La chimera (2023) di Alice Rohrwacher | recensione

In occasione del Tuscia Film Fest, che ringraziamo, abbiamo avuto modo di incontrare la regista e sceneggiatrice Alice Rohrwacher (miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2018 e candidata al miglior…

In occasione del Tuscia Film Fest, che ringraziamo, abbiamo avuto modo di incontrare la regista e sceneggiatrice Alice Rohrwacher (miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2018 e candidata al miglior cortometraggio agli Oscar 2023), la quale è intervenuta sul palco a seguito della proiezione del suo ultimo film, presentato peraltro in concorso a Cannes lo scorso maggio: La chimera.

Quella creata e raccontata dalla regista è una storia misteriosa che, volutamente, rende di questo mistero la sua colonna portante, poiché, al di là delle intenzioni degli sceneggiatori, «un bel film è di tutti» (usando le parole di Alice Rohrwacher). E La chimera lo è. Anzi, è bellissimo.


Fiaba, arte e mito

La storia ha inizio nel 1983, in una zona non meglio definita tra il Lazio e la Toscana. Proprio in quel periodo, ebbe il suo apice un fenomeno tanto illegale quanto affascinante: quello dei cosiddetti tombaroli. Essi erano persone che, grazie a soffiate e capacità dettate dall’esperienza, andavano alla ricerca di tesori sepolti nelle antiche tombe etrusche ancora non visitate, per poi rivenderle al mercato nero. Protagonista di questa storia è proprio un tombarolo inglese, Arthur, interpretato da Josh O’Connor, che, appena uscito dal carcere a seguito di una “spedizione” finita male, cerca, invano, di lasciarsi tutto alle spalle, compresa una donna, Beniamina, che regna il suo mondo onirico.

Quella raccontata da Alice Rohrwacher è una storia intrisa di passato e presente, che risponde alle leggi della fiaba e del mito. Come spiegato dalla stessa regista, infatti, la narrazione, per forma e per contenuto, accompagna lo spettatore in un viaggio in cui reale, onirico e fantastico finiscono per mescolarsi, unirsi. Arthur non è un uomo qualsiasi: egli è l’incarnazione di un destino che deve compiersi, un uomo tormentato dal ricordo della sua amata, ormai perduta; un uomo che decide di attuare un gesto d’amore e di ribellione nei confronti di un mondo sempre più “sconsacrato”. E lo spettatore resta dunque attaccato allo schermo non per gli espedienti di suspance tipici del cinema di oggi, ma grazie alla contemplazione di una storia che lo immerge nei meandri di un mondo e di una bellezza antica, e, nella sua essenza, perduta.

Una ricerca del passato…

In questo senso, Alice Rohrwacher utilizza magistralmente il linguaggio cinematografico in quella che può dirsi una vera e propria ricerca dell’arcaicità bucolica delle tradizioni e dei mezzi. È così che troviamo, per esempio, la figura del cantastorie, il quale canta le gesta del protagonista come di un grande eroe della mitologia, e che risulta determinante nel comprendere meglio il significato della storia stessa.

La chimera©; ©; ©; (fonte)

Ma la ricerca del passato riguarda anche lo stile cinematografico in sé. Nel pensiero della regista, infatti, vi è ferma l’idea di un cinema diverso, antico, che riporti al centro dei racconti la potenza diretta delle immagini, grazie alla quale il cinema muto poté donare capolavori ancora oggi inarrivabili e innovazioni tecniche che fanno scuola al cinema contemporaneo. La chimera ne risulta, da questo punto di vista, arricchito, riuscendo ad esprimere per immagini ciò che non sarebbe stato possibile esprimere attraverso le parole: i moti interiori del protagonista. A questo proposito, Alice Rohrwacher ci dona un’opera di altissimo livello artistico ed intellettuale.

…come critica del presente

Tutto ciò ci porta a quella che, per la regista, è l’essenza del film. Ne La chimera, infatti, i tombaroli non vengono soltanto raccontati attraverso le storie vere raccolte dagli sceneggiatori, ma anche attraverso quella che è una contestualizzazione sociale. Infatti, se da una parte appaiono come avidi deturpatori delle meraviglie etrusche, dall’altra essi sono raccontati come «gocce nel mare», ovvero ultimi frutti di una società sempre più distante dal rispetto per l’arte, che ha perso completamente la capacità di contemplare, di meravigliarsi, di cercare l’oltre e il sacro dietro le cose, sempre più obbediente alla legge del consumo e del guadagno (e la scelta degli anni ’80 come cornice non è dunque casuale).

La chimera: la sua potenza

Come anticipato in apertura, La chimera è un film per niente autorivelatore: qualcuno potrà vederci un inno alla bellezza, altri una nostalgia del passato, altri ancora una critica al presente e chi, invece, non riuscirà a vederci nulla. La grandezza dell’opera, però, risiede proprio in questo mistero, che permette, a nostro avviso, di declinare la narrazione secondo quelle che sono le proprie emozioni, presenti e passate, partecipando, così, attivamente al fiabesco sul quale l’opera stessa si basa.

Dettagli e bellezza

Alice Rohrwacher compone un film che, oltre alla meravigliosa estetica, dimostra un’incredibile attenzione ai dettagli, i quali permettono alla storia di adornarsi di quel senso di stupore e meraviglia propria dell’arte raccontata in essa: pensiamo per esempio alla scena in cui, all’apertura di una necropoli, l’ossigeno va a rovinare immediatamente i vivaci colori degli affreschi sui muri, sconosciuti per più di duemila anni all’occhio umano. Questa, chiara citazione a Roma (1972) di Federico Fellini, diviene un elemento fondamentale per quello che era l’intento, in un certo senso “reverenziale”, da parte della regista nei confronti degli archeologi, al quale il film è dedicato.

La chimera©; ©; ©; (fonte)

Ma l’attenzione ai particolari si manifesta anche nella profondità della narrazione stessa, che affonda le proprie radici nel mito di Orfeo ed Euridice, alla quale, nella sua essenza che la porta ad essere vita e luce più per la sua morte che per la sua presenza, il personaggio di Beniamina è ispirato, sino ad arrivare ai racconti di David Herbert Lawrence, su cui Alice Rohrwacher ha ricamato il complesso personaggio di Arthur, protagonista di una storia, quella de La chimera, che è flusso vitale e nutrimento per l’anima.


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