La tecnologia del terzo millennio ha inaugurato il nomadismo digitale
Il futuro del lavoro è smart. Dipendenti sì, ma con altri presupposti. I nomadi digitali sono padroni del proprio tempo, liberi e flessibili. Viaggiano, si spostano, lavorano servendosi della tecnologia. Bellissimo, ma a che costo?
Ero a fare aperitivo con alcuni amici ingegneri qualche tempo fa, si parlava di lavoro e raccontando le loro giornate davanti al computer di casa, ho esclamato: «deve essere terribile chiudere il computer e aver perso una giornata».
Loro si sono guardati, e mi hanno risposto: «finalmente qualcuno ha capito come ci sentiamo». Prima di scrivere questo articolo, mi è tornata alla mente questa conversazione e ho deciso di raccogliere delle testimonianze, fra amici e conoscenti.
Lavorare in smart working è comodo ma alienante, e sebbene una cosa non escluda l’altra, è da questa affermazione che ho deciso di fare partire la mia riflessione.
Chi sono i nomadi digitali?
Tutti coloro che lavorano da remoto, e che per questo hanno un margine di libertà maggiore rispetto al più tradizionale lavoro in ufficio (che è statico). Si definiscono nomadi in quanto possono deliberatamente lavorare in qualsiasi luogo, purché abbiano a disposizione un dispositivo e una connessione internet stabile. Senza una sede fissa, e dunque senza il vincolo di chiudersi in un ufficio, molti di loro hanno reso questa nuova modalità lavorativa, un vero e proprio stile di vita.
Quali lavori svolgono?
Le professioni più diffuse tra i nomadi digitali sono:
- Sviluppatore informatico;
- Copywriter;
- Grafico;
- Traduttore;
- Insegnante (si pensi al periodo della DAD)
Nomadismo digitale, un occhio ai dati
È di Flatio - piattaforma specializzata nella ricerca di alloggi per nomadi digitali - il report 2023 sul nomadismo digitale in tutto il mondo. Su 25mila richieste di adesione al sondaggio, 1200 hanno accettato di rispondere a 32 domande relative a: motivazioni della scelta, eventuali alloggi, guadagno e tasse.
Il 25% degli intervistati è over 40, e un 31.5% si dedica a questo a tempo pieno. La difficoltà più grande, per quasi il 40% delle persone, è trovare un alloggio. Un alto numero di nomadi digitali è americano (37.4%), seguito dai britannici (12.3%) e dai tedeschi (5.6%). L’Italia registra un numero di nomadi inferiore all’1%.
Dove scelgono di migrare?
Il Portogallo è la loro prima scelta e anche la migliore per qualità di vita e soluzione abitativa temporanea. Una meta da sogno è invece la Spagna.
Scelgono di spostarsi entro e non oltre i 4 mesi approssimativamente, e la loro permanenza non dura meno di 30 giorni. Tutti gli intervistati pagano le tasse nel Paese d’origine e ciascuno guadagna dai 10.000 ai 50.000 euro l’anno.
Flessibilità, libertà e benessere sono le parole chiave. I numeri sopra citati dimostrano come la visione del lavoro e del tempo stia cambiando, assieme alla consapevolezza di sé. Sono tanti coloro che, pur lavorando per aziende, si liberano dal vincolo fisico del padrone e dell’ufficio, per riappropriarsi dei propri spazi e delle proprie necessità. A cambiare è anche la visione del lavoro come sacrificio, sebbene per alcuni settori possa essere totalizzante.
Da soli, in coppia, in gruppo, o con tutta la famiglia: la prole non è un ostacolo per i nomadi digitali, che superano l’incertezza e coinvolgono i propri figli. Sebbene la stabilità non sia una caratteristica propria del nomadismo, i genitori scelgono di agevolare i figli garantendo loro periodi di permanenza più lunghi.
Tuttavia, il dispositivo e la sola connessione internet non bastano. Per poter viaggiare in modo continuo e più o meno prolungato, i nomadi digitali hanno bisogno di un visto. Tanto i lavoratori altamente specializzati, quanto i liberi professionisti o i lavoratori dipendenti, necessitano di questo documento ufficiale. Ottenerlo è tutt’altro che facile, poiché i nomadi digitali sono soggetti a numerosi controlli e a pratiche burocratiche piuttosto lunghe.
Per l’Italia, dal 29 febbraio 2024 è in vigore un decreto che disciplina l’ingresso di questa categoria di lavoratori, stabilendo i tempi di permanenza e la regolarità del soggiorno. È un decreto attuativo firmato dai Ministeri dell’Interno, del Lavoro, del Turismo e degli Affari Esteri.
Comodo o alienante? Testimonianze del lavoro smart
Reduci ancora dalla faticosa pandemia - i cui segni sono ancora visibili sottopelle - la modalità smart è dura a morire. Molte aziende se ne servono perché più vantaggiosa, e sebbene si registrino delle comodità, il rovescio della medaglia ha dell’amaro.
Non solo aziende, anche le scuole e le università mantengono una modalità a distanza, spesso in parallelo. La distanza permane al di là dei decreti e della divisione a colori. E mentre c’è chi per precauzione indossa ancora sui mezzi pubblici la mascherina e sta attento alla distanza di sicurezza, altri si dividono tra comodità e alienazione:
«A volte in famiglia mi sento giudicata, i miei parenti credono che lavorando da casa io non faccia niente tutto il giorno. Io invece lavoro molto, anche tutto il giorno ad un solo progetto: questo anche mentalmente stanca». Mi dice Giulia, grafica pubblicitaria.
«Lo smart working è come una pila, ha un lato positivo e uno negativo. Di positivo c’è che ti permette una gestione personale delle ore lavorative. Il focus non è più sulla quantità di ore lavorate per un lavoro, ma il lavoro stesso. In generale credo sia una soluzione al problema del sovraffollamento delle città».
D’altra parte, però, di negativo c’è la sensazione di alienazione. «Nessuna interazione coi colleghi, nessuna pausa caffè, pranzo o uscita organizzata. Lo smart working credo sia per coloro che non sono più alla ricerca di nuovi stimoli». Queste sono, invece, le parole di Giovanni, ingegnere aerospaziale.

Tali posizioni sono rafforzate dall’esperienza di Gaetano, informatico: «lo smart working è vantaggioso in termini di minor stress per gli spostamenti, e riduzione del tempo. Ma ha come svantaggi l’assenza del brainstorming, del lavoro in team e del contatto tra persone, che è stimolante».
Un punto a favore della modalità smart, riguarda il risparmio sul costo degli spostamenti. «Per chi si muove in macchina, lavorare da casa permette di risparmiare sul costo del carburante». È quanto afferma Nadia, centralinista. E aggiunge «chi lamenta la mancata socialità, non considera la possibilità di costruire una rete fuori dal contesto lavorativo».
«Svantaggioso sul lato umano, vantaggioso su quello economico». Inzia così la risposta di Simone - studente liceale all’ultimo anno - il quale considera la modalità smart comoda, soprattutto nella società attuale; che vanta un certo grado di tecnologia avanzata. A suo dire, «sfruttare le potenzialità del mezzo digitale offre possibilità sul piano lavorativo e di conseguenza economico».
Comodità e alienazione, si è visto, vanno di pari passo, influenzandosi e danneggiandosi a vicenda. Lavorare a distanza, è comodo per la gestione personale del tempo, ma l’alienazione resta e nessuna call può sopperire a questa mancanza. Lo smart working fa traballare la socialità e costruisce muri dell’isolamento.
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