Le teorie del complotto su Kamala Harris: la spietata corsa alla presidenza
Kamala Harris è ufficialmente in competizione per la presidenza. La sua vittoria costituirebbe una svolta storica, ma nulla è ancora certo. Su di lei gravano teorie complottiste spietate. È realmente una valida alternativa a Biden?
Joe Biden ha scelto Kamala Harris, attualmente in carica come sua vice, come candidata alle presidenziali del prossimo novembre in USA. All’indomani del ritiro, Biden lascia nelle mani della Harris la corsa alla carica più ambita nella politica americana. Con il dichiarato appoggio- tra gli altri- di Obama e di sua moglie Michelle, è pronta a scrivere un nuovo capitolo della politica americana.
Ha giocato le sue carte alla convention democratica dello scorso 19 agosto per ottenere altri consensi. L’avversario Donald Trump, invece, deve fare i conti con le teorie complottiste post attentato sventato e con un numero sfavorevole in alcuni sondaggi. Per poter ufficializzare la sua corsa alle presidenziali, però, è necessaria l’elezione del partito democratico. La conferma è arrivata proprio in occasione della convention di cui sopra, che si è conclusa lo scorso 22 agosto.
Cosa sta succedendo negli Stati Uniti? Kamala Harris ha davvero possibilità di trionfare contro il suo avversario?
Sicuramente, già dal 2016 il suo percorso politico era destinato a lasciare il segno: era infatti la seconda donna afroamericana eletta al Senato americano. Quando, nel 2020 Biden, - ignorando le divergenze messe in evidenza da Harris nel dibattito dell’anno precedente - la scelse come vicepresidente. Fu realmente significativo. La Harris è stata la prima donna afroamericana ad assumere il ruolo di vicepresidente.
Ruolo che ha avuto modo di mettere quasi immediatamente in pratica quando nel 2021 Biden ha subito un intervento medico. Tuttavia, la corsa alla presidenza può essere gloriosa quanto spietata, e nemmeno l’attuale favorita è immune alle teorie complottiste. Vediamo di seguito cosa sta circolando sul web.

Kamala Harris è in realtà un uomo, non nero, non americano, e di estrema sinistra: le teorie del complotto
Eppure… non è così.
Kamala Harris è una donna, nera, americana e democratica vicina all’ala moderata. La corsa alla presidenza è però rapida e feroce, e come in ogni competizione, vale tutto.
Molte delle tesi circolate in queste settimane sul web sono avvalorate da foto e video generati dall’intelligenza artificiale, e per questo fake.
Alcune sono vecchie, altre sono state create proprio in questo periodo. E mentre c’è chi è in attesa dello scandalo, noi cerchiamo di fare chiarezza. Mostrando le teorie e smontandole, per dare prova della loro infondatezza.
La prima sostiene che Kamala Harris sia in realtà un uomo. Il suo vero nome sarebbe Kamal Aroush ed si tratterebbe di un ex militare nato in Libia. Questa teoria complottista è chiamata “inversione di genere dell’élite”, e colpisce tanto le celebrità quanto le figure istituzionali.
Prima della Harris, anche l’ex first lady (e sua sostenitrice) Michelle Obama era entrata nel mirino. Tale teoria, sostiene che le persone con visibilità (tanto famose quanto potenti), nascondano il loro genere con il secondo fine di promuovere ideologie e valori.
La seconda teoria riguarda il colore della sua pelle. Non poco tempo fa, si era sostenuto che, per le sue origini (anche) asiatiche, Kamala non fosse realmente nera. Questo aveva portato la donna a dichiarare pubblicamente il suo personale sentirsi, ed identificarsi come una donna nera.
La terza concerne il diritto alla cittadinanza americana. Secondo questa tesi, Kamala Harris, sempre in virtù delle sue origini miste, non godrebbe della cittadinanza americana. Questa teoria è particolarmente incisiva poiché la cittadinanza americana è uno dei requisiti fondamentali per la corsa alla presidenza.
Facciamo chiarezza. Kamala Harris è nata ad Oakland, in California, da madre indiana e padre afro-giamaicano. Nata nel territorio americano, gode della cittadinanza e può legittimamente concorrere al posto per cui è stata eletta, prima da Biden e poi dai democratici.
Nonostante la posizione sociale dei suoi genitori, (la madre ricercatrice e il padre economista), la sua biografia è segnata dalla lotta all’integrazione, e da qualche vivido ricordo di segregazione.
Ed è proprio dalla sua storia personale che si è sviluppata la sua coscienza politica attiva.
Musk potrebbe danneggiare se stesso e Trump col suo sostegno dichiarato?
L'arena di queste discussioni è il social X, vecchio Twitter, ora di proprietà di Elon Musk, dichiaratamente vicino a Trump. Talmente tanto, da sostenere recentemente che sarebbe pronto per lui, in caso di vittoria, un posto nell’amministrazione trumpiana. “Sono pronto a servire”, ha scritto, mostrando il suo sostegno.
Proprio su X è avvenuto il confronto tra i due, durato circa due ore e mezzo.

Elon Musk è forse uno degli uomini con una rete di contatti importanti al mondo. Figura in primo piano di Tesla, ha azioni con Sixt, Hertz, SAP e Rossmann.
Grandi aziende e grandi nomi pronti a fare un passo indietro, e voltare le spalle. È Raoul Rossmann a manifestare il proprio dissenso per la vicinanza di Musk a Trump. Considererebbero le idee del repubblicano in netta opposizione con la missione dell’azienda e con i loro prodotti.
Tesla a rischio? Il magnate potrebbe ritrovarsi presto in difficoltà. Dalla sua parte ha sicuramente l’impero immateriale di X, su cui vanta circa 190 milioni di seguaci. Ma l’esposizione mediatica può essere tanto la sua gloria quanto la sua stessa rovina.
C’è anche chi, tuttavia, consideri l’appoggio come una sottile strategia di marketing.
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