Animali preistorici e dove trovarli: il cucciolo di Mammut trovato in Siberia

I resti di un cucciolo di Mammut sono stati ritrovati intatti in Siberia. Riflessioni sorgono sulla crisi climatica, causa dello scioglimento del permafrost.

Un Mammut di più di 50.000 anni è stato ritrovato in Siberia la scorsa estate; i resti sono intatti e risultano essere quelli meglio conservati. Si tratta di una scoperta importante per la paleontologia, ma che ci porta a riflettere sulla crisi climatica

Il luogo del ritrovamento, infatti, è un cratere che ogni anni si allarga sempre di più a causa dello scioglimento del permafrost che, oltre a rilasciare in atmosfera i gas serra intrappolati, potrebbe anche sprigionare dei patogeni

Il Mammut trovato nei ghiacci siberiani ha 50.000 anni ed è una femmina 

Fonte: Polar Journal

Pesa 180 chilogrammi, è alta 120 centimetri, è lunga meno di due metri e ha più di 50.000 anni. Di chi stiamo parlando? Di Yana, la cucciola di Mammut scoperta in Siberia durante l’estate scorsa. Si tratta, molto probabilmente, dell’esemplare meglio preservato: come afferma Anatoli Nikolayev – rettore dell'Università di Yakutsk – si tratta di resti estremamente ben conservati che non presenterebbero nessuna perdita di testa, tronco, delle orecchie o della bocca, e nemmeno danni o deformazioni visibili. 

Il ritrovamento del Mammut è avvenuto nei pressi di quella che viene chiamata “Porta siberiana per l’inferno”: stiamo parlando del cratere di Batagaika, che si sta espandendo molto velocemente e in cui sarebbero già stati ritrovati altri resti preistorici.

Cos’è la Porta dell’Inferno e perché non dovremmo gioire 

I resti riemersi dal ghiaccio sono un bene preziosissimo per la paleontologia e per la scienza, ma se è stato possibile recuperarli è “grazie” alla crisi climatica. È a questa, infatti, che si deve lo scioglimento del permafrost – ghiaccio che in teoria dovrebbe essere perenne.

Il cratere di Batagaika è stato soprannominato “Porta dell’Inferno” per un motivo: oltre ad essere già il più grande presente sulla Terra – con una superficie di 87.6 ettari – continua ad allargarsi a una velocità media di 30 metri all’anno, e i resti di Mammut non sono l’unica cosa che viene liberata dal ghiaccio eterno. 

Il Mammut non è l’unica cosa ad essere liberata 

Insieme ai reperti, infatti, sono intrappolate quantità di metano e anidride carbonica non indifferenti che con lo scioglimento del permafrost vengono rilasciate in atmosfera. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Science, si hanno numeri compresi tra le 4000 e le 5000 tonnellate all’anno. Ma non è tutto. 

In un ulteriore studio – pubblicato sulla rivista Plos – viene evidenziato come lo scioglimento del permafrost potrebbe liberare anche virus e patogeni. Stando alle simulazioni, alcuni di questi potrebbero sopravvivere ed evolversi, mentre altri (circa l’1%) sarebbero imprevedibili. 

Un possibile rischio, quindi, riguarda anche l’esposizione di intere comunità biologiche e noi umani a potenziali malattie. 

Mammut: il ritrovamento di Yana è un altro passo per riportarli in vita? 

Da qualche anno la Colossal Bioscience – azienda di de-estinzione – tenta di riportare tra di noi il Mammut lanoso, impresa che ha visto una svolta grazie alle iPSC – cellule staminali pluripotenti indotte – che possono propagarsi e dare vita a qualunque altro tipo di cellule del corpo. 

Si tratta, in realtà, di cellule modificate di elefante che potrebbero avere un'applicazione molto più estesa della de-estinzione, riguardante sviluppo cellulare, terapia cellulare, screening dei farmaci ma anche progetti di re-wilding

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Qualche riflessione sulla de-estinzione 

Come ogni tecnologia, gli interrogativi etici riguardano la sua applicazione. Di per sé, l’editing genetico potrebbe dare una grossa mano alla biodiversità: sempre più specie sono portate sull’orlo dell’estinzione e la ricerca, in questo senso, potrebbe trovare nuovi modi per la loro conservazione. 

Ma quando si parla di riportare in vita animali ormai estinti da tempo, seppur affascinante, viene da chiedersi quanto sia sensato farlo. Verrebbero, infatti, inseriti in un ambiente totalmente diverso, e non sappiamo quali effetti questo potrebbe avere. 

Rimane, in ogni caso, una buona iniziativa quella di indirizzare gli sforzi verso la conservazione e la salvaguardia degli ecosistemi e delle specie in pericolo

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