coalizione esterna all’ONU, come successe per la Serbia nel 1999, ma anche questa ipotesi è irrealistica. Certo, la NATO non attese l’approvazione del Consiglio di Sicurezza per procedere a bombardare la Serbia durante la guerra del Kosovo - giustificandosi con la natura “umanitaria” dei propri attacchi - ma rimane vero anche che parte consistente della NATO, sebbene le parole della Turchia richiamino la “guerra umanitaria” (che comunque non esiste), non andrebbe mai contro Israele. Inglesi e americani potrebbero mai bombardare Tel Aviv in favore di coloro che anche Washington e Londra ritengono “terroristi”?
Risulta impensabile, oltre che paradossale. Riguardo il concetto di “terrorismo”, c’è da tenere a mente anche l’uso che l’Occidente fa di tale termine, avendolo di fatto esso stesso inventato. Il concetto di “terrorismo” è infatti estraneo a coloro che i Paesi occidentali chiamano “terroristi”. È un concetto d’altronde politico, non definito a livello internazionale e che viene tante volte anche usato erroneamente. A parte ciò, Israele si tiene saldo il supporto occidentale - in tendenza comunque negativa a causa dei civili periti - proprio perché combatte una guerra contro il terrorismo.
Per tanti Paesi occidentali il terrorismo è diventato uno dei punti importanti della propria politica interna ed estera (gli Stati Uniti ne sono un esempio), per tale motivo è difficile vedere un respingimento compatto delle azioni israeliane da parte dei suoi alleati più importanti. Agli occhi di Washington sarebbe come accettare di mettere da parte la guerra iniziata nel 2001, togliendo importanza - e valore patriottico - ai morti causati dal terrorismo.
Ma in tutto ciò, il Libano?
A parte Hezbollah, maggiormente localizzato nel sud del Paese, il Libano ha un proprio governo e una propria conformazione sociale.
Sarebbe errato considerare infatti il Libano ed Hezbollah come un’entità unica, così come lo è considerare la Palestina e Hamas allo stesso modo. Premesso ciò, il Partito di Dio non è ben visto da tutti i libanesi, specialmente data la conformazione etnica del Paese dei Cedri. Il Libano è una realtà composta da varie comunità religiose, tra cui troviamo i cristiani e i musulmani sciiti che rappresentano i due gruppi confessionali maggioritari. Un’azione israeliana, purché essa si riveli limitata come sostenuto, potrebbe essere lasciata a sé da parte del governo libanese, che potrebbe giovare dell’eliminazione (da ritenere difficilmente raggiungibile) di Hezbollah. Non è un caso il ritiro dei militari dell’esercito libanese dal confine, il quale si spiega sia per motivazioni di capacità militari, che di strategia nazionale, qualora si voglia assumere che il governo centrale voglia disfarsi di Hezbollah rimettendo il lavoro sporco in mano a Tel Aviv.
Oltre a ciò il Libano è in una continua situazione precaria, costantemente sull’orlo di una guerra civile proprio tra i gruppi confessionali maggioritari, all’interno dei quali gli sciiti vedono in Hezbollah la soluzione alla pressione israeliana proveniente dal confine a sud.
Cosa significa ciò per il Medio Oriente
Prevedere il futuro, purtroppo, è impossibile. Sta di fatto che si possono fare alcune ipotesi su come possano proseguire gli eventi in Medio Oriente. Concentrandosi solamente sul Libano, nelle mani di Israele rimane la decisione circa la natura dell’operazione terrestre. Questa potrebbe rivelarsi limitata e prevedere un dietro-front israeliano nelle prossime settimane, oppure continuare più a lungo e finire come la Striscia di Gaza.
La situazione è comunque differente dal 2006 (seconda guerra libanese), di conseguenza i piani potrebbero davvero rimanere circoscritti. Che Israele lasci comunque il Libano senza eliminare Hezbollah ma limitandosi ad indebolire il gruppo? Possibile anche questo, ma solo se il governo Netanyahu non decida di andare davvero fino in fondo. La presenza dei militari UNIFIL rappresenta un altro elemento disturbatore per Israele, che ha ripromesso di evitare di attaccare i militari dell’operazione ONU (si escludono gli “effetti collaterali” dei bombardamenti). La vera questione, d’altronde, almeno agli occhi di Tel Aviv, è l’Iran.
Padre dei gruppi miliziani dispersi in Medio Oriente, all’Iran è stato detto che “presto sarà libero”. Cosa significa? Ne sono consapevoli i vertici israeliani e il primo Ministro Netanyahu che si è personalmente rivolto agli iraniani… per il resto, data la velocità con cui la situazione si sta sgretolando, credo riusciremo a capirlo anche noi a breve.
Fonte foto di copertina: Kawnat Haju/AFP/Getty Images
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