Il 58% di voi odia la matematica. Ma com'è la situazione in Italia?
Oggi, 6 ottobre, ricorre la Giornata Mondiale della Tavola Pitagorica, un’occasione per approfondire una materia, la matematica, da sempre osteggiata, e su cui abbiamo deciso di “indagare”, affrontando il tema delle discipline STEM. Ma partiamo con ordine.
La tavola pitagorica
Come ogni Giornata Mondiale, anche quella dedicata alla tavola pitagorica rappresenta un momento di memoria e approfondimento non solo riguardo il prezioso contributo donato da Pitagora. Al filosofo di Samo, una figura a metà tra storia e leggenda, sono infatti attribuiti quelli che rappresentano i cardini fondamentali della matematica: tra tutti, il suo celeberrimo teorema. Tuttavia, seppur non riscontrando la stessa “fama” (e forse per molti odio) del suddetto teorema, anche la tavola pitagorica ha rappresentato una grande innovazione nel modo di compiere calcoli anche “complessi”.
Che cos’è la tavola pitagorica?
La tavola non è altro che una matrice di numeri, composta da una riga e una colonna, le cui caselle sono il risultato del prodotto incrociato tra un numero sulle righe e un numero sulle colonne. Quello che oggi può sembrarci un qualcosa di assolutamente banale ed elementare, risultò di straordinaria importanza in un’epoca in cui lo studio della matematica era ancora ai primi passi, e in cui l’unico strumento di calcolo conosciuto era l’abaco. Ed è proprio quest’ultimo ad essere al centro di una diatriba controversa.
Un falso storico
Ebbene, in dissonanza con quanto detto finora, sembrerebbe che la tavola pitagorica non sia stata inventata effettivamente da Pitagora. Secondo un approfondimento compiuto da Luca Nicotra[1], l’errore sarebbe di tipo attributivo, compiuto nei secoli passati. In effetti, a Pitagora sarebbe corretto attribuire l’invenzione di un abaco, detto Mensa Pythagorea, confuso in età medievale con l’allora più recente matrice che conosciamo oggi, e che ha acquisito la stessa denominazione.
D’altronde, i numeri di cui la tavola si avvale non sono altro che quelli indiani (utilizzati da noi tutt’oggi), che furono diffusi in Europa soltanto alla fine del X secolo.

Dal medioevo alle scuole di oggi
Col passare dei secoli, sembra che l’amore e la ricerca per la matematica si sia drasticamente ridotto. O almeno, è ciò che emerge da un report di OCSE-PISA che, basandosi sui risultati delle prove invalsi, ha rilevato una competenza degli studenti in matematica del 70%, di appena un punto superiore alla media calcolata su 700.000 studenti in 81 Paesi del mondo. Inoltre, dal report risulta che la matematica, oltre ad essere la materia in cui gli studenti sono meno competenti, è la disciplina che presenta più disparità: non solo di genere, ma anche di territorio.
Ma la matematica è davvero così tanto odiata?
Per rispondere a questa domanda abbiamo chiesto direttamente a voi. In un sondaggio di qualche giorno fa, infatti, vi abbiamo chiesto le vostre opinioni sulla matematica, e ciò che emerge sembra essere una risposta di assenso al quesito.
Più di mille di voi hanno votato e tra questi il 58% ha espresso un parere negativo sulla materia.

Perché questo?
Nonostante possa sembrare uno stereotipo, le motivazioni che ci avete dato sembrano rispecchiare problematiche ben più ampie, relative principalmente alla qualità della didattica e alla poca capacità inclusiva della scuola verso chi soffre in questo caso di discalculia, una difficoltà spesso ignorata e male interpretata.
Il 91% ha infatti affermato una responsabilità dei professori nella precedente risposta. Sono i professori dunque ai quali viene “recriminata” una sostanziale mancanza di capacità nel trasmettere una materia che di per sé è stata definita da alcuni di voi «astratta e «difficile da comprendere». Ma è davvero così?

Dalle superiore alle università
È innegabile che, nell’ambito delle scuole secondarie, lo studio della matematica necessiti l’apprendimento di nozioni spesso avanzate, anche se ciò varia a seconda dell’indirizzo, e dunque un impegno in alcuni casi maggiore. D’altro canto, ciò che probabilmente manca nell’insegnamento della matematica sono i rari esempi di applicazione delle nozioni alla realtà. C’è da specificare tuttavia che troppo spesso le voci dei “detrattori” siano molto più numerose di coloro che, invece, apprezzano la matematica.
Tutto ciò sembra però cambiare all’università. Al contrario di quanto espresso dalle vostre opinioni, i dati italiani restituiscono una percentuale di laureati in discipline cosiddette STEM decisamente rilevante.
Le lauree STEM
L’acronimo STEM, che sta per “Science, Technology, Engineering and Mathematics", racchiude tutte le discipline di tipo tecnologico-scientifico presenti negli atenei di tutto il mondo, e negli ultimi anni ne sentiamo parlare sempre più spesso.
Secondo un report ISTAT del luglio di quest’anno, nel 2023 tra i giovani nella fascia 25-34 anni che possedevano un titolo terziario, ben il 25% aveva una laurea in discipline STEM. Ma andiamo con ordine.
Perché sono così importanti le discipline STEM?
Che sia sui giornali o nei report sulla “salute” dei nostri atenei, vi sarà sempre uno spazio dedicato alle percentuali che riguardano gli iscritti e i laureati in queste discipline e, attraverso una spesso severa comparazione con le medie UE, sembra quasi che il numero di dottori in materie tecnico-scientifiche sia come un indice di efficienza delle società accademiche delle varie nazioni. Ma perché questo?
Il repentino progresso tecnologico vissuto principalmente dall'Occidente negli ultimi decenni ha improntato interamente la nostra struttura sociale su quella che vari intellettuali hanno definito come “tecnica”. La società odierna, cioè, posa le sue fondamenta sulla ricerca scientifica in funzione dell’avanzamento tecnologico.
In quest’ottica, lo strettissimo legame che esiste tra tecnica e capitalismo, il sistema economico dominante in Occidente e in quasi tutto il mondo, ha creato una sempre maggiore pressione sociale affinché scuole e università fossero sempre più al servizio del mercato del lavoro, accendendo dunque i riflettori su tutte quelle discipline che possano contribuire al meglio all’accrescimento del suddetto sistema economico.

E le lauree umanistiche?
Oltre a una snaturazione del concetto originario di “studio” e “scuola”, tra le principali conseguenze di queste dinamiche rientra inevitabilmente una vera e propria polarizzazione del sapere, con sempre più frequenti disparità.
Difatti, risulta innegabile che, al giorno d’oggi, ci troviamo dinanzi a discipline che la società valuta continuamente “di serie A” o “di serie B”, con tutte le etichette e gli stereotipi che ne derivano, soltanto sulla base dell’utilità che quel tipo di conoscenza può dare, appunto, alla società della tecnica. E poco importa se quelle discipline risultano preziose, sotto altri punti di vista, per l’individuo e la collettività.
In particolare, il modo di pensare finalistico e utilitaristico ha influenzato anche le singole realtà individuali, portando alla scelta della carriera universitaria soltanto sulla base dello stipendio che si riuscirà a percepire una volta finiti gli studi.
Lungi dal biasimare il singolo individuo, che ben poco può fare, se non appunto adattarsi, ad un sistema, ci limitiamo a dire, ingiusto al principio.
Le disparità non finiscono qui
In realtà, le disparità di cui si è discusso nel paragrafo precedente non sono le sole ad esistere (e persistere) al giorno d’oggi. Un problema di disuguaglianza è infatti presente in seno alle stesse discipline STEM, che, come sottolineano i dati ISTAT, vedono soltanto il 16,8% delle donne laureate in queste materie, a fronte del 37,0% degli uomini.
Alla luce di ciò, appare chiaro che stereotipi del passato, che credevamo superati, quali il classificare discipline e lavori “per uomini” e “per donne”, siano ancora radicati nella società che viviamo, che, come si è potuto dedurre, vive forti ineguaglianze in moltissimi ambiti che la caratterizzano, al contrario di quanto si voglia far credere.
Come dichiarato nello stesso report dell’Istituto Nazionale di Statistica,
Le disuguaglianze di genere (e gli stereotipi) devono quindi essere combattute sia nell’orientare ai diversi indirizzi di studio sia nel mercato del lavoro.
-ISTAT, 17 luglio 2024
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